 | 👉Intervista a Diana Mottola, che presenta ai lettori la raccolta poetica "Quando".
📍L'opera è disponibile in eBook, in duplice lingua Italiano e Arabo, con traduzione a cura del Prof. Hafez Haidar.
A soli Euro 7,99:
https://www.ibs.it/quando-ebook-diana-mottola/e/9791224106326
Domanda - Partiamo proprio dal titolo, come mai “Quando”. Quali sono gli argomenti ricorrenti, o per lei fondamentali, che tratta in questo volume?
Risposta - Il titolo Quando nasce dalla sua duplice natura: è domanda che sospende il tempo e lo interroga, ma è anche punto preciso nell’infinito, un istante che si imprime come fondazione. In questo spazio tra attesa e sigillo, si accende la scintilla della parola. Quando diventa così soglia universale: ogni #lettore vi trova la propria domanda e il proprio istante.
Domanda - Quanto la realtà ha inciso nella scrittura?
Risposta - La realtà ha inciso profondamente nella mia scrittura, ma non come semplice cronaca: l’esperienza reale supera ogni immaginazione, e proprio per questo non è credibile se non trasfigurata in versi. Solo la poesia restituisce i fatti vissuti in una veste riconosciuta, simbolica e ultraterrena, capace di comunicare un senso autentico. Altrimenti, ciò che ho attraversato potrebbe essere travisato come allucinazione. La scrittura diventa così il mio modo di dare forma al caos, trasformando la ferita del reale in testimonianza e fondazione.
Domanda - La scrittura come valore testimoniale, cosa ha voluto salvare e custodire dall’oblio del tempo con questo suo libro?
Risposta - Ho voluto salvare il sapore del tempo, perché esso è maestro silenzioso che forgia senza bisogno di scuole o proclami. Nel suo peso si nasconde una dote di saggezza che illumina la vita, i fatti personali e universali. La #scrittura diventa così custodia: un modo per restituire al presente ciò che il tempo ha già insegnato, affinché non cada nell’oblio.
Domanda - A conclusione di questa esperienza formativa che ha partorito “Quando”, se dovesse isolare degli episodi che ricorda con particolare favore come li descriverebbe?
Risposta - Gli episodi che ricordo con particolare favore li descriverei come quegli incubi che forse ognuno di noi ha vissuto almeno una volta: quando si fugge da un persecutore e si cerca aiuto urlando, ma la voce resta muta. Solo quando finalmente si riesce a urlare ci si sveglia dall’incubo. Così sono nate le mie parole: come uscita dall’incubo, come liberazione. La scrittura diventa il grido che rompe il silenzio e restituisce verità e testimonianza.
Domanda - Quali sono le sue fonti di ispirazione: altri autori che ritiene fondamentali nella sua formazione culturale e sentimentale?
Risposta - Ho la fortuna di essere italiana, appartenere a un popolo spesso etichettato con tanti stereotipi, ma nessuno più vero di quello del ‘popolo di poeti’. I Sepolcri di Foscolo sono stati per me un prodigio, un rapimento solenne. Dopo Dante e gli ermetici, i neorealisti, dopo Manzoni e gli illustri padri del nostro patrimonio culturale, la poesia ha continuato a tracciare il cammino. Tra le voci che hanno inciso nella mia formazione non posso non citare José Martí, che ha lasciato un germoglio precoce, e naturalmente Italo Svevo, un grande che ha saputo dare voce alle inquietudini moderne. Dopo Svevo, Vassalli: un autore che ha saputo restituire con forza narrativa la memoria e le contraddizioni della nostra storia. La mia scrittura si nutre di questa eredità: un patrimonio di voci che hanno reso la poesia e la letteratura un destino culturale e sentimentale.
Domanda - Ci sono altre discipline artistiche, o artisti, che hanno in qualche modo influenzato la sua scrittura?
Risposta - La mia anima è stata presa tra le mani della cultura zen già a sei anni, avviluppata alla nostra tradizione cristiana. Questa doppia radice mi ha immerso nella ricerca spirituale, che mi ha condotto a leggere e meditare i sacri testi, sia occidentali che orientali. Da lì ho imparato che la parola non è solo strumento, ma via: un ponte tra mondi, un gesto che restituisce senso e memoria. La scrittura nasce anche da questa immersione, come eco di un dialogo universale tra culture e spiritualità.
Domanda - Oltre a quello trattato nel suo libro, quali altri generi letterari predilige?
Risposta - Il teatro per me è una vera e propria indagine psicologica. Trent’anni or sono, assistetti al Regio di Torino a una pièce, dove l’attrice Anna recitò un monologo in due atti. Fu una catarsi autentica, più incisiva di sei anni di psicoanalisi. Il teatro ha la forza di portare la parola oltre la pagina, di incarnarla, di renderla esperienza condivisa e liberatoria. Questa dimensione ha influenzato profondamente la mia scrittura: ogni testo diventa un palcoscenico interiore, dove la voce rompe il silenzio e restituisce verità.
Domanda - Preferisce il libro tradizionale cartaceo o quello digitale?
Risposta - Cartaceo: i libri sono miei familiari, hanno odore, peso e presenza.
Domanda - Per terminare, qual è stato il suo rapporto con la scrittura, durante la composizione del libro.
Risposta - Scrivere è molto faticoso, se fatto in perfetta coerenza con il proprio sentire. Ho iniziato a scrivere precocemente, ma la paura di partorire un’opera mi ha accompagnata a lungo, fino a quando Aletti non mi comunicò che ero stata selezionata per la pubblicazione della mia prima opera, Dove?. Con Quando, invece, mi sono fatta attendere: l’emozione, a volte, mi impedisce di pubblicare. La scrittura per me è un atto di verità e di restituzione, e proprio per questo richiede tempo, coraggio e fedeltà al sentire più profondo.
Domanda - Un motivo per cui lei comprerebbe “Quando”, se non lo avesse scritto.
Risposta - Lo comprerei perché mi chiamerebbe dalle profondità: come sempre accade con i libri che mi scelgono.
Domanda - Ha in progetto altre opere da scrivere nel prossimo futuro? In caso affermativo, può darcene una anticipazione?
Risposta - Sto preparando l’audiolibro Vexilla regis prodeunt per Aletti, ma il pudore spesso mi trattiene. È lo stesso pudore che trattiene altri scritti già compiuti, che stento a lasciar andare. Più che coraggio, è un parto dalla convinzione di non essere letta o recepita, e per questo temo che finiscano nel vuoto. Ogni opera nasce da questa tensione: il bisogno di testimoniare e la paura che la voce non trovi ascolto. Quando finalmente riesco a pubblicare, è come liberare una parola che da tempo chiedeva di uscire.
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