 | 👉Intervista a Martina Servizio, che presenta ai lettori "La donna che saltava a gambe tese"
Domanda - Partiamo proprio dal titolo, come mai “LA DONNA CHE SALTAVA A GAMBE TESE”. Quali sono gli argomenti ricorrenti, o per lei fondamentali, che tratta in questo volume?
Risposta - La scelta del titolo è quanto di meno poetico si possa immaginare: nel mio contesto famigliare si stava, un giorno, commentando l'esibizione circense di alcuni partecipanti ad un programma di talenti ed io, riferendomi alle scarse capacità ginniche di un presente - che tra l'altro, al contrario della realtà, si esprimeva come se fosse in possesso di chissà quali doti -, ho commentato dicendo testualmente "parli proprio tu che saresti capace di saltare a gambe tese!". Ora, caso vuole che proprio in quello stesso periodo stavo iniziando a "tirare giù" qualche idea su una storia che da qualche tempo mi turbinava il cervello. E quel commento è ricorso così tanto nei giorni a seguire che ho intrapreso un'amletica riflessione semi-filosofica su un concetto che solo apparentemente potrebbe sembrare un ossimoro, quello di "saltare a gambe tese" (riflessione che ho poi, in parte, condiviso nel Prologo del libro). In breve, una battuta goliardica ha dato voce alla storia di una donna in cammino ed in perenne divenire. Ecco, forse è proprio la "traduzione pratica" del panta rei eracliteo, il "tutto scorre", ciò che risulta ridondante nel libro: in ogni attimo che viviamo siamo diversi dall'istante precedente e dal baleno immediatamente successivo. Ed è anche il motivo per cui la storia incomincia in media res ed in media res si interrompe. È ciò che, in fondo, ci accomuna tutti: individui in potenza, una bozza sempre incompleta perché in continuo movimento.
Domanda - Quanto la realtà ha inciso nella scrittura?
Risposta - Per rispondere a questa domanda mi concedo di condividere con voi una piccola riflessione personale che mi accompagna da sempre, a partire dal mio percorso liceale di studi classici sino - presenza ancor più prepotente e ingombrante - al mio percorso universitario in campo archeologico e storico-religioso: in taluni ambiti della conoscenza umana - dalla critica artistica e letteraria alla storia, passando per il giornalismo - ci si aspetta e si richiede allo studioso una totale adesione all'oggettività... e poi, immancabile, fa sempre la sua comparsa la locuzione avverbiale "per quanto possibile". Vi presto la mia umilissima interpretazione alla costante presenza di questa "compagna di merende" inseparabile dell' "oggettività": l'oggettività non appartiene al soggetto umano. L'oggettività, per quanto anelata e ricercata con sforzo DIS-umano, resta un'aspirazione utopistica. Questa è una conclusione che, credetemi, in quanto storica, scoraggia molto più me che voi, ma è frutto di una sofferta e lunga esperienza sul campo, dove spesso credo di aver condiviso lo stesso sentimento di frustrazione che debbono aver provato i soldati crociati alla ricerca del Santo Graal. Tornando al nostro presente e al soggetto della nostra discussione, coerentemente - spero - con la mia premessa, non mi trovate d'accordo con la "significazione" (e prediligo consapevolmente tale termine a quello di "significato") che la maggior parte di noi attribuisce erroneamente a concetti letterari quali "romanzo", "fantasy", "fantascienza" e così via - per quanto la categorizzazione sia una necessità umana -: l'accezione di "artefatto, "fittizio" o comunque, nel migliore dei casi, "non del tutto aderente alla realtà". Vorrei portarci a riflettere: anche solo nella scelta di una parola rispetto all'altra, ecco, già lì risiede un frammento personalissimo, sincero e reale dell'autore. In qualsiasi cosa di scritto troviamo, qualunque sia il genere in cui ci costringiamo a categorizzarlo, a dir poco rintracciamo un reale bisogno dell'artefice, anche sola la semplice necessità di comunicare qualcosa. E questo ci fa percepire, come lettori, una responsabilità maggiore anche rispetto a quella dell'autore: l'onere e l'onore di dare udienza ad un'anima nuda ed inerme, la quale non chiede che la storia che racconta sia necessariamente gradita, ma invoca unicamente indulgenza e - perché no, caro lettore-confessore - anche una nostra assoluzione. Ed è proprio questo il caso del mio "romanzo", o meglio, della mia STORIA..
