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29 SETTEMBRE 2022

 


 

 

 

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Info sull'Opera
Autore:
Pietro Aretino
Tipo:
Racconto
 
Notizie Presenti:
 -

DIALOGO tra Nanna e Pippa ( I Giornata, 1 )

di Pietro Aretino

AL GENTILE E ONORATO MESSER BERNARDO VALDAURA
REALE ESSEMPIO DI CORTESIA
PIETRO ARETINO.

Certamente se il mio animo, il quale è con voi quasi sempre, non mi vi rammentava, io era a peggior partito che non sono i vizi còlti in uggio da lo odio che in eterno gli portarà quella libertà di natura concessami da le stelle: perché, sendo io tenuto di molto obligo con una schiera di mezzi iddii, non sapeva a chi mi intitolare la istoria che io vi intitolo. S'io la dedicava al re di Francia, ingiuriava quel dei Romani. Offerendola al gran genero di Cesare e gran duca di Fiorenza, lume di giustizia e di continenzia, mi dimostrava ingrato a la somma bontà di Ferrara. Volgendola al magno Antonio da Leva, che averia detto di me l'ottima eccellenzia di Mantova e l'onorato marchese del Vasto? Porgendola al buon prencipe di Salerno, dispiaceva al fedel conte Massimiano Stampa. Se io la indrizzava a don Lopes Soria, con qual fronte mi rivolgeva io dintorno al conte Guido Rangone e al signor Luigi Gonzaga suo cognato, le cui qualità onorano tanto l'armi e le lettere quanto l'armi e le lettere onorano lui? Se io la presentava a Loreno, chi mi assicurava de la grazia di Trento? Che sodisfazione dava io a Claudio Rangone, lampa di gloria, colocandola nel signor Livio Liviano, o nel generoso cavalier da Legge? Come trattava io l'ottimo signor Diomede Caraffa e il mio signor Giambattista Castaldo, a la gentilezza del quale tanto debbo, caso che io ne avesse ornato qualcuno altro? Ma lo apparirmi voi ne la mente è stato cagione che io vi porgo i presenti ragionamenti: e ben lo meritano le condizioni le quali vi fanno risplendere come ne le loro risplendono i miei benefattori. E se io vi teneva in fantasia quando consacrai i tre giorni dei Capricci al Bagattino, per avere egli la qualità dei gran maestri (che io odio per grazia de la loro avarizia), uscivano forse in campo a nome vostro: solo per aver voi di quelle parti le quali hanno i grandi uomini che io per lor vertù adoro, e sète mercatante nel procacciare e re nel dispensare, né senza quale vi congiugneste di carnal benivolenzia col tanto animoso quanto infelice Marco di Nicolò. E vergogninsi i monarchi terreni: non parlo del saggio e valoroso duca Francesco Maria, ai meriti del quale mi inchino mattina e sera, ma di quelli che lasciano le lodi che se gli solevano dare e i libri che si imprimevano a nome loro, non pure a privati gentiluomini, ma a le scimie ancora, e merita di sedere a la destra de le Croniche del Iovio l'atto del Molza e del Tolomeo, i quali fecero recitare una lor comedia a tutti gli staffieri e a tutti i famigli di stalla di Medici magnanima memoria, facendo star di fuora tutte le gran gentaglie. E per dirvi, Omero nel formare Ulisse non lo imbellettò con la varietà de le scienze, ma lo fece conoscitore dei costumi de le genti. E perciò io mi sforzo di ritrarre le nature altrui con la vivacità che il mirabile Tiziano ritrae questo e quel volto; e perché i buoni pittori apprezzano molto un bel groppo di figure abozzate lascio stampare le mie cose così fatte, né mi curo punto di miniar parole: perché la fatica sta nel disegno, e se bene i colori son belli da per sé, non fanno che i cartocci loro non sieno cartocci, e tutto è ciancia, eccetto il far presto e del suo. Eccovi là i Salmi, eccovi la Istoria di Cristo, eccovi le Comedie, eccovi il Dialogo, eccovi i volumi divoti e allegri, secondo i subietti; e ho partorito ogni opera quasi in un dì: e perché si fornisca di vedere ciò che sa far la dote che si ha ne le fasce tosto udiransi i furori de l'armi e le passioni d'amore, che io doveria lasciar di cantare per descrivere i gesti di quel Carlo Augusto che inalza più gli uomini a consentire che se gli dica uomo, che non abbassa gli dèi a non sopportare che se gli dica iddio. E quando io non fosse degno di onor veruno mercé de le invenzioni con le quali do l'anima a lo stile, merito pur qualche poco di gloria per avere spinto la verità ne le camere e ne le orecchie dei potenti a onta de la adulazione e de la menzogna, e per non difraudare il mio grado, usarò le parole istesse del singulare messer Gian Iacopo imbasciadore d'Urbino: "Noi che spendiamo il tempo nei servigi dei prencipi, insieme con ogni uomo di corte e con ciascun vertuoso, siamo riguardati e riconosciuti dai nostri padroni bontà dei gastighi che gli ha dati la penna di Pietro". E lo sa Milano come cadde de la sacra bocca di colui che in pochi mesi mi ha arricchito di due coppe d'oro: "L'Aretino è più necessario a la vita umana che le predicazioni, e che sia il vero, esse pongano in su le dritte strade le persone semplici, e i suoi scritti le signorili"; e il mio non è vanto, ma un modo di procedere per sostener se medesimo osservato da Enea dove non era conosciuto. E per conchiuderla, accettate il dono che io vi faccio, con quel core che io ve lo appresento; e in premio di ciò, fate riverenza a don Pedro di Toledo, marchese di Villa Franca e veceré di Napoli, in mio nome.



