 | 👉Intervista ad Agnese Barni, che presenta ai lettori il libro “Le mie chiavi tra le fragole”
Domanda - Partiamo proprio dal titolo, come mai “Le mie chiavi tra le fragole”. Quali sono gli argomenti ricorrenti, o per lei fondamentali, che tratta in questo volume?
Risposta - Il titolo “Le mie chiavi tra le fragole” nasce dal ricordo diretto dei messaggi che mia madre mi inviava quando, da adolescente, uscivo con gli amici e puntualmente dimenticavo le chiavi di casa: ogni volta era una variazione sul tema (ti lascio le mie chiavi tra le fragole, le chiavi sono tra le fragole, etc) e chiunque leggesse o sentisse quella frase non riusciva a non restarne colpito, sembrava che quelle semplici parole fossero in grado di costruire immagini ed evocare storie. Posso dunque dire che il nucleo del libro è indubbiamente costituito dal ricordo, e la natura ne è comunque protagonista.
Sono solita affermare che la mia è una poesia minimalista bucolica perché non posso fare a meno di vivere la natura (sia essa intesa come flora o fauna, sia come natura umana): le mie brevi – talvolta brevissime – poesie sono istantanee che catturano una luce, un’ombra, un riflesso e ne fanno un’allegoria. Racconto, attraverso immagini e frammenti che si fanno cornice, di storie e di amori che si incontrano, che si perdono nella memoria, e della spinta alla resistenza e alla riflessione che la natura offre con il suo solo manifestarsi.
Domanda - Quanto la realtà ha inciso nella scrittura?
Risposta - Lacan affermava che “Il reale è il mistero del corpo parlante, è il mistero dell’inconscio”, scrivere è un tentativo di dare forma all’impossibile a dirsi e la poesia ha un doppio effetto: da una parte cerca di dare forma al vuoto, che è luogo e meta della creazione artistica, e dall’altra prova a strappare un pezzettino di senso al silenzio della Cosa (ovvero l’indecifrabile, l’indicibile). La psicoanalisi sostiene che attraverso la parola si operi sul Reale, infatti la funzione della parola è una funzione creativa, creatrice, evocativa e non semplicemente descrittiva. Ciò detto, la vita accade e bisogna farci i conti, scrivendo o meno: con me e la mia famiglia non è stata particolarmente gentile, anzi, ma ognuno di noi è il risultato delle interazioni e delle risposte date a chi e cosa abbiamo incontrato, in uno scambio e in una contaminazione continua che contribuisce a dare forma alla nostra idea di mondo. Nonostante la mia non sia una poesia sociale o politica, vi si può scorgere molto della realtà che mi circonda e di come leggo gli avvenimenti: è vero che tendo a scrivere di microcosmi, ma anche un granello di sabbia una volta può essere stato una montagna.
Domanda - La scrittura come valore testimoniale, cosa ha voluto salvare e custodire dall’oblio del tempo con questo suo libro?
Risposta - Per me è piuttosto difficile rispondere a questa domanda, in quanto la scrittura del libro non è nata con l’idea che questo dovesse essere necessariamente visibile. Rifuggo le attenzioni e tendo a stare discretamente in disparte, e solo da pochissimo ho deciso di mostrare i miei versi a un pubblico. Mi farebbe molto piacere, però, se qualcuno si sentisse toccato dalle poesie e che, attraverso la lettura delle mie parole, riuscisse a far emergere qualcosa di sé. Sarei felice se i miei versi lasciassero un segno e potessero dare voce a chi non sa esprimere tutto quello che sente. Non ho la presunzione di pensare che la mia visione del mondo debba essere presa a esempio, né ho mai immaginato la gloria (?) della notorietà, vorrei solo essere un buon incontro, una corrispondenza. Vorrei che le mie storie creassero delle immagini capaci di spingere a una maggiore curiosità - “Una piccola curiosità di partenza che apre le porte di un mondo sconosciuto”, come sosteneva Pratt.
