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Edizione Straordinaria
per le celebrazioni del 60° Anniversario dell'assegnazione
del Premio Nobel per la Letteratura.

V Premio Internazionale
Salvatore Quasimodo

Scadenza prorogata e definitiva al 30 Settembre 2019
 




PARTECIPA AL LABORATORIO SULLA SCRITTURA POETICA
DI MARIELLA NAVA E GIUSEPPE ALETTI
SABATO 29 E DOMENICA 30 GIUGNO


 
Info sull'Opera
Autore:
Brunetto Latini
Tipo:
Poesia
 
Notizie Presenti:
 -

Il Tesoretto ( dal berso 1511 al verso 2002 )

di Brunetto Latini

1511-2002

Ancora abbi paura

d'improntare a usura;

ma se ti pur convene

aver per spender bene,

prego che rende ivaccio,

ché non è bel procaccio

né piacevol convento

di diece render cento:

già d'usura che dài

nulla grazia non hai;

né 'n ciò non ha larghezza,

ma tua gran pigrezza.

Ben forte mi dispiace

e gran noia mi face

donzello e cavalero

che, quando un forestero

passa per la contrada,

non lascia che non vada

a farli compagnia

in casa e per la via,

e gran cose promette,

ma altro non vi mette:

così ten questa mena;

e chi lo 'nvita a cena,

terrebbe ben lo 'nvito;

non farebbe convito,

servigio né presente.

Ma sai che m'è piagente?

quando vene un forese,

di farli ben le spese

secondo che s'aviene:

ché presentar ritiene

amore ed onoranza,

compagnia ed usanza.

E sai ch'io molto lodo?

che tu a ogne modo

abbi di belli arnesi

e privati e palesi,

sì che 'n casa e di fore

si paia 'l tuo onore.

E se tu fai convito

o corredo bandito,

fa'l provedutamente,

che non falli neente:

di tutto inanzi pensa;

e quando siedi a mensa,

non far un laido piglio,

non chiamare a consiglio

sescalco né sergente,

ché da tutta la gente

sarai scarso tenuto

e non ben proveduto.

Omai t'ho detto assai:

perciò ti partirai,

e dritto per la via

ne va' a Cortesia,

e prega da mia parte

che ti mostri su' arte,

ché già non veggo lume

sanza 'l su' bon costume".



Lo cavaler valente

si mosse inellamente

e gìo sanza dimora

loco dove dimora

Cortesia grazïosa,

ln cui ognora posa

pregio di valimento,

e con bel gechimento

la pregò che 'nsegnare

li dovess' e mostrare

tutta la maestria

di fina cortesia.

Ed ella immantenente

con buon viso piacente

disse in questa manera

lo fatto e la matera:

"Sie certo che Larghezza

è 'l capo e la grandezza

di tutto mio mistero,

sì ch'io non vaglio guero,

e s'ella non m'aita

poco sarei gradita.

Ella è mio fondamento,

e io suo doramento

e colore e vernice:

ma chi lo buon ver dice,

se noi due nomi avemo,

quasi una cosa semo.

Ma a te, bell' amico,

primeramente dico

che nel tuo parlamento

abbi provedimento:

non sia troppo parlante,

e pensati davante

quello che dir vorrai,

ché non retorna mai

la parola ch'è detta,

sì come la saetta

che va e non ritorna.

Chi ha la lingua adorna,

poco senno gli basta,

se per follia no'l guasta.

E 'l detto sia soave,

e guarda non sia grave

in dir ne' reggimenti,

ché non puo' a le genti

far più gravosa noia:

consiglio che si moia

chi spiace per gravezza,

ché mai non si ne svezza;

e chi non ha misura,

se fa 'l ben, sì l'oscura.



Non sia inizzatore,

né sia redicitore

di quel ch'altra persona

davante a te ragiona;

né non usar rampogna,

né dire altrui menzogna,

né villania d'alcuno:

ché già non è nessuno

cui non posse di botto

dicere u·laido motto.

Né non sie sì sicuro

che pur un motto duro

ch'altra persona tocca

t'esca fuor de la bocca:

ché troppa sicuranza

fa contra buona usanza;

e chi sta lungo via

guardi di dir follia.

Ma sai che ti comando

e pongo a greve bando?

che l'amico de bene

innora quanto téne

a piede ed a cavallo.

Né già per poco fallo

non prender grosso core,

per te non falli amore.



E abbie sempre a mente

d'usar con buona gente,

e da l'altra ti parti:

ché, sì come dell'arti,

qualche vizio n'aprendi,

sì ch'anzi che t'amendi

n'avrai danno e disnore.

Però a tutte l'ore

ti tieni a buona usanza,

perciò ch'ella t'avanza

in pregio ed in valore,

e fatt' esser migliore

e dà bella figura:

ché la buona natura

si rischiara e pulisce

se 'l buon uso seguisce.

