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Opere pubblicate: 16114

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Edizione Straordinaria
per le celebrazioni del 60° Anniversario dell'assegnazione
del Premio Nobel per la Letteratura.

V Premio Internazionale
Salvatore Quasimodo

Scadenza prorogata e definitiva al 30 Settembre 2019
 




PARTECIPA AL LABORATORIO SULLA SCRITTURA POETICA
DI MARIELLA NAVA E GIUSEPPE ALETTI
SABATO 29 E DOMENICA 30 GIUGNO


 
Info sull'Opera
Autore:
Brunetto Latini
Tipo:
Poesia
 
Notizie Presenti:
 -

Il Tesoretto ( versi da 1 a 502 )

di Brunetto Latini

Al valente segnore

di cui non so migliore

sulla terra trovare:

ché non avete pare

né 'n pace né in guerra;

sì ch'a voi tutta terra

che 'l sole gira il giorno

e 'l mar batte d'intorno

san' faglia si convene,

ponendo mente al bene

che fate per usaggio,

ed a l'alto legnaggio

donde voi sete nato;

e poi da l'altro lato

potén tanto vedere

in voi senno e savere

a ogne condizione,

un altro Salamone

pare in voi rivenuto;

e bene avén veduto

in duro convenente,

ove ogn'altro semente,

che voi pur migliorate

e tuttora afinate;

il vostro cuor valente

poggia sì altamente

in ogne benananza

che tutta la sembianza

d'Alesandro tenete,

ché per neente avete

terra, oro ed argento;

sì alto intendimento

avete d'ogne canto,

che voi corona e manto

portate di franchezza

e di fina prodezza,

sì ch'Achilès lo prode,

ch'aquistò tante lode,

e 'l buono Ettòr troiano,

Lancelotto e Tristano

non valse me' di voe,

quando bisogno fue;

e poi, quando venite

che voi parole dite

o 'n consiglio o 'n aringa,

par ch'aggiate la lingua

del buon Tulio romano

che fu in dir sovrano:

sì buon cominciamento

e mezzo e finimento

sapete ognora fare,

e parole acordare

secondo la matera,

ciascuna in sua manera;

apresso tutta fiata

avete acompagnata

l'adorna costumanza,

che 'n voi fa per usanza

sì ricco portamento

e sì bel reggimento

ch'avanzate a ragione

e Senica e Catone;

e posso dire insomma

che 'n voi, segnor, s'asomma

e compie ogne bontate,

e 'n voi solo asembiate

son sì compiutamente

che non falla neente,

se non com' auro fino:

io Burnetto Latino,

che vostro in ogne guisa

mi son sanza divisa,

a voi mi racomando.

Poi vi presento e mando

questo ricco Tesoro,

che vale argento ed oro:

sì ch'io non ho trovato

omo di carne nato

che sia degno d'avere,

né quasi di vedere,

lo scritto ch'io vi mostro

i·llettere d'inchiostro.

Ad ogn'altro lo nego,

ed a voi faccio priego

che lo tegnate caro,

e che ne siate avaro:

ch'i' ho visto sovente

viltenere a la gente

molto valente cose;

e pietre prezïose

son già cadute i·lloco

che son grandite poco.

Ben conosco che 'l bene

assai val men, chi 'l tene

del tutto in sé celato,

che quel ch'è palesato,

sì come la candela

luce men, chi la cela.

Ma i' ho già trovato

in prosa ed in rimato

cose di grande assetto,

e poi per gran sagretto

l'ho date a caro amico:

poi, con dolor lo dico,

lu' vidi in man d'i fanti,

e rasemprati tanti

che si ruppe la bolla

e rimase per nulla.

S'aven così di questo,

si dico che sia pesto,

e di carta in quaderno

sia gittato in inferno.

Lo Tesoro comenza.

Al tempo che Fiorenza

froria, e fece frutto,

sì ch'ell'era del tutto

la donna di Toscana

(ancora che lontana

ne fosse l'una parte,

rimossa in altra parte,

quella d'i ghibellini,

per guerra d'i vicini),

esso Comune saggio

mi fece suo messaggio

all'alto re di Spagna,

ch'or è re de la Magna

e la corona atende,

se Dio no·llil contende:

ché già sotto la luna

non si truova persona

che, per gentil legnaggio

né per altro barnaggio,

tanto degno ne fosse

com' esto re Nanfosse.