IN QUESTA PRIMA GIORNATA
DEL DIALOGO DI MESSER PIETRO ARETINO
LA NANNA INSEGNA A LA SUA FIGLIUOLA PIPPA
L'ARTE PUTTANESCA.


NANNA. Che collera, che stizza, che rabbia, che smania, che batticuore e che sfinimento e che senepe è cotesta tua, fastidiosetta che tu sei?
PIPPA. Egli mi monta la mosca, perché non mi volete far cortigiana come vi ha consigliata monna Antonia mia santola.
NANNA. Altro che terza bisogna per desinare.
PIPPA. Voi sète una matrigna, uh, uh...
NANNA. Piagni su, bambolina mia.
PIPPA. Io piagnerò per certo.
NANNA. Pon giuso la superbia, ponla giuso dico: perché se non muti vezzi, Pippa, se non gli muti, non arai mai brache al culo, perché oggidì è tanta la copia de le puttane, che chi non fa miracoli col saperci vivere non accozza mai la cena con la merenda e non basta lo esser buona robba, aver begli occhi, le trecce bionde: arte o sorte ne cava la macchia, le altre cose son bubbole.
PIPPA. Sì dite voi.
NANNA. Così è, Pippa, ma se farai a mio senno, se aprirai ben le orecchie ai miei ricordi, beata te, beata te, beata te.
PIPPA. Se vi spacciate a farmi signora, io le aprirò a fatto a fine.
NANNA. Caso che tu voglia ascoltarmi e lasciar di baloccare ad ogni pelo che vola, avendo il capo ai grilli come usi di fare mentre io ti rammento il tuo utile, ti stragiuro per questi paternostri che io mastico tuttavia, che fra .XV. dì a la più lunga ti metto a mano.
PIPPA. Dio il volesse, mamma.
NANNA. Vogli pur tu.
PIPPA. Io voglio, mammina cara, mammina d'oro.
NANNA. Se tu vuoi, anche io voglio; e sappi figliuola, che son più che certa del tuo diventar maggiore di qual sia mai suta favorita di papi, e ti veggo al Cielo: e perciò bada a me.
PIPPA. Ecco che io ci bado.
NANNA. Pippa, se bene ti faccio tener da la gente di .XVI. anni tu ne hai .XX. netti e schietti, e nascesti poco doppo al roinare del conchiavi di Leone, e quando per tutta Roma si gridava "palle, palle", io raitava "oimè, oimè": e appunto si appiccavano l'armi dei Medici su la porta di San Pietro quando io ti feci.
PIPPA. E perciò non mi tenete più a vendemiar nebbia: che mi dice Sandra mia cugina che si usano di .XI. e di .XII. per tutto il mondo, e che l'altre non hanno credito.
NANNA. Non tel nego, ma tu non ne mostri .XIV. E per tornare a me, dico che tu mi attenda senza trasognare, e fà conto che io sia il maestro e tu il fanciullo che impara a compitare, anzi pensati che io sia il predicatore e tu il cristiano: ma se vuoi esser il fanciullo, ascoltami come fa egli quando ha paura di non andare a cavallo, se vuoi essere il cristiano, fa pensiero di odirmi nel modo che ode la predica colui che non vuole andare a casa maladetta.
PIPPA. Così faccio.
NANNA. Figlia, coloro che gittano la robba, l'onore, il tempo e se stessi dirieto a le bagasce, si lamentano sempre del poco cervello di questa e di quella non altrimenti che il loro esser pazze gli roinasse, e non si avvedendo che le fanfalughe che hanno in capo sono la lor ventura, le vituperano e le minacciano. Onde io delibero che il tuo esser savia gli faccia toccar con mano che guai ai meschini che ci incappano, se le puttane non fosser ladre, traditore, ribalde, cervelline, asine, trascurate, manigolde, da poche, briache, lorde, ignoranti, villane e il diavolo e peggio.
PIPPA. Perché, voi?
NANNA. Perché s'elle avessero tanta bontà quanta hanno malizia la gente che pure a la fine è ralluminata dai tradimenti e da le assassinarie che si veggano fare di dì e di notte, doppo un sopportare di sei, sette e dieci anni, cacciatele a le forche, hanno più piacere di vederle stentare che non ebbero dispiacere di vedersi sempre rubar da loro: e non è altro il morirsi di fame di qualunche si sia, mentre saziano di se stesse la lebbra, il cancaro e il mal francioso che le scanna, che il non esser mai state una ora in proposito.