Domanda - A conclusione di questa esperienza formativa che ha partorito “Le mie chiavi tra le fragole”, se dovesse isolare degli episodi che ricorda con particolare favore come li descriverebbe?
Risposta - L’intera costruzione del libro è stata un’esperienza nuova ed assai stimolante, seppur non sia mancata quella sana dose di ansia che assale di fronte all’ignoto. Ho trovato particolarmente piacevole cercare il filo conduttore tra le singole poesie, facendo un po’ di attenzione è possibile notare che ogni poesia è legata alla successiva da un elemento, un’immagine o un tema. Via via cercavo il sostegno di amiche e amici chiedendo loro se riuscissero a scorgere il legame e mi arrivavano risposte anche sull’atmosfera generale e le sensazioni che avevano suscitato le mie parole. Inoltre, devo dire, è stato divertente parlare delle poesie con il ragazzo che ha fatto la proposta della copertina del libro, Lorenzo Torracchi, per poter giungere a un’immagine che rispecchiasse il contenuto di “Le mie chiavi tra le fragole”: Lorenzo, che è un amico da diversi anni, ha letto i versi e ha saputo rendere graficamente le atmosfere pastello e minimaliste della silloge.
Domanda - Quali sono le sue fonti di ispirazione: altri autori che ritiene fondamentali nella sua formazione culturale e sentimentale?
Risposta - I miei conoscenti ormai sanno a memoria la storia di quando, studentessa delle elementari sempre presente nella biblioteca del paese, mi sono ritrovata tra le mani una poesia di Yosano Akiko (Senza chiederci) e me ne sono immediatamente innamorata: ad oggi ricordo ancora i versi, non li ho mai dimenticati. Avevo preso un libro di poesie d’amore in cui poterne trovare una di Jacques Prévert perché in casa avevo letto una sua raccolta, tra quelle che aveva mia madre, e ne ero rimasta assai colpita. In più, avere un nonno che si chiama Socrate e ti racconta i grandi poemi e una nonna che si chiama Armida... beh, evidentemente era destino che mi avvicinassi a una delle forme della letteratura! Quando sono cresciuta, pur mantenendo l’amore per la poetica giapponese, ho voluto conoscere i versi di Montale (altro segno del destino, visto che abito in un paese omonimo che tra l’altro ha dato i natali a Gherardo Nerucci) e poi mi sono avvicinata a Pasolini, Alda Merini e in seguito Vicente Aleixandre, Paul Valéry, Dylan Thomas...e tanti altri, mi verrebbe da dire: sono fieramente onnivora e curiosa, in casa ho molti libri di poesia – e non solo – e molti di più ne ho letti, ma se dovessi identificare una triade, però, potrei affermare che sicuramente il cuore della mia ispirazione è rappresentato dalla poesia giapponese (con Yosano Akiko e Natsume Sōseki su tutti), l’ermetismo italiano e, direi, Paul Valéry.
Domanda - Ci sono altre discipline artistiche, o artisti, che hanno in qualche modo influenzato la sua scrittura?