Ma guarda tuttavia,

s'a quella compagnia

tu paressi gravoso,

di gir non sie più oso,

mad altra ti procaccia

a cui il tu' fatto piaccia.



Amico, e guarda bene,

con più ricco di téne

non ti caglia d'usare,

ch'o starai per giullare

o spenderai quant'essi:

che se tu no'l facessi,

sarebbe villania;

e pensa tuttavia

che larga inconincianza

sì vuol perseveranza.

Dunque déi provedere,

se 'l porta tuo podere,

che 'l facci apertamente;

se non, sì poni mente

di non far tanta spesa

che poscia sia ripresa;

ma prendi usanz' a tale

che sia con teco iguale;

e s'avanzasse un poco,

non ti smagar di loco,

ma spendi di paraggio:

non prendere avantaggio.

E pensa ogne fïata,

se nella tua brigata

ha omo al tu' parere

men potente d'avere,

per Dio no·llo sforzare

più che non posse fare:

che se per tu' conforto

il su' dispende a torto

e torna in basso stato,

tu ne sarai biasmato.

Ma ben ci son persone

d'altra condizïone,

che si chiaman gentili:

tutt' altri tegnon vili

per cotal gentilezza;

e a questa baldezza

tal chiaman mercennaio

che più tosto uno staio

spenderia di fiorini

ch'essi di picciolini,

benché li lor podere

fosseron d'un valere.

E chi gentil si tiene

sanza fare altro bene

se non di quella boce,

credesi far la croce,

ma e' si fa la fica:

chi non dura fatica

sì che possa valere,

non si creda capere

tra gli uomini valenti

perché sia di gran genti;

ch'io gentil tengo quelli

che par che modo pilli

di grande valimento

e di bel nudrimento,

sì ch'oltre suo lignaggio

fa cose d'avantaggio

e vive orratamente,

sì che piace a le gente,

Ben dico, se 'n ben fare

sia l'uno e l'altro pare,

quelli ch'è meglio nato

è tenuto più a grato,

non per mia maestranza,

ma perch' è sì usanza,

la qual vince e rabatti

gran parte d'i mie' fatti,

sì ch'altro no ne posso:

ch'esto mondo è sì grosso

che ben per poco detto

si giudica 'l diritto;

ché lo grande e 'l minore

ci vivono a romore.

Perciò ne sie aveduto

di star tra lor sì muto

chè non ne faccia·risa:

pàssati a la lor guisa,

che 'nanzi ti comporto

che tu segue lo torto;

che se pur ben facessi,

da che lor non piacessi,

nulla cosa ti vale

e dir bene né male.

Però non dir novella

se non par buona e bella

a ciascun che la 'ntende,

ché tal ti ne riprende

che aggiunge bugia,

quando se' ito via,

che ti déi ben dolere.

Però déi tu sapere

in cotal compagnia

giucar di maestria,

ciò è che sappie dire

quel che deia piacere;

e lo ben, se 'l saprai,

con altrui lo dirai,

dove fie conusciuto

e ben caro tenuto,

ché molti sconoscenti

troverai fra le genti,

che metton maggio cura

d'udire una laidura

ch'una cosa che vaglia:

trapassa e non ti caglia.

E sie bene apensato,

s'un om molto pesato

alcuna volta faccia

cosa che non s'aggiaccia

in piazza né in templo,

no 'nde pigliare asemplo,

perciò che non ha scusa

chi altrui mal s'ausa.

E guarda non errassi

se tu stessi o andassi

con donna o con segnore

o con altro maggiore;

e benché sie tuo pare,

che lo sappie innorare,

ciascun per lo su' stato.

Siene sì ampensato,

e del più e del meno,

che tu non perdi freno;

ma già a tuo minore

non render più onore

ch'a luï si convenga,

né ch'a vil te ne tenga:

però, s'egli è più basso,

va sempre inanzi un passo.



E se vai a cavallo,

guardati d'ogne fallo;

quando vai per cittade,

consiglioti che vade

molto cortesemente:

cavalca bellamente,

un poco a capo chino,

ch'andar così 'n disfreno

par gran salvatichezza;

né non guardar l'altezza

d'ogne casa che truove;

guarda che non ti move

com'on che sia di villa;

non guizzar com' anguilla,

ma va' sicuramente

per vïa tra la gente.

Chi ti chiede in prestanza,

non fare adimoranza

se tu li vuol' prestare:

no'l far tanto tardare

che 'l grado sia perduto

anzi che sia renduto.



E quando se' in brigata,

seguisci ogne fïata

lor via e lor piacere,

ché tu non déi volere

pur far a la tua guisa,

né far di lor divisa.