PIPPA. Io comincio a intenderla.
NANNA. Odimi pure e ficcati nel capo le mie pistole e i miei vangeli, i quali ti chiariscano in due parole dicendoti: se un dottore, un filosofo, un mercatante, un soldato, un frate, un prete, un romito, un signore e un monsignore e un Salamone è fatto parer bestia da le pazzarone, come credi tu che quelle che hanno sale in zucca trattassero i babbioni?
PIPPA. Male gli trattarebbono.
NANNA. E perciò non è il diventar puttana mestiere da sciocche e io, che il so, non corro a furia col fatto tuo, e bisogna altro che alzarsi i panni e dir "Fà, che io fo", chi non vuol fallire il di che apre bottega. E per venir al midollo, egli interverrà, sentendosi che tu sei manomessa, che molti vorranno esser dei primi serviti, e io somigliarò un confessore che riconcili la ciurma, cotanti pissi pissi arò ne le orecchie dagli imbasciadori di questo e di quello, e sempre sarai caparrata da una dozzina: talché ci verria bene che la stomana avesse più di che non ha il mese, ma eccoti che io sto in su le mie, e rispondo a un servidor di messer tale: "Egli è il vero che Pippa mia ci è stata colta Iddio sa come (comar vacca, comar ruffiana, io te ne pagarò) e la mia figliuola, più pura che un colombo, non ci ha colpa, e da leal Nanna, una volta sola ha consentito, e vorria esser ben barba chi mi recassi a dargnele, ma sua Signoria mi ha incantata di sorte che io non ho lingua che sappia dirgli di no: sì che ella verrà poco doppo l'avemaria". E tu, in quello che il messo si move per trottare a portar la imbasciata, atraversa un tratto la casa, e fingendo che i capegli te si sleghino, làsciategli cader giù per le spalle ed entra in camera, alzando tanto il viso che il famiglio ti dia una occhiatina.
PIPPA. Che importa il farlo?
NANNA. Importa che i garzoni sono tutti frappatori e ciurmatori dei lor signori; e giugnendo questo che io dico dinanzi al suo, per furar le grazie ansciando e tutto affannato dirà: "Padrone, io ho tanto fatto, che ho visto la putta: ella ha le trecce che paiano fila d'oro, ha due occhi che ne disgrazio un falcone, una altra cosa: io vi mentovai a posta per vedere che segno faceva udendo di voi; che più? ella mi è suta per abbrusciare con un sospiro".
PIPPA. Che pro' mi faranno cotali bugie?
NANNA. Ti cacciaranno in grazia di colui che ti desidera, facendogli parer mille anni lo aspettarti una ora: e quanti corrivi credi tu che ci sieno, i quali s'innamorano per sentire lodare da le fanti le lor padrone, e vengano in succhio mentre le bugiarde e infingarde le pongano sopra il ciel del forno?
PIPPA. Le fanti ancora sono de la buccia dei servidori?
NANNA. E peggio. Or tu te ne andrai a casa de l'uomo da bene che io ti do per essempio, e io con teco; e subito arrivata a lui, ti verrà incontra o in capo la scala o fino a l'uscio: fermati tutta in su la persona, che potria sgangararsi per la via; e rassettate le membra sul dosso e guardati un tratto sottomano i compagni che ragionevolmente gli staranno poco di lungi, affige umilmente i tuoi occhi nei suoi, e sciorinata che tu hai una profumata riverenzia, sguaina il saluto con quella maniera che sogliono far le spose e le impagliate (disse la Perugina), quando i parenti del marito o i compari gli toccano la mano.
PIPPA. Io diventarò forse rossa a farlo.
NANNA. E io allegra, perché il belletto che ne le gote de le fanciulle pone la vergogna, cava l'anima altrui.
PIPPA. Basta dunque.
