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Edizione Straordinaria
per le celebrazioni del 60° Anniversario dell'assegnazione
del Premio Nobel per la Letteratura.

V Premio Internazionale
Salvatore Quasimodo

Scadenza prorogata e definitiva al 30 Settembre 2019
 




PARTECIPA AL LABORATORIO SULLA SCRITTURA POETICA
DI MARIELLA NAVA E GIUSEPPE ALETTI
SABATO 29 E DOMENICA 30 GIUGNO


 
Info sull'Opera
Autore:
Brunetto Latini
Tipo:
Poesia
 
Notizie Presenti:
 -

Il Tesoretto ( dal verso 1063 al verso 1510 )

di Brunetto Latini

1063-1510

Di questo mar ch'i' dico

vidi per uso antico

nella perfonda Spagna

partire una rigagna

di questo nostro mare,

che cerehia, ciò mi pare,

quasi lo mondo tutto,

sì che per suo condotto

ben pò chi sa dell'arte

navicar tutte parte,

e gire in quella guisa

di Spagna infin a Pisa

e 'n Grecia ed in Toscana

e 'n terra ciciliana

e nel Levante dritto

e in terra d'Igitto.

Ver' è che 'n orïente

lo mar volta presente

ver' lo settantrïone

per una regïone

dove lo mar non piglia

terra che sette miglia;

poi torna in ampiezza,

e poi in tale stremezza

ch'io non credo che passi

che cinquecento passi.

Da questo mar si parte

lo mar che non comparte,

là 'v'e la regïone

di Vinegia e d'Ancone:

così ogn'altro mare

che per la terra pare

di traverso e d'intorno,

si move e fa ritorno

in questo mar pisano

ov'è 'l mare Occïano.

E io che mi sforzava

di ciò che io mirava

saver lo certo stato,

tanto andai d'ogne lato

ch'io vidi apertamente,

davanti al mio vidente,

di ciascuno animale

e lo bene e lo male

e la lor condizione

e la 'ngenerazione

e lo lor nascimento

e lo cominciamento

e tutta loro usanza,

la vista e la sembianza.



Ond'io aggio talento

nello mio parlamento

ritrare ciò ch'io vidi.

Non dico ch'io m'afidi

di contarlo pe·rima

dal piè fin a la cima,

ma 'n bel volgare e puro,

tal che non sia oscuro,

vi dicerò per prosa

quasi tutta la cosa

qua 'nanti da la fine,

perché paia più fine.



Da poi ch'a la Natura

parve che fosse l'ora

del mio dipartimento,

con gaio parlamento

sl cominciò a dire

parole da partire

con grazia e con amore;

e faccendomi onore

disse: "Fi' di Latino,

guarda che 'l gran cammino

non torni esta semmana,

ma questa selva piana,

che tu vedi a sinestra,

cavalcherai a destra.

Non ti paia travaglia,

ché tu vedrai san' faglia

tutte le gran sentenze

e le dure credenze;

e poi da l'altra via

vedrai Fisolofia

e tutte sue sorelle;

e poi udrai novelle

de le quattro Vertute;

e se quindi ti mute,

troverai la Ventura;

a cui se poni cura,

ché non ha certa via,

vedrai Baratteria,

che 'n sua corte si tene

di diare e male e bene;

e se non hai timore,

vedrai i·Dio d'Amore,

e vedrai molte gente

che 'l servono umilmente,

e vedrai le saette

che fuor de l'arco mette.

Ma perché tu non cassi

in questi duri passi,

te', porta questa segna

che nel mio nome regna.

E se tu fossi giunto

d'alcun gravoso punto,

tosto lo mostra fuore:

non fia sì duro core

che per la mia temenza

non t'aggia in reverenza".

E io gechitamente

ricevetti 'l presente,

la 'nsegna che mi diede;

poi le basciai il piede

e mercé le gridai,

ch'ella m'avesse ormai

per suo racomandato.

E quando io fui girato,

già più no·lla rividi.

Or conven ch'io mi guidi

ver' là dove mi disse

'nanti che si partisse.

Or va mastro Burnetto

per un sentiero stretto,

cercando di vedere

e toccar e sapere

ciò che l'è destinato;

e non fu' guari andato

ch'i' fu' nella deserta,

dov' io non trovai certa

né strada né sentero.

Deh, che paese fero

trovai in quella parte!