Domanda - A conclusione di questa esperienza formativa che ha partorito “LA DONNA CHE SALTAVA A GAMBE TESE”, se dovesse isolare degli episodi che ricorda con particolare favore come li descriverebbe?
Risposta - Se questa domanda mi fosse stata posta qualche tempo fa, sicuramente la risposta sarebbe stata diversa... Sottolineo questo per avallare il discorso sulla soggettività versus oggettività e sul panta rei esposto poc'anzi. Ad oggi rispondo che l'unico vero pensiero ricorrente quando ritorno al mio libro che - al momento della stesura inconsciamente - ha influenzato più di qualsiasi altro finanche l'atmosfera generale e l'andamento del racconto, non è un episodio concreto, ma una persona che appartiene alla mia vita e al mio #racconto, diverse e speculari allo stesso modo, cucite l'una sull'altra, tessute l'una nell'altra: la vecchia signora Anthousa e nonna Veia - nomignolo attribuito da una me infante alla mia nonna materna Vera -.
Veia è stata davvero la Polaris di tutta la mia vita, e posso affermarlo perché non ricordo un giorno senza di lei, a partire dalla mia infanzia, caratterizzata da genitori impegnati nei propri impieghi dall'alba alla sera tarda, "costringendo" noi figli a vivere tutte le nostre "prime volte", le nostre sconfitte e le nostre vittorie con i nonni, fino alla separazione dei miei genitori, evento che non ha drammaticamente stravolto la mia esistenza proprio dal momento che il mio caposaldo è sempre stata Veia, la quale ha continuato ad esserci con un'intensità ancor più vigorosa. Dalla mia esperienza posso affermare che genitori si diventa "facendo" un figlio, ma madri e padri si diventa davvero solo quando ci si scopre nonni. Tornando al libro, se volessimo paragonare la signora Anthousa e nonna Veia, le scopriremmo più divertenti che mai: la prima è una dolce e sommessa vecchina con il suo inseparabile grembiulino a fiori, saggia e pacato, mai scortese; Veia è la classica trasteverina dalla dolcezza ignorante. Figlia della generazione del "i regazzini se accarezzeno de' notte, quanno dormendo", ha patito così tanto la durezza dell'educazione dell'amore pudico da trascorrere la vita a coccolare morbosamente figli e nipoti, ma solo su richiesta. Tuttavia, questo suo amore al limite dell'asfissia era presente in eguale concentrazione ad una sfilza di "l'anima de' li mejo mortacci tua" pronti all'uso. Cavallo di battaglia di tutte le matrone romane degne di questo titolo è, senza dubbio, la coniugazione dei verbi: iconica, incisa sugli annali dei miei ricordi con lei, resta la frase delicatissima pronunciata da Veia in piena pandemia, a commento del bollettino della Protezione civile, "famose a capisse, vedete de' nun portamme sto' lazzaretto a casa che poi, quant'è vvero Iddio, eh [sbracciandosi come un naufrago in pieno oceano]... se semo 'ntesi... [poi con voce sommessa, forse nella speranza che nessuno la sentisse] chi STARNUTA deqquá, chi TOSSE dellá!"