Risposta - Come ho affermato nella risposta precedente, sono fieramente onnivora e curiosa, amante delle arti tutte. In primo luogo sono una otaku impenitente, amo i manga e ne sono una divoratrice quasi instancabile, infatti non posso che concordare con Hugo Pratt quando affermava “La poesia è sintetica e procede per immagini, e, come nella poesia, il fumetto è un mondo d’immagini, si è obbligati a coniugare due mondi. Un universo immediato attraverso l’immagine e un mondo mediato attraverso la parola”. L’amore per l’universo visivo si riflette anche nell’amore per la fotografia, quando mi è possibile cerco di andare a quante più mostre possibili, mi piace l’atmosfera silenziosa ma vibrante dei musei e dei luoghi d’arte. Mi piace il cinema (chi mi conosce sa della mia ammirazione per i lavori di Luca Guadagnino e Xavier Dolan), il teatro...e soprattutto la musica. Come per i manga, i libri e le mostre, mi lascio trasportare da ciò che mi cattura l’attenzione e non riesco a star ferma in un genere o un altro. Amo il metal, in particolar modo il doom e quello più estremo e acusticamente violento, ma apprezzo il cantautorato come De André, De Gregori, Bersani o i più recenti Mannarino e Lucio Corsi, per esempio, ma anche il sano rock italiano della splendida triade Marlene Kuntz, Afterhours, Verdena. Mi capita di scrivere mentre ascolto musica, soprattutto per pianoforte: “STWH vers. Maestro”, una delle poesie che si possono leggere in “Le mie chiavi tra le fragole” è nata proprio ascoltando dei pezzi del maestro Ludovico Einaudi. Mi piace perdermi anche nelle note di Bollani, Sollima, Ezio Bosso, Luca Flores, Joep Beving, Sakamoto...e la lista potrebbe continuare. Ho un amore viscerale per un gruppo statunitense, i Queens of the Stone Age, per uno francese, i Gojira, e per uno scozzese, i Biffy Clyro: tutti e tre sono accomunati dall’eclettismo e dall’alto livello di scrittura dei testi, cosa a cui presto particolare attenzione. Insomma, alla fine posso dire di essere solo molta curiosa e costantemente aperta a nuovi stimoli e nuove conoscenze, ed è una cosa che consiglio a tutte e tutti: non restiamo chiusi, lasciamoci contaminare, si spalancheranno emozioni e mondi nuovi che non potranno che arricchirci.
Domanda - Oltre a quello trattato nel suo libro, quali altri generi letterari predilige?
Risposta - Riaffermo l’orgoglio dell’essere onnivora e aperta. Oltre alla poesia, leggo moltissima narrativa di ogni genere. Ho imparato col tempo ad apprezzare e ricercare i noir e i gialli, pur non essendo particolarmente sveglia, forse: non so come sia possibile, non riesco quasi mai a scovare i colpevoli o a risolvere anche gli enigmi più banali! Mi piace perdermi anche nelle atmosfere fumose di quei romanzi in cui sembra non accadere niente di particolarmente pericoloso, ma in cui l’angoscia cresce ad ogni pagina. Non amo, invece, gli horror, le descrizioni splatter e la violenza esplicita... sono una persona assai sensibile. Il primo romanzo noir che ho letto è stato uno dei libri della “Trilogia di Fabio Montale” di Jean-Claude Izzo, che poi ho scoperto e apprezzato anche come poeta, a quel punto sono passata anche dai romanzi di Vázquez Montalbán, e sono approdata a Muñoz Molina, i cui “In assenza di Blanca” e “L’inverno a Lisbona” rientrano di diritto tra i miei libri preferiti. In Italia devo dire che apprezzo particolarmente lo stile e i romanzi di Pulixi. Oltre che di libri noir e gialli, sono amante del romanzo sperimentale di Julio Cortazàr e del realismo magico di Marquez e di Murakami Haruki. Questi ultimi mi hanno accompagnata nella crescita, ho letto “Cent’anni di solitudine” da ragazzina e più o meno nello stesso periodo ho letto il mio primo libro di Murakami, “Norwegian Wood”, e quando li ho letti ho immediatamente saputo che non li avrei mai più abbandonati.
Domanda - Preferisce il libro tradizionale cartaceo o quello digitale?
Risposta - Tra il libro tradizionale cartaceo e quello digitale preferisco il primo. Il profumo della carta, anche di un libro fermo sullo scaffale da un po’ di tempo, il suono delle pagine mentre lo si sfoglia, sono sensazioni impagabili. Non voglio, però, demonizzare i libri digitali: in digitale puoi portarne con te un’infinità e il peso / spazio occupato rimane sempre lo stesso, e inoltre si può leggere nel buio di una stanza o della notte senza aver bisogno di accendere la luce: innegabilmente è più pratico e comodo, non lo metto in dubbio e lo riconosco, ma non riesco ancora a fare a meno di vedere la libreria sempre più piena e qualunque spazio in casa che diventa lo scaffale giusto dove appoggiare una copia in attesa di leggerla.