Ché, s'io sapesse d'arte,

quivi mi bisognava,

ché, quanto io più mirava,

più mi parea salvaggio:

quivi non ha vïaggio,

quivi non ha magione,

quivi non ha persone,

non bestia, non uccello,

non fiume, non ruscello,

né formica né mosca

né cosa ch'io cognosca.

Ed io, pensando forte,

dottai ben de la morte:

e non è maraviglia,

ché ben trecento miglia

durava d'ogne lato

quel paese ismaggiato.

Ma sì m'asicurai

quando mi ricordai

del sicuro segnale

che contra tutto male

mi dà sicuramento;

e io presi andamento

quasi per aventura

per una valle scura,

tanto ch'al terzo giorno

io mi trovai d'intorno

un grande pian giocondo,

lo più gaio del mondo

e lo più dilettoso.

Ma ricontar non oso

ciò ch'i' trovai e vidi:

se Dio mi porti e guidi,

io non sarei creduto

di ciò ch'i' ho veduto;

ch'i' vidi imperadori

e re e gran segnori,

e mastri di scïenze

che dittavan sentenze,

e vidi tante cose

che già in rime né in prose

no·lle porria contare;

ma sopra tutti stare

vidi una imperadrice

di cui la gente dice

che ha nome Vertute,

ed è capo e salute

di tutta costumanza

e de la buona usanza

e d'i be' reggimenti

a che vivon le genti;

e vidi agli occhi miei

esser nate di lei

quattro regine figlie;

e strane maraviglie

vidi di ciascheduna,

ch'or mi parea pur una,

or mi parean divise

e 'n quattro parti mise,

sì ch'ognuna per séne

tenean sue propie mene,

ed avean su' legnaggio,

su' corso e su' vïaggio,

e 'n sua propria magione

tenean corte e ragione;

ma non già di paraggio,

ché l'un' è troppo maggio,

e poi di grado a grado

catuna va più rado.



E io, ch'avea il volere

di più certo sapere

la natura del fatto,

mi mossi sanza patto

di domandar fidanza,

e trassimi a l'avanza

de la corte maggiore,

che v'è scritto 'l tenore

d'una cotal sentenza:

"Qui demora Prodenza,

cui la gente in volgare

suole Senno chiamare".

E vidi ne la corte,

là dentro fra le porte,

quattro donne reali

che corte principali

tenean ragion ed uso.

Poi mi tornai là giuso

a un altro palazzo,

e vidi in bello stazzo

scritto per sottiglianza:

"Qui sta la Temperanza,

cui la gente talora

suol chiamare Misura".

E vidi là d'intorno

dimorare a soggiorno

cinque gran principesse,

e vidi ch'elle stesse

tenean gran parlamento

di ricco insegnamento.

Poi nell'altra magione

vidi in un gran pedrone

scritto per sottigliezza:

"Qui dimora Fortezza,

cui talor per usaggio

Valenza di coraggio

la chiama alcuna gente".

Poi vidi immantenente

quattro ricche contesse,

e gente rade e spesse

che stavano a udire

ciò ch'elle volean dire.

E partendomi un poco,

io vidi in altro loco

la donna incoronata

per una caminata,

che menava gran festa

e talor gran tempesta;

e vidi che lo scritto,

ch'era di sopra fitto

in lettera dorata,

dicea: "Io son chiamata

Giustizia in ogne parte".

E vidi i·l'altra parte

quattro maestre grandi,

e a li lor comandi

si stavano ubidenti

quasi tutte le genti.

Così, s'i' non misconto,

eran venti per conto

queste donne reali

che de le principali

son nate per lignaggio,

sì come detto v'aggio.

E s'io contar volesse

ciò ch'io ben vidi d'esse

insieme ed in divisa,

non credo i·nulla guisa

che iscrittura capesse

né che lingua potesse

divisar lor grandore,

né 'l bene né 'l valore.

Però più non ne dico;

ma sì pensai con meco

che quattro n'ha tra loro

cu' i' credo ed adoro

assai più coralmente,

perché 'l lor convenente

mi par più grazïoso

e a la gente in uso:

Cortesia e Larghezza

e Leanza e Prodezza.

Di tutte e quattro queste

il puro sanza veste

dirò in questo libretto:

dell'altre non prometto

di dir né di ritrare;

ma chi 'l vorrà trovare,

cerchi nel gran Tesoro

ch'io fatt' ho per coloro

c'hanno il core più alto:

là farò grande salto

per dirle più distese

ne la lingua franzese.