E io presi campagna

e andai in Ispagna

e feci l'ambasciata

che mi fue ordinata;

e poi sanza soggiorno

ripresi mio ritorno,

tanto che nel paese

di terra navarrese,

venendo per la calle

del pian di Runcisvalle,

incontrai uno scolaio

su 'n un muletto vaio,

che venia da Bologna,

e sanza dir menzogna

molt' era savio e prode:

ma lascio star le lode,

che sarebbono assai.

Io lo pur dimandai

novelle di Toscana

in dolce lingua e piana;

ed e' cortesemente

mi disee immantenente

che guelfi di Firenza

per mala provedenza

e per forza di guerra

eran fuor de la terra,

e 'l dannaggio era forte

di pregioni e di morte.

Ed io, ponendo cura,

tornai a la natura

ch'audivi dir che tene

ogn'om ch'al mondo vene:

nasce prim[er]amente

al padre e a' parenti,

e poi al suo Comuno;

ond' io non so nessuno

ch'io volesse vedere

la mia cittade avere

del tutto a la sua guisa,

né che fosse in divisa;

ma tutti per comune

tirassero una fune

di pace e di benfare,

ché già non può scampare

terra rotta di parte.

Certo lo cor mi parte

di cotanto dolore,

pensando il grande onore

e la ricca potenza

che suole aver Fiorenza

quasi nel mondo tutto;

e io, in tal corrotto

pensando a capo chino,

perdei il gran cammino,

e tenni a la traversa

d'una selva diversa.

Ma tornando a la mente,

mi volsi e posi mente

intorno a la montagna;

e vidi turba magna

di diversi animali,

che non so ben dir quali:

ma omini e moglieri,

bestie, serpent' e fiere,

e pesci a grandi schiere,

e di molte maniere

ucelli voladori,

ed erbi e frutti e fiori,

e pietre e margarite

che son molto gradite,

e altre cose tante

che null'omo parlante

le porria nominare

né 'n parte divisare.

Ma tanto ne so dire:

ch'io le vidi ubidire,

finire e cominciare,

morire e 'ngenerare

e prender lor natura,

sì come una figura

ch'i vidi, comandava.

Ed ella mi sembrava

come fosse incarnata:

talora isfigurata;

talor toccava il cielo,

sì che parea su' velo,

e talor lo mutava,

e talor lo turbava

(al suo comandamento

movëa il fermamento);

e talor si spandea,

sì che 'l mondo parea

tutto nelle sue braccia;

or le ride la faccia,

un'ora cruccia e duole,

poi torna come sòle.

E io, ponendo mente

a l'alto convenente

e a la gran potenza

ch'avea, e la licenza,

uscìo de·rreo pensiero

ch'io avëa primero,

e fe' proponimento

di fare un ardimento

per gire in sua presenza

con degna reverenza,

in guisa ch'io vedere

la potessi, e savere

certanza di suo stato.

E poi ch'i' l'ei pensato,

n'andai davanti lei

e drizzai gli occhi miei

a mirar suo corsaggio.

E tanto vi diraggio,

che troppo era gran festa

li capel de la testa,

si ch'io credea che 'l crino

fosse d'un oro fino

partito sanza trezze;

e l'altre gran bellezze

ch'al volto son congiunte

sotto la bianca fronte,

li belli occhi e le ciglia

e le labbra vermiglia

e lo naso afilato

e lo dente argentato,

la gola biancicante

e l'altre biltà tante

composte ed asettate

e 'n su' loco ordinate,

lascio che no·lle dica,

né certo per fatica

né per altra paura:

ma lingua né scrittura

non seria soficente

a dir compiutamente

le bellezze ch'avea,

né quant' ella potea

in aria e in terra e in mare

e 'n fare e in disfare

e 'n generar di nuovo,

o di congetto o d'ovo

o d'altra incomincianza,

ciascuna in sua sembianza.

E vidi in sua fattura

ched ogne creatura

ch'avea cominciamento,

venï' a finimento.