Nella ricetta della "vera romanità" non può poi certamente mancare la sincerità esagerata, al limite del decoro: un altro episodio che ha visto protagonista Veia è ambientato nella sacrestia di una chiesa, appena terminata la funzione del Venerdì santo; ebbene, rivolgendosi al prete "padre, che bella cerimonnia, me so proprio emozzionata... Nun avevo mai partecipato a 'n Venerdì ssanto in ottantadù anni de vita mia"... vi lascio immaginare l'espressione del sacerdote, soprattutto perché gli aveva somministrato la Comunione senza prima aver avuto il piacere di disquisire dei suoi peccati nel confessionale. E poi, come potete aver ben capito, immancabile nel "buon romano" il ricorso spasmodico alle parolacce; la parolaccia sta al romanesco come il sale sta alle ricette: "q.b." (quanto basta), nel senso che non bastano mai. E quando le facevo notare l'eccessivo impiego di parolacce in una sola frase, Veia - a mio avviso consapevole degli impedimenti scientifico-biologici d'una eventuale constatazione, rispondeva "io nun ho mai detto na' parolaccia 'n vita mia, ho iniziato co te e li tu' fratelli, che mme fate sempre 'ncazzá" (ciliegina sulla torta). Si riconoscono donne del dopoguerra, e si riconoscono per l'eleganza: rossetto rosso contornato alla perfezione, sopracciglia "ad ali de' gabbiano" e smalto rosso su unghie limate "a mandorla"; questo era il modello-base di mia nonna fino ad ottantasei anni anche solo per andare a prendere il pane sotto casa... "e cche s'esce de casa scomposta?! Ma cche volemo scherzà?!". Addirittura, parlando della sua, intimava il nipote di turno a ricordarsi "passame 'n velo d'ombretto quanno me trovi ne' la cassa da morto". Ma dopo questa carrellata di belle qualità, mia nonna Veia aveva anche dei difetti, uno, in particolare, della peggior specie: non cucinava. Penso sia stata l'unica nonna d'Italia cui non piaceva cucinare. Insomma, l'obesità non ha mai bussato alla porta di casa nostra, ma neppure il "peso forma". Quando tornavo da scuola e, in preda ad una fame famelica, varcando la porta di casa, chiedevo a Veia cosa ci fosse per pranzo, la risposta "vedi 'n po' se ner frigo ce sta 'n po' dde prosscciutto e fattece 'n panino co' la cirioletta". Poi, non volesse mai il Cielo che qualcuno si azzardasse a pronunciare "oh, a' no' (nonna), bbono 'sto [nome di cibo x]...": sarebbe diventato il piatto del giorno, il menù fisso di tutto il periodo a seguire fin quando qualcuno non avesse sviluppato qualche gravissima forma allergica. E se le faceva notare il regime di perenne dieta cui si sottoponeva, rispondeva "a voi ve ce vorebbe la guera, poi me venite a ddí se questa è fame" oppure "aoh, a mme dateme da cucí ma nun diteme de cuciná". Non l'avreste mai trovata con la parananza (parola romanesca per "grembiule da cucina") davanti ai fornelli, nonna Veia non profumava di sugo ma di Chanel n°5, non aveva le dita sporche di farina ma intrecciate a qualche filo di uncinetto... Era una sarta eccezionale, di quelle con l'arte fra le mani, di quelle che tengono tra le dita ago e filo per la prima volta a soli dieci anni, di quelle con una carriera nella bella alta moda dei prima grandi e iconici stilisti che hanno fatto la storia, di quelle che senza la stoffa tra le mani non sanno stare neppure quando la vista cede il passo alla vecchiaia. Io non ho mai amato il cucito. E come avrei potuto con una nonna sempre a battere a macchina, con la casa piena di clienti e abiti in prova chiusi nella camera da letto che restava inaccessibile fino alla consegna, con un manichino di donna senza testa e senza braccia tra i piedi, con l'ansia delle scadenze che incombevano e che la costringevano a chiedermi "viè' a' nonna, 'iuteme a passà li punti lenti". Io, da bambina, ho avuto sempre problemi di noia e, per tenermi buona e consentirle così di lavorare, Veia rovesciava sul letto le sue innumerevoli scatole di bottoni incaricandomi di dividerli per tipologia e colore; e aveva la furbizia di chiedermelo con un fare così serio e ammaliante che sentivo gravare su di me la stessa responsabilità che deve aver attanagliato Filippide per tutta la durata della sua corsa da Maratona per avvertire gli ateniesi dell'incombere dell'esercito Persiano. Ore e ore del pomeriggio trascorse impegnata in questo lavoro faticosissimo per una bambina di 3-4 anni, se non fosse che, puntualmente, non appena citofonavano i miei genitori in tarda serata per portarmi a casa, con una velocità pari alla gravità del tono di voce con cui mi assegnava quel compito - rivelatosi solo in seguito una truffa - Veia allungava il braccio sugli allora ordinatissimi bottoni - a mo' di esperto croupier del miglior casino di Las Vegas intento a spostare le fish poker sul tavolo da gioco con il suo rastrello telescopico incorporato -, e li scaraventava confusamente all'interno delle stesse scatole da cui li aveva tirati fuori molte ore prima, con l'immancabile intento di ripropormi lo stesso gioco poco divertente il giorno a seguire. Una beffa a tutti gli effetti, pertanto, come avrebbe mai potuto amare, la sottoscritta, il cucito? Eppure ora lo amo, e trascorro diverse ore tra uncinetto, ferri, e qualche punto a croce. Perché è solo lí, tra un ditale e la cruna di un ago, che sento ancora i nodi delle dita di mia nonna, intrecciati dal tempo, stringermi in un abbraccio. Tornando a noi dopo questo racconto di episodi tratto da "Il giornalino de sora Vera", ecco cosa rende nonna Veia così simile alla signora Anthousa: l'arte del cucito. E quando, cari lettori, avrete il piacere di incontrare la signora Anthousa, allora conoscere anche nonna Veia, e capirete perché sono così travolgenti e stravolgenti. Insomma, scelgo l'episodio di Anthousa, che mi ricorda nonna Veia, perché mi manca o per quell'amore che nasce in vita e che davvero va oltre la morte (e se semo 'ntese, Verù!)