Ond' io ritorno ormai

per dir come trovai

le tre a gran dilizia

in casa di Giustizia,

ché son sue descendenti

e nate di parenti.

E io m'andai da canto

e dimora'vi tanto

ched i' vidi Larghezza

mostrare con pianezza

ad un bel cavalero

come nel suo mistero

si dovesse portare.

E dicìe, ciò mi pare:

"Se tu vuol' esser mio,

di tanto t'afid' io,

che nullo tempo mai

di me mal non avrai,

anzi sarai tuttore

in grandezza e in onore,

ché già om per larghezza

non venne in poverezza.

Ver' è ch'assai persone

dicon ch'a mia cagione

hanno l'aver perduto,

e ch'è loro avenuto

perché son larghi stati;

ma troppo sono errati:

ché, como è largo quelli

che par che s'acapilli

per una poca cosa

ove onor grande posa,

e 'n un'altra bruttezza

farà sì gra·larghezza

che fie dismisuranza?

Ma tu sappie 'n certanza

che null' ora che sia

venir non ti poria

la tua ricchezza meno

se ti tieni al mio freno

nel modo ch'io diraggio:

ché quelli è largo e saggio

che spende lo danaro

per salvar l'ogostaro.

Però in ogne lato

ti membri di tu' stato

e spendi allegramente;

e non vo' che sgomente

se più che sia ragione

despendi a le stagione,

anz' è di mio volere

che tu di non vedere

te infinghi a le fïate,

se danari o derrate

ne vanno per onore:

pensa che sia il migliore.

E se cosa adivenga

che spender ti convenga,

guarda che sia intento,

sì che non paie lento:

ché dare tostamente

è donar doppiamente,

e dar come sforzato

perde lo dono e 'l grato;

ché molto più risplende

lo poco, chi lo spende

tosto e a larga mano,

che que' che da lontano

dispende gran ricchezza

e tardi, con durezza.

Ma tuttavia ti guarda

d'una cosa che 'mbarda

la gente più che 'l grado,

cioè gioco di dado:

ché non è di mia parte

chi si gitta in quell'arte,

anz' è disvïamento

e grande struggimento.

Ma tanto dico bene,

se talor ti convene

giocar per far onore

ad amico o a segnore,

che tu giuochi al più grosso,

e non dire: "I' non posso".

Non abbie in ciò vilezza,

ma lieta gagliardezza;

e se tu perdi posta,

paia che non ti costa:

non dicer villania

né mal motto che sia.

Ancor, chi s'abandona

per astio di persona,

e per sua vanagroria

esce de la memoria

a spender malamente,

non m'agrada neente;

e molto m'è rubello

chi dispende in bordello

e va perdendo 'l giorno

in femine d'intorno.

Ma chi di suo bon core

amasse per amore

una donna valente,

se talor largamente

dispendesse o donasse

(non sì che folleggiasse),

be·llo si puote fare,

ma no'l voglio aprovare.

E tegno grande scherna

chi dispende in taverna;

e chi in ghiottornia

si getta, o in beveria,

è peggio che omo morto

e 'l suo distrugge a torto.

E ho visto persone

ch'a comperar capone,

pernice e grosso pesce,

lo spender no·lli 'ncresce:

ché, come vol sien cari,

pur trovansi i danari,

sì pagan mantenente,

e credon che la gente

lili ponga i·llarghezza;

ma ben è gran vilezza

ingolar tanta cosa

che già fare non osa

conviti né presenti,

ma colli propî denti

mangia e divora tutto:

ecco costume brutto!

Mad io, s'i' m'avedesse

ch'egli altro ben facesse,

unqua di ben mangiare

no·llo dovrei blasmare:

ma chi 'l nasconde e fugge

e consuma e distrugge,

solo che ben si pasce,

certo in mal punto nasce.

Hacci gente di corte

che sono use ed acorte

a sollazzar la gente,

ma domandan sovente

danari e vestimenti:

certo, se tu ti senti

lo poder di donare,

ben déi corteseggiare,

guardando d'ogne lato

di ciascun lo suo stato;

ma già non ublïare,

se tu puoi megliorare

lo dono in altro loco,

non ti vinca per gioco

lusinga di buffone:

guarda loco e stagione.

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