Ma puoi ch'ella mi vide,

la sua cera che ride

inver' di me si volse,

e puoi a sé m'acolse

molto covertamente,

e disse immantenente:

"Io sono la Natura,

e sono una fattura

de lo sovran Fattore.

Elli è mio creatore:

io son da Lui creata

e fui incominciata;

ma la Sua gran possanza

fue sanza comincianza.

E' non fina né more;

ma tutto mio labore,

quanto che io l'alumi,

convien che si consumi.

Esso è onipotente;

ma io non pos' neente

se non quanto concede.

Esso tanto provede

e è in ogne lato

e sa ciò ch'è passato

e 'l futuro e 'l presente;

ma io non son saccente

se non di quel che vuole:

mostrami, come suole,

quello che vuol ch'i' faccia

e che vol ch'io disfaccia,

ond'io son Sua ovrera

di ciò ch'Esso m'impera.

Così in terra e in aria

m'ha fatta sua vicaria:

Esso dispose il mondo,

e io poscia secondo

lo Suo comandamento

lo guido a Suo talento.

A te dico, che m'odi,

che quattro so·lli modi

che Colui che governa

lo secolo in eterna,

mise ['n] operamento

a lo componimento

di tutte quante cose

son, palese e nascose.

L'una, ch'eternalmente

fue in divina mente

immagine e figura

di tutta Sua fattura;

e fue questa sembianza

lo mondo in somiglianza.

Di poi, al Suo parvente

sì creò di neente

una grossa matera,

che non avea manera

né figura né forma,

ma sì fu di tal norma,

che ne potea ritrare

ciò che volea formare.

Poi, lo Suo intendimento

mettendo a compimento,

sì lo produsse in fatto;

ma non fece sì ratto,

né non ci fu sì pronto,

ch'Elli in un solo punto

lo volessi compiére,

com' Elli avea il podere:

ma sei giorni durao,

il settimo posao.

Apresso il quarto modo

è questo ond' io godo,

ch'ad ogne crëatura

dispuose per misura

secondo il convenente

suo corso e sua semente;

e a questa quarta parte

ha loco la mi' arte,

sì che cosa che sia

non ha nulla balìa

di far né più né meno

se non a questo freno.

Ben dico veramente

che Dio onnipotente,

Quello ch'è capo e fine,

per gran forze divine

pò in ogne figura

alterar la natura

e far Suo movimento

di tutto ordinamento:

sì come déi savere,

quando degnò venire

la Maestà sovrana

a prender carne umana

nella Virgo Maria,

che contra l'arte mia

fu 'l suo ingeneramento

e lo Suo nascimento,

ché davanti e da puoi,

sì come savén noi,

fue netta e casta tutta,

vergine non corrotta.

Poi volse Idio morire

per voi gente guerire

e per vostro soccorso;

allor tutto mio corso

mutò per tutto 'l mondo

dal cielo infi·l profondo,

ché 'l sole iscurao,

la terra termentao:

tutto questo avenia

chè 'l mio Segnor patia.

E perciò che 'l me' dire

io lo voglio ischiarire,

sì ch'io non dica motto

che tu non sappie 'n tutto

la verace ragione

e la condizïone,

farò mio detto piano,

che pur un solo grano

non sia che tu non sacci:

ma vo' che tanto facci,

che lo mio dire aprendi,

sì che tutto lo 'ntendi;

e s'io parlassi iscuro,

ben ti faccio sicuro

di dicerlo in aperto,

sì che ne sie ben certo.

Ma perciò che la rima

si stringe a una lima

di concordar parole

come la rima vuole,

sì che molte fiate

le parole rimate

ascondon la sentenza

e mutan la 'ntendenza,

quando vorrò trattare

di cose che rimare

tenesse oscuritate,

con bella brevetate

ti parlerò per prosa,

e disporrò la cosa

parlandoti in volgare,

che tu intende ed apare.

Omai a ciò ritorno,

che Dio fece lo giorno

e la luce gioconda

e cielo e terra ed onda,

e l'aire crëao

e li angeli fermao,

ciascun partitamente:

e tutto di neente.

Poi la seconda dia

per la Sua gran balìa

stabilìo 'l fermamento

e 'l suo ordinamento.