NANNA. Fatte le cerimonie secondo che si richiede quello col quale tu hai a dormire, la prima cosa te si farà seiere a lato, e nel pigliarti la mano accarezzarà me che, per far correre il volto dei convitati nel tuo viso, terrò sempre fitti gli occhi ne la tua faccia, facendo vista di stupire de le tue bellezze. E così cominciarà a dirti: "Madonna vostra madre ha ben ragione di adorarvi perché le altre fanno donne, ed ella angeli", e si avviene che dicendo simili parole si chini per basciarti l'occhio o la fronte, rivolgetigli dolcemente e sfodera un sospiretto che appena sia inteso da lui: e si fosse possibile che in cotal atto tu ti facessi le guance del rosato che io dico, lo coceresti al primo.
PIPPA. Si, eh?
NANNA. Madesì.
PIPPA. La ragione?
NANNA. La ragione è che il sospirare e lo arrossare insieme, sono segni amorosi e un principiar di martello; e perché ognuno si contiene stando in sul tirato, colui che ha a goderti la seguente notte cominciarà a darsi ad intendere che tu sia guasta di lui: e tanto più il crederà, quanto più lo perseguitarai con gli sguardi; e ragionando tuttavia teco, ti tirarà a poco a poco in un cantone: e con le più dolci parole e con le più accorte che potrà, entraratti su le ciance. Qui ti bisogna risponder a tempo, e con boce soave sforzati di dire alcuna parola che non pizzichi del chiasso. Intanto la brigata, che si starà giorneando meco, si accostarà a te come bisce che si sdrucciolano su per l'erba, e chi dirà una cosa e chi un'altra, ridendo e motteggiando: e tu in cervello; e tacendo e parlando, fà si che il favellare e lo star queta paia bello ne la tua bocca; e accadendoti di rivolgerti ora a questo e ora a quell'altro, miragli senza lascivia, guardandogli come guardano i frati le moniche osservantine, e solamente lo amico che ti dà cena e albergo pascerai di sguardi ghiotti e di parole attrattive. E quando tu vuoi ridere, non alzar le boci puttanescamente spalancando la bocca, mostrando ciò che tu hai in gola: ma ridi di modo che niuna fattezza del viso tuo non diventi men bella; anzi accrescile grazia sorridendo e ghignando, e lasciati prima cadere un dente che un detto laido; non giurar per Dio né per santi, ostinandoti in dire "Egli non fu così", né ti adirare per cosa che ti si dica da chi ha piacere di pungere le tue pari: perché una che sta sempre in nozze debbe vestirsi più di piacevolezza che di velluto, mostrando del signorile in ogni atto; e ne lo essere chiamata a cena, se bene sarai sempre la prima a lavarti le mani e andare a tavola, fattelo dire più d'una volta: perché se ringrandisce ne lo umiliarsi.
PIPPA. Lo farò.
NANNA. E venendo la insalata, non te le avventare come le vacche al fieno: ma fà i boccon piccin piccini, e senza ungerti appena le dita póntigli in bocca; la quale non chinarai, pigliando le vivande, fino in sul piatto come talor veggo fare ad alcuna poltrona: ma statti in maestà, stendendo la mano galantemente, e chiedendo da bere, accennalo con la testa; e se le guastade sono in tavola, tòtene da te stessa, e non empire il bicchiere fino a l'orlo, ma passa il mezzo di poco: e ponendoci le labbra con grazia, nol ber mai tutto.
PIPPA. E s'io avessi gran sete?
NANNA. Medesimamente beene poco, acciò che non te si levi un nome di golosa e di briaca. E non masticare il pasto a bocca aperta, biasciando fastidiosamente e sporcamente: ma con un modo che appena paia che tu mangi; e mentre ceni favella men che tu puoi: e se altri non ti dimanda, fà che non venga da te il ciarlare, e se te si dona o ala o petto di cappone o di starna da chi siede al desco dove tu mangi, accettalo con riverenzia, guardando perciò l'amante con un gesto che gli chiegga licenza senza chiederla, e finito di mangiare, non ruttare, per l'amor d'Iddio!