Domanda - Per terminare, qual è stato il suo rapporto con la scrittura, durante la composizione del libro.
Risposta - Ho un approccio molto tecnico e serio alla scrittura, non credo che una poesia possa manifestarsi come un’epifania, penso piuttosto che sia un lavoro intenso e attento. Durante la composizione del libro non ho avuto particolari problemi a trovare le poesie da inserire, è stato più complesso trovare un ordine logico che legasse ogni componimento all’altro. Scrivo sempre, scrivo ovunque, la mia casa e le mie borse sono piene di fogli, fogliettini, scontrini, su cui si può trovare un’idea appuntata da cui poi è nata o nascerà una poesia. Trovo particolarmente stimolante ritrovare frammenti di immagini o di versi e tornare a quel momento, a quella sensazione, un po’ come quando si rileggono i diari a distanza di anni. Mi piace scoprire di poter dare una forma nuova a qualcosa che già avevo scritto ma che non mi convinceva del tutto, magari nella metrica – a cui presto particolare attenzione... Gli appunti non vanno mai gettati o stracciati, non sai mai quando sarà il momento giusto per lavorarli e far emergere la poesia che avresti voluto scrivere.
Domanda - Un motivo per cui lei comprerebbe “Le mie chiavi tra le fragole”, se non lo avesse scritto.
Risposta - “Le mie chiavi tra le fragole” è un libro estremamente delicato, ma pungente, proprio come una fragola addentata in un giorno di fine primavera. Personalmente lo sceglierei perché è capace di emanare calore e tranquillità, pur prestandosi a momenti di riflessione e commozione. A volte mi lascio guidare dallo sguardo e indubbiamente la copertina si presta bene a questa cattura, e il titolo, poi, evoca immagini da cui mi lascerei convincere definitivamente. Se, nonostante tutto, avessi ancora dei dubbi, allora la prefazione fatta dal maestro Aletti li spazzerebbe via in un attimo. Quando l’ho letta sono rimasta colpita e mi ha profondamente emozionata, addirittura l’ho stampata e messa in una cornice accanto alle menzioni di merito dei concorsi di Aletti Editore a cui ho partecipato e al Premio Voce della Poesia Contemporanea che ho ricevuto. Quando degli amici pragmatici e per niente amanti della poesia hanno letto le parole di Aletti nella prefazione mi hanno chiesto il libro perché persino loro erano colpiti e incuriositi. Dietro “Le mie chiavi tra le fragole” c’è un grande lavoro ed emerge l’impegno di tutti coloro che ne hanno preso parte.
Domanda - Ha in progetto altre opere da scrivere nel prossimo futuro? In caso affermativo, può darcene una anticipazione?
Risposta - Come già detto, scrivo costantemente, i versi si accumulano, grezzi, e quando è il momento giusto lavoro su alcuni di essi per dare forma a poesie che mi soddisfino. Ultimamente ho scritto molto lasciandomi trasportare dalla musica dei Queens of the Stone Age, che mi hanno ispirato versi interessantissimi su cui ancora devo lavorare, e del maestro Ludovico Einaudi: devo dire che mi stuzzica l’idea di fare delle raccolte a tema e, perché no, trovare il modo di farle avere alle fonti della mia ispirazione. Sono, però, una persona molto lenta, che non sta dietro ai tempi moderni così frenetici ma segue i ritmi dilatati del proprio inconscio – che solo l’inconscio conosce. Non smetterò mai di scrivere, ma i capitoli del mio futuro sono ancora pagine bianche.
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