Il terzo, ciò mi pare,

ispecificò 'l mare

e la terra divise

e 'n ella fece e mise

ogne cosa barbata

che 'n terra e radicata.

Al quarto dì presente

fece compiutamente

tutte le luminare,

stelle diverse e vare.

Nella quinta giornata

sì fu da Lui crëata

ciascuna crëatura

che nota in acqua pura.

Lo sesto dì fu tale,

che fece ogn'animale,

e fece Adamo ed Eva,

che puoi ruppe la treva

del Suo comandamento.

Per quel trapassamento

mantenente fu miso

fòra di Paradiso,

dov'era ogne diletto,

sanza neuno espetto

di fredo o di calore,

d'ira né di dolore;

e per quello peccato

lo loco fue vietato

mai sempre a tutta gente.

Così fu l'uom perdente:

d'esto peccato tale

divenne l'om mortale,

e ha lo male e 'l danno

e l'agravoso afanno

qui e nell'altro mondo.

Di questo greve pondo

son gli uomini gravati

e venuti em peccati,

perché 'l serpente antico,

che è nostro nemico,

sodusse a rea maniera

quella primaia mogliera.

Ma per lo mio sermone

intendi la ragione

perché fu ella fatta

e de la costa tratta:

prima, che l'uomo atasse;

poi, che multipricasse,

e ciascun si guardasse

con altra non fallasse.

Omai il coninciamento

e 'l primo nascimento

di tutte crëature

t'ho detto, se me cure.

Ma sacce che 'n due guise

lo Fattor lo devise:

ché l'une veramente

son fatte di neente,

ciò son l'anim' e 'l mondo,

e li angeli secondo;

ma tutte l'altre cose,

quantunque dicere ose,

son d'alcuna matera

fatte per lor manera".

vv.503-1062

E poi che l'ebbe detto,

davanti al suo cospetto

mi parve ch'io vedesse

che gente s'acogliesse

di tutte le nature

(sì come le figure

son tutte divisate

e diversificate),

per domandar da essa

ch'a ciascun sia permessa

sua bisogna compiére;

ed essa, ch'al ver dire

ad ognuna rendea

ciò ched ella sapea

che 'l suo stato richiede,

così in tutto provede.

E io, sol per mirare

lo suo nobile affare,

quasi tutto smarrìo;

ma tant' era 'l disio,

ch'io avea, di sapere

tutte le cose vere

di ciò ch'ella dicea,

ch'ognora mi parea

maggior che tutto 'l giorno:

sì ch'io non volsi torno,

anzi m'inginocchiai

e merzé le chiamai

per Dio, che le piacesse

ched ella m'acompiesse

tutta la grande storia

ond'ella fa memoria.

Ella disse esavia:

"Amico, io ben vorria

che ciò che vuoli intendere

tu lo potessi imprendere,

e sì sotile ingegno

e tanto buon ritegno

avessi, che certanza

d'ognuna sottiglianza

ch'io volessi ritrare,

tu potessi aparare

e ritenere a mente

a tutto 'l tuo vivente.

E comincio da prima

al sommo ed a la cima

de le cose crëate,

di ragione informate

d'angelica sustanza,

che Dio a Sua sembianza

crëò a la primera.

Di sì ricca manera

li fece in tutte guise

che 'n esse furo assise

tutte le buone cose

valenti e prezïose

e tutte le vertute

ed eternal salute;

e diede lor bellezza

di membra e di clarezza,

sì ch'ogne cosa avanza

biltate e beninanza;

e fece lor vantaggio

tal chent' io diraggio:

che non possen morire

né unquema' finire.

E quando Lucifero

si vide così clero

e in sì grande stato

grandito ed innorato,

di ciò s'insuperbio,

e 'ncontro al vero Dio,

Quello che l'avea fatto,

pensao d'un maltratto,

credendo Elli esser pare.

Così volse locare

sua sedia in aquilone,

ma la sua pensagione

li venne sì falluta

che fu tutt' abattuta

sua folle sorcudanza,

in sì gran malenanza

che, s'io voglio 'l ver dire,

chi lo volse seguire

o tenersi con esso

de regno for fu messo,

e piovvero in inferno

e 'n fuoco sempiterno.