E guàrdati ad ogn'ora

che laida guardatura

non facci a donna nata

a casa o nella strata:

però chi fa 'l sembiante

e dice ch'è amante,

è un briccon tenuto.

E io ho già veduto

solo d'una canzone

peggiorar condizione:

ché già 'n questo paese

non piace tal arnese.

E guarda in tutte parti

ch'Amor già per su' arti

non t'infiammi lo core:

con ben grave dolore

consumerai tua vita,

né mai di mia partita

non ti potrei tenere,

se fossi in suo podere.



Or ti torna a magione,

ch'omai è la stagione;

e sie largo e cortese,

sì che 'n ogne paese

tutto tuo convenente

sia tenuto piagente".



Per così bel commiato

n'andò da l'altro lato

lo cavalier gioioso,

e molto confortoso

per sembianti parea

di ciò ch'udito avea;

e 'n questa benenanza

se n'andò a Leanza,

e lei si fece conto,

e poi disse suo conto

sì come parve a lui:

e certo io che vi fui

lodo ben sua manera

e 'l costume e la cera.

E vidi Lealtate

che pur di veritate

tenea suo parlamento;

con bello acoglimento

li disse: "Ora m'intendi

e ciò ch'io dico aprendi.



Amico, primamente

consiglio che non mente,

e 'n qual parte che sia

tu non usar bugia:

ch'on dice che menzogna

ritorna in gran vergogna

però c'ha breve corso;

e quando vi se' scorso,

se tu a le fïate

dicessi veritate,

non ti sarà creduta.

Ma se tu hai saputa

la verità d'un fatto,

e poi per dirla ratto

grave briga nascesse,

certo, se la tacesse,

se ne fossi ripreso,

sarai da me difeso.

E se tu hai parente

o caro benvogliente

cui la gente riprenda

d'una laida vicenda,

tu dê essere acorto

a diritto ed a torto

in dicer ben di lui,

e per fare a colui

discreder ciò che dice;

e poi, quando ti lice,

l'amico tuo gastiga

del fatto onde s'imbriga.

Cosa che tu promette,

non vo' che la dimette:

comando che s'atenga,

purché mal non n'avenga

Ben dicon buoni e rei:

"Se tu fai ciò che déi,

avegna ciò che puote";

ma poi, chi ti riscuote

s'un grave mal n'avene?

Foll' è chi teco tene:

ch'i' tegno ben leale

chi per un picciol male

fa schifare un maggiore,

se 'l fa per lo migliore,

sì che lo peggio resta.



E chi ti manofesta

alcuna sua credenza,

abbine retenenza,

e la lingua sì lenta

ch'un altro no la senta

sanza la sua parola:

ch'io già per vista sola

vidi manofestato

un fatto ben celato.

E chi ti dà in prestanza

sua cosa, o in serbanza,

rendila sì a punto

che non sie in fallo giunto.

E chi di te si fida,

sempre lo guarda e guida,

né già di tradimento

non ti vegna talento.



E vo' ch'al tuo Comune,

rimossa ogne cagione,

sie diritto e leale,

e già per nullo male

che ne poss' avenire

no·llo lasciar perire.

E quando se' 'n consiglio,

sempre ti tieni al meglio:

né prego né temenza

ti mova i·rria sentenza.

Se fai testimonianza,

sia piena di leanza;

e se giudichi altrui,

guarda sì abondui

che già da nulla parte

non falli l'una parte.

Ancor ti priego e dico,

quand' hai lo buono amico

e lo leal parente,

amalo coralmente:

non si' a sì grave stallo

che tu li facce fallo.



E voglio ch'am' e crede

Santa Chiesa e la fede;

e solo e infra la gente

innora lealmente

Geso Cristo e li santi,

sì che' vecchi e li fanti

abbian di te speranza

e prendan buon' usanza.

E va', che ben ti pigli

e che Dio ti consigli,

ché per esser leale

si cuopre molto male".

Allora il cavalero,

che 'n sì alto mestero

avea la mente misa,

se n'andò a distesa

e gìsene a Prodezza;

e quivi con pianezza

e con bel piacimento

e disse il suo talento.



Allor vid' io Prodezza

con viso di baldezza

sicuro e sanza risa

parlare in questa guisa:

"Dicoti apertamente

che tu non sie corrente

a far né a dir follia,

ché, per la fede mia,

non ha presa mi' arte

chi segue folle parte;

e chi briga mattezza

non fie di tale altezza

che non ruvini a fondo:

non ha grazia nel mondo.

E guàrdati ognora

che tu non facci ingiura

né forza a om vivente:

quanto se' più potente,

cotanto più ti guarda,

ché la gente non tarda

di portar mala boce

a om che sempre noce.

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