PIPPA. Che saria se me ne scappasse uno?
NANNA. Ohibò! Tu caderesti di collo a la schifezza non che agli schifi.
PIPPA. E quando io farò quello che mi insegnate e più, che sarà?
NANNA. Sarà che tu acquistarai fama de la più valente e de la più graziosa cortigiana che viva; e ognuno dirà, mentovandosi l'altre, "State queti, che val più l'ombra de le scarpe vecchie de la signora Pippa, che le tali e le cotali calzate e vestite"; e quelli che ti conosceranno, restandoti schiavi, andran predicando de le tue vertù; onde sarai più desiderata che non son fuggite quelle che han i fatti di mariuole e di malandrine: e pensa s'io ne gongolarò.
PIPPA. Che debbo io fare cenato che aremo?
NANNA. Intertienti un pochettino con chi sarà dove te, non ti levando mai da canto al drudo, e venuta l'ora del dormire, lasciaraimi ritornare a casa, e poi, riverentemente detto "Buona notte a le Signorie vostre", guardati più che dal fuoco di non esser veduta né udita pisciare, né far tuo agio, né portar fazzoletto per forbirtela: perché cotali cose farieno recere i polli, che beccano d'ogni merda. Ed essendo serrata in camera, guarda pure se tu vedi sciugatoio o scuffia che te si atagli e, senza chiedere, và lodando i sciugatoi e le scuffie.
PIPPA. A che fine?
NANNA. A fine che il cane, che è a la cagna, ti proferisca o l'uno o l'altra.
PIPPA. E se egli me le proferisce?
NANNA. Piantagli un bascio con una punta di lingua, e accetta.
PIPPA. Sarà fatto.
NANNA. Poi, mentre egli si corcarà a staffetta, vatti spogliando pian piano, e mastica qualche parolina fra te stessa mescolandola con alcun sospiro: per la qual cosa sarà di necessità che ti dimandi, nel tuo entrargli allato: "Di che sospiravate voi, anima mia?", allotta squinternane un altro e dì: "Vostra Signoria mi ha amaliato", e dicendolo abbraccialo stretto stretto, e basciàtelo e ribasciàtelo che tu lo arai, fatte il segno de la croce, fingendo di essertene scordata a lo entrar giù: e se non vuoi dire orazione né altro, mena un pochetto le labbra acciò che paia che la dica per esser costumata in ogni cosa. Intanto il brigante, che ti stava aspettandoti nel letto come uno che ha fame bestiale e si è posto a tavola senza esserci ancor suso né pan né vino, ti andrà lisciando con la mano le pocce, tuffandoci tutto il ceffo per bersele, e poi il corpo, calandola a poco a poco a la monina, e dato che le arà parecchi mostacciatine, verrà a maneggiarti le cosce: e perché le chiappettine son di calamita, tiraranno a sé la mano che io ti dico, e festeggiatole alquanto, cominciarà a tentarti, con lo intermetterti il suo ginocchio fra le gambe, di voltarti (non si arrischiando di chedertelo così a la prima): e tu soda; e caso ch'egli imiagolando faccia il bambolino cadendo nei vezzi salvatichi, non ti voltare.
PIPPA. E se mi sforzasse?
NANNA. Non si sforza niun, matta.
PIPPA. E che è il lasciarselo far più dinanzi che dirieto?
NANNA. Scimonita, tu parli propio da sciocca come tu sei, dimmi: che val più, un giulio o un ducato?
PIPPA. Io v'ho: l'ariento è da men che l'oro.
NANNA. Pure il dicesti. Ora io penso a un bel tratto...
PIPPA. Insegnatemelo.
NANNA. ...bello, bellissimo.
PIPPA. Deh sì, mamma.