Domanda - Quali sono le sue fonti di ispirazione: altri autori che ritiene fondamentali nella sua formazione culturale e sentimentale?
Risposta - Io sono tra gli ultimi rari esemplari che ha frequentato il liceo classico, pertanto ho avuto la fortuna di spaziare e approfondire tantissimo del panorama letterario nazionale e internazionale, classico ed anche contemporaneo. Fortemente influenzata dalle idee patriottiche della mia professoressa di italiano del ginnasio, ritengo anch’io che nella mia personale piramide preferenziale il vertice sia occupato, senza dubbio, da Dante Alighieri, seguono parimerito tutti gli altri autori italiani, nonché scrittori classici greci e latini, per finire con gli autori internazionali. Credo che tutti coloro che si siano sforzati o si sforzino a lasciare qualcosa di scritto siano meritevoli di considerazione e stima. E, altrettanto, ritengo che qualunque cosa leggiamo, dai grandi “mattoni” della storia della letteratura finanche ai brevissimi slogan pubblicitari, in qualche modo ci influenzino, anche solo nel definire ciò che non condividiamo o che non diremmo mai.
Domanda - Ci sono altre discipline artistiche, o artisti, che hanno in qualche modo influenzato la sua scrittura?
Risposta - Sono nata in una famiglia di pittori e restauratori, i colori hanno accompagnato tutta la mia infanzia. Ricordo mia madre preparare la sua tavolozza di colori a olio, prendermi in braccio e carezzare la tela bianca con il suo pennello, ricordo volti settecenteschi riemergere dallo sporco lasciato dal tempo, ricordo i telai, il profumo della colla di coniglio, le epigrafi latine, i teschi. E poi sono impresse tutte le scoperte a cui ho avuto il piacere di assistere durante i miei studi archeologici, la grandezza e la bellezza del passato in tutte le sue forme e in tutta la sua eternità.
Domanda - Preferisce il libro tradizionale cartaceo o quello digitale?
Risposta - In questo nostro presente che il mio caro Giacomo Leopardi descriverebbe come un pendolo che oscilla tra la polemica prolissa e il politicamente corretto, la sottoscritta, nel dubbio, "mette le mani avanti" e tenta goffamente di spegnere la pira costruita in nome di un sedicente impegno etico-civile, chiedendo anticipatamente scusa a chiunque si sentirà offeso da quanto sta per leggere: preferisco il cartaceo. E ribadisco: preferisco il cartaceo. Punto. Non ho detto e, tantomeno, voluto intendere "sono favorevole alla deforestazione e alla distruzione della Terra". Al contrario, condivido le battaglie ecologiste in difesa della nostra "casa", e neppure comprendo chi ancora ad esse si oppone alla luce delle devastanti conseguenze al nostro barbarico comportamento che stiamo osservando negli ultimi decenni. Tuttavia, sono anche una convinta e ferma oppositrice della "soluzione aut-aut", altrimenti detto "o con me o contro di me". Questo metodo non fa altro che lasciare sempre indietro qualcuno, un qualcuno ingiustamente considerato colpevole di non riuscire ad adattarsi. Voglio lanciare una provocazione a nome di tutta quella schiera di ignavi lettori (a cui appartengo) che amano pazzamente - e talvolta segretamente - la carta, il suo profumo, il rumore delle pagine sfogliate, ma che si sentono anche responsabili della distruzione del mondo, quasi come se al posto di un innocuo libro stringessero tra le mani la bomba nucleare: perché non cercare una via di mezzo tra il cartaceo e il digitale, una soluzione che possa salvare il nostro mondo ma anche
rendere felici noi poveri "vintage coscienziosi"? (Siamo proprio sicuri che quel genio di Leonardo non ci abbia già fornito la risposta all'enigma??)