Apresso imprimamente

in guisa di serpente

ingannò collo ramo

Eva, e poi Adamo;

e chi chi neghi o dica,

tutta la gran fatica,

la doglia e 'l marrimento,

lo danno e 'l pensamento

e l'angoscia e le pene

che la gente sostene,

lo giorno e 'l mese e l'anno,

venne da quello inganno;

e·lado ingenerare

e lo grave portare

e 'l parto doloroso

e 'l nudrir faticoso

che voi ci sofferite,

tutto per ciò l'avete;

lavorero di terra,

astio, invidia e guerra,

omicidio a peccato

di ciò fue coninciato:

ché 'nanti questo tutto

facea la terra frutto

sanza nulla semente

o briga d'on vivente.

Ma questa sottiltate

tocc' a Divinitate,

ed io non m'intrametto

di punto così stretto,

e non aggio talento

di sì gran fondamento

trattar con omo nato.

Ma quello che m'è dato,

io lo faccio sovente:

che se tu poni mente,

ben vedi li animali

ch'io no·lli faccio iguali

né d'una concordanza

in vista né in sembianza;

erbe e fiori e frutti,

così gli albori tutti:

vedi che son divisi

le natur' e li visi.

Acciò che t'ho contato

che l'omo fu plasmato

posci' ogne crëatura,

se ci ponessi cura,

vedrai palesemente

che Dio onnipotente

volse tutto labore

finir nello migliore:

ca chi ben inconinza

audivi per sentenza

ched ha bon mezzo fatto;

ma guardi, puoi dal tratto,

ca di reo compimento

aven dibassamento

di tutto 'l convenente;

ma chi orratamente

fina suo coninciato,

da la gente è laudato,

sì come dice un motto:

"La fine loda tutto".

E tutto ciò ch'on face,

pensa o parla o tace,

a tutte guise intende

a la fine ch'atende:

dunqu' è più grazìosa

la fine d'ogne cosa

che tutto l'altro fatto.

Però ad ogne patto

dé omo accivire

ciò che porria seguire

di quella che conenza,

ch'aia bella partenza.

E l'om, se Dio mi vaglia,

crëato fu san' faglia

la più nobile cosa

e degna e prezïosa

di tutte crëature:

così Que' ch'è 'n alture

li diede segnoria

d'ogne cosa che sia

in terra figurata;

ver' è ch'è 'nvizïata

de lo primo peccato

dond' è 'l mondo turbato.

Vedi ch'ogn'animale

per forza naturale

la testa e 'l viso bassa

verso la terra bassa,

per far significanza

de la grande bassanza

di lor condizïone,

che son sanza ragione

e seguon lor volere

sanza misura avere:

ma l'omo ha d'alta guisa

sua natura divisa

per vantaggio d'onore,

che 'n alto a tutte l'ore

mira per dimostrare

lo suo nobile affare,

ched ha per conoscenza

e ragione e scienza.

Dell'anima dell'uomo

io ti diraggio como

è tanto degna e cara

e nobile e preclara

che pote a compimento

aver conoscimento

di ciò ch'è ordinato

(sol se·nno fue servato

in divina potenza):

però sanza fallenza

fue l'anima locata

e messa e consolata

ne lo più degno loco,

ancor che sïa poco,

ched è chiamato core.

Ma 'l capo n'è segnore,

ch'è molto degno membro;

e s'io ben mi rimembro,

esso è lume e corona

di tutta la persona.

Ben è vero che 'l nome

è divisato, come

la forza e la scïenza:

ché l'anima in parvenza

si divide e si parte

e ovra in prusor parte.

Che se tu poni cura

quando la crïatura

vede vivificata,

è anima chiamata;

ma la voglia e l'ardire

usa la gente dire:

"Quest' è l'animo mio,

questo voglio e disio";

e l'om savio e saccente

dicon c'ha buona mente;

e chi sa giudicare

e per certo trïare

lo falso dal diritto,

ragione è nome detto;

e chi saputamente

un grave punto sente

in fatt' o in dett' o in cenno,

quelli è chiamato senno;

e quando l'omo spira,

l'alena manda e tira,

è spirito chiarnato.

Così t'aggio contato

che 'n queste sei partute

si parte la vertute

ch'all'anima fu data,

e così consolata.

Nel capo son tre çelle,

e io dirò di quelle.