NANNA. Se pur pure egli ti va ponendo la leva fra le cosce per volgerti a suo modo, atasta si egli ha catenine al braccio o anelli in dito; e secondo che il moscone ti si raggira intorno per la tentazione che gli dà l'odore de l'arosto, prova s'egli se gli lascia tòrre: se lo fa, lascialo fare, e svalisciàtelo de le gioie, lo truffarai per lettera; quando no, digli a la libera: "Dunque vostra Signoria va dirieto a così fatte ribaldarie?". Ciò detto, ti recarà a buon modo, e montandoti a dosso, fà il tuo debito, figlia: fallo, Pippa, perché le carezze con le quali si fanno compire i giostranti son la rovina loro, il dargliene dolce gli ammazza; e poi una puttana che fa ben quel fatto è come un merciaro che vende care le sue robbe: e non si ponno simigliare se non a una bottega di merciarie le ciance, i giuochi e le feste che escano da una puttana scaltrita.
PIPPA. Che similitudine che voi fate.
NANNA. Ecco un merciaro ha stringhe, specchi, guanti, corone, nastri, ditali, spilletti, aghi, cinte, scuffioni, balzi, saponetti, olio odorifero, polver de cipri, capelli e centomilia di ragion cose. Così una puttana ha nel suo magazzino parolette, risi, basci, sguardi: ma questo è nulla: ella ha ne le mani e ne la castagna i rubini, le perle, i diamanti, gli smeraldi e la melodia del mondo.
PIPPA. Come?
NANNA. Come, ah? Non è niuno che non tocchi il ciel col dito quando l'amica che si ama, mentre ti dà la linguina per cantone, ti grappa il cotale, e stringendolo due o tre volte, te lo rizza, e ritto che te lo ha, gli dà una menatina, e poi il lascia in succhio: e stata così un poco poco, ti si reca i sonagli su la palma crivellandogli con essa soavemente, doppo questo ti sculaccia, e grattandoti fra i peli ritorna a rimenartelo: talché la pinca, che è in sapore, pare un che vuol recere e non pò; ma lo imbertonato a così fatte carezze si sta badiale, e non cambiaria il suo spasso con quello d'un porcellin grattato; e quando si vede cavalcare da colei che egli sta per cavalcare, va in dolcezza come un che compisce.
PIPPA. Che odo io?
NANNA. Ascolta e impara a vendere le merci tue: a la fede Pippa che se una che sale il suo amoroso fa una particella di quello che ti dirò, ella è atta a cavargli i denari degli stinchi con altra astuzia che i dadi e le carte non gli cavano di quelli dei giuocatori.
PIPPA. Io vel credo.
NANNA. Tienlo pur per certo.
PIPPA. Volete che io faccia ciò che voi dite con chi io vado' albergo?
NANNA. Si, fallo.
PIPPA. Come il posso io fare, standomi sopra?
NANNA. Ci mancano vie da farlo saltare!
PIPPA. Mostratemene una.
NANNA. Eccola. Mentre egli ti gualca, piagni, diventa ritrosa non ti movere, ammutisci; e se ti domanda ciò che tu hai rugnisci pure, e ciò facendo, è forza che si fermi e dicati. "Cor mio fovvi io male? avete voi dispiacer del piacer che io mi piglio?", e tu a lui: "Vecchietto caro, io vorrei..." (e qui finisci); ed egli dirà: "Che?"; e tu pur mugola; a la fine, tra parole e cenni, chiariscilo che vuoi correre una lancia a la giannetta.
PIPPA. Or fate conto che io sia dove voi dite.
NANNA. Se tu sei con la fantasia a far quel che io vorrei che tu facessi, acconciati bene adagio; e acconcia che sei, fasciagli il collo con le braccia e bascialo dieci volte in un tratto, e preso che gli arai il pistello con mano, stringegnelo tanto che si finisca di imbizzarrire: e infocato ch'egli è, ficcatelo nel mozzo e spigneti inver lui tutta tutta; e qui ti ferma e bascialo; stata un nonnulla, sospira a la infoiata e dì: "Se io faccio, farete?"; lo stallone risponderà con voce incazzita: "Sì, speranza"; e tu, non altrimenti che il suo spuntone fosse il fuso e la tua sermollina la ruota dove ella si rivolge, comincia a girarti, e s'egli accenna di fare, ritienti dicendo: "Non anco, vita mia": e datogli una stoccatina in bocca con la lingua, non ischiodando punto de la chiave che è ne la serratura, rispigni, rimena e rificca; e piano e forte, e dando di punta e di taglio, tocca i tasti da paladina. E per istroncarla, io vorrei che facendo quella