Domanda - Per terminare, qual è stato il suo rapporto con la scrittura, durante la composizione del libro.
Risposta - Oh quanto è corto il dire e come fioco | al mio concetto! e questo, a quel ch'i' vidi, | è tanto, che non basta a dicer "poco". Ringrazio il Sommo Poeta per avermi inconsapevolmente fornito, con questa terzina del canto XXIII del Paradiso, un modo poetico per descrivere il mio rapporto con la scrittura: terribile, frustrante, avvilente, a tratti mortificante. Tralasciando la geniale meraviglia della narrazione e la dolcezza nella trattazione di questioni teologico-dogmatiche anche complesse contenute in questo canto, ma vogliamo parlare di come è ampia e realistica la descrizione dantesca della fatica dello scrivere? Ricordo ancora che, quando in quinto liceo la professoressa di italiano ha letto per la prima volta il canto, io sudavo ad ogni allitterazione. Tuttavia, se all'epoca al verso "a l'alta fantasia qui mancò possa" stavo per cedere ad un pianto disperato che Dante ha scongiurato col finale un po' amaro ma comunque trionfale de "l'amor che move il sole e l'altre stelle", vi assicuro che nello scrivere il mio libro io ho pianto, se non proprio ad ogni virgola, poco ci mancava. E, parliamoci chiaro: io non oso neppure paragonarmi al Sommo Poeta, e il contenuto del mio libro è polvere rispetto alla Comedìa. Non è stata la mia produzione, tuttavia, è stata, senza alcun dubbio, la più sofferta finora: qualsiasi parola e qualunque suo sinonimo apparivano inesatti e inappropriati ad esprimere il calibro dei sentimenti e del sentire della mia creatura. Ma posso scorgere una nota positiva, esito di tutta questa sofferenza, che è bene che il lettore conosca e tenga a mente mentre sfoglia le pagine di questa storia: questo è davvero il caso in cui le parole sono state soppesate e hanno un peso.
Domanda - Un motivo per cui lei comprerebbe “LA DONNA CHE SALTAVA A GAMBE TESE”, se non lo avesse scritto.
Risposta - Non avrei motivo per comprarlo. O meglio, mi spiego: se dovessi comportarmi come Martina-lettrice, si susseguirebbero i consueti rituali di scelta della nuova lettura e, quindi, anzitutto prenderei il libro dallo scaffale delle "nuove uscite" solo perché incuriosita dal colore della copertina e dalla grafica; subito dopo leggerei il nome dell'autore che, non dicendomi nulla, sottrarrebbe significativi punti alla mia colonna immaginaria del "lo prendo" versus "non lo prendo; poi, però, l'occhio cadrebbe sul titolo che, alquanto bizzarro, ribalterebbe le sorti della partita tra "lo prendo vs non lo prendo" portandoli ad un onesto pareggio. Insomma, un cosiddetto "fifty-fifty" che mi indugerebbe davanti al volume in questione il tempo tale da costringere il libraio di turno, stanco della giornata lavorativa, a cacciarmi con quel garbo quasi sovrannaturale che contraddistingue la categoria (sí perché - vi invito a notarlo quando ne avrete occasione -, non esiste al mondo libraio scortese, tutti composti e disponibili, tutti dotati di voce sommessa effetto anestetizzante, quando in realtà - mia personalissima opinione - covano un'avversione nei confronti di noi lettori da fare invidia al Conte di Montecristo). Ma bando alle ciance e alla sincerità: il libro l'ho scritto io e, dunque, vi prego, compratelo!
Domanda - Ha in progetto altre opere da scrivere nel prossimo futuro? In caso affermativo, può darcene una anticipazione?
Risposta - Quando la scrittura è un bisogno, non si smette mai di scrivere. Se poi qualche scarabocchio del mio personale Zibaldone diverrà un prodotto editoriale ancora non lo so, vedremo…
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