Davanti è lo ricetto

di tutto lo 'ntelletto

e la forza d'aprendere

quello che puoi intendere;

in mezzo è la ragione

e la discrezïone,

che cerne ben da male,

e lo torto e l'iguale;

di dietro sta con gloria

la valente memoria,

che ricorda e ritene

quello che 'n esso avene.

Così, se tu ti pensi,

son fatti cinque sensi,

d'i quai ti voglio dire:

lo vedere e l'udire,

l'odorare e 'l gostare,

e dapoi lo toccare;

questi hanno per ofizio

che lo bene e lo vizio,

li fatti e le favelle

ritornano a le zelle

ch'i' v'aggio nominate,

e loco son pesate.

Ancor son quattro omori

di diversi colori,

che per la lor cagione

fanno la compressione

d'ogne cosa formare

e sovente mutare,

sì come l'una avanza

le altre in sua possanza:

ché l'una è 'n segnoria

de la malinconia,

la quale è freda e secca,

certo di lada tecca;

un'altr' è in podere

di sangue, al mio parere,

ch'è caldo ed omoroso

e fresco e gioioso;

frema in alto monta,

ch'umido e fredo pont' à,

e par che sia pesante

quell'omo, e più pensante;

poi la collera vene,

che caldo e secco tene,

e fa l'omo leggiero,

presto e talor fero.

E queste quattro cose,

così contrarïose

e tanto disiguali,

in tutti l'animali

mi convene acordare

ed i·lor temperare,

e rinfrenar ciascuno,

si ch'io li torni a uno,

si ch'ogne corpo nato

ne sia compressionato;

e sacce ch'altremente

non si faria neente.

Altresì tutto 'l mondo

dal ciel fin lo profondo

è di quattro aulimenti

fatto ordinatamenti:

d'aria, d'acqua e di foco

e di terra in suo loco;

ché, per fermarlo bene,

sottilmente convene

lo fredo per calore

e 'l secco per l'omore

e tutti per ciascuno

sì rinfrenar a uno

che la lor discordanza

ritorni in iguaglianza:

ché ciascuno è contrario

a l'altro ch'è disvario.

Ogn'omo ha sua natura

e diversa fattura,

e son talor dispàri:

ma io li faccio pari,

e tutta lor discordia

ritorno in tal concordia,

che io per lo·ritegno

lo mondo e lo sostegno,

salva la volontade

de la Divinitade.

Ben dico veramente

che Dio onnipotente

fece sette pianete,

ciascuna in sua parete,

e dodici segnali

(io ti dirò ben quali);

e fue il Suo volere

di donar lor podere

in tutte crëature

secondo lor nature.

Ma sanza fallimento

sotto meo reggimento

è tutta la loro arte,

sicché nesun si parte

dal corso che li ho dato,

a ciascun misurato.

E dicendo lo vero,

cotal è lor mistiero,

che metton forza e cura

in dar fredo e calura

e piova e neve e vento,

sereno e turbamento.

E s'altra provedenza

fue messa i·llor parvenza,

no 'nde farò menzione,

ché picciola cagione

ti porria far errare:

ché tu déi pur pensare

che le cose future,

e l'aperte e le scure,

la somma Maestate

ritenne in potestate.

Ma se di storlomia

vorrai saper la via,

de la luna e del sole

come saper si vuole,

e di tutte pianete,

qua 'nanzi l'udirete,

andando in quelle parte

dove son le sette arte.

Ben so che lungiamente

intorno al convenente

aggioti ragionato,

sl ch'io t'aggio contato

una lunga matera

certo in breve manera.

E se m'hai bene inteso,

nel mio dire ho compreso

tutto 'l coninciamento

e 'l primo nascimento

d'ogne cosa mondana

e de la gente umana;

e hotti detto un poco,

come s'avene loco,

de la Divinitate;

e holle intralasciate,

sì come quella cosa

ched è sì prezïosa

e sì alta e sì degna

che non par che s'avegna

che mette intendimento

in sì gran fondamento:

ma tu sempicemente

credi veracemente

ciò che la Chiesa Santa

ne predica e ne canta.

Apresso t'ho contato

del ciel com' è stellato,

ma quando fie stagione

udirai la cagione

del ciel com' è ritondo

e del sido del mondo.

Ma non sarà pe·rima,

com' e scritto di prima

ma per piano volgare

ti fie detto l'affare

e mostrato in aperto,

che ne sarai ben certo.

Ond'io ti priego ormai,

per la fede che m'hai,

che ti piaccia partire:

ché mi conviene gire

per lo mondo d'intorno,

e di notte e di giorno

avere studio e cura

in ogne crëatura

ch'è sotto mio mestero;

e faccio a Dio preghiero

che ti conduca e guidi

en tutte parti, e fidi".

Apresso esta parola

voltò 'l viso e la gola,

e fecemi sembianza

che sanza dimoranza

volesse visitare

e li fiumi e lo mare.

E, sanza dir fallenza,

ben ha grande potenza,

ché, s'io vo' dir lo vero,

lo suo alto mistero

è una maraviglia:

ché 'n un'ora compiglia

e cielo e terra e mare

compiendo suo affare,

ché 'n così poco stando

al suo breve comando

io vidi apertamente,

come fosse presente,

i fiumi principali,

che son quattro, li quali,

secondo il mio aviso,

movon di Paradiso,

ciò son Tigre e Fisòn,

Eofrade e Gïòn.

L'un se ne passa a destra

e l'altro ver' sinestra,

lo terzo corre in zae

e 'l quarto va di lae:

sì ch'Eufrade passa

ver' Babillona cassa

i·Mesopotanìa,

e mena tuttavia

le pietre preziose

e gemme dignitose

di troppo gran valore

per forza e per colore.

Gïòn va in Etïopia,

e per la grande copia

d'acqua che 'n esso abonda,

bagna de la sua onda

tutta terra d'Egitto

e l'amolla a diritto

una fiata l'anno

e ristora lo danno

che lo 'Gitto sostene,

che mai pioggia non viene:

così serva su' filo

ed è chiamato Nilo;

d'un su' ramo si dice

ched ha nome Calice.

Tigre tien altra via,

chè corre per Soria

sì smisuratamente

che non è om vivente

che dica che vedesse

cosa che sì corresse.

Fisòn va più lontano,

ed è da noi sì strano

che, quando ne ragiono,

io non trovo nessuno

che l'abbia navicato,

né 'n quelle parti andato.

E in poca dimora

provide per misura

le parti del Levante,

lì dove sono tante

gemme di gran vertute

e di molte salute;

e sono in quello giro

balsime ed ambra e tiro

e lo pepe e lo legno

aloè, ch'è sì degno,

e spigo e cardamomo,

gengiov' e cennamomo

e altre molte spezie,

che ciascuna in sua spezie

è migliore e più fina

e sana in medicina.

Apresso in questo poco

mise in asetto loco

le tigre e li grifoni

e leofanti e leoni,

cammelli e drugomene

e badalischi e gene

e pantere e castoro,

le formiche dell'oro

e tanti altri animali

ch'io non posso dir quali,

che son sì divisati

e sì dissomigliati

di corpo e di fazzone,

di sì fera ragîone

e di sì strana taglia

ch'io non credo, san' faglia,

ch'alcuno omo vivente

potesse veramente

per lingua o per scritture

recittar le figure

de le bestie ed uccelli,

tanto son, laidi e belli.

Poi vidi immantenente

la regina piagente

che stendëa la mano

verso 'l mare Ucïano,

quel che cinge la terra

e che la cerchia e serra,

e ha una natura

ch'è a veder ben dura,

ch'un'ora cresce molto

e fa grande timolto,

poi torna in dibassanza;

così fa per usanza:

or prende terra, or lassa,

or monta, or dibassa;

e la gente per motto

dicon c'ha nome fiotto.

E io, ponendo mente

là oltre nel ponente

apresso questo mare,

vidi diritto stare

gran colonne, le quale

vi pose per segnale

Ercolès lo potente,

per mostrare a la gente

che loco sia finata

la terra e terminata:

ch'egli per forte guerra

avea vinta la terra

per tutto l'uccidente,

e non trova più gente.

Ma doppo la Sua morte

sì son gente raccorte

e sono oltre passati,

sì che sono abitati

di là, in bel paese

e ricco per le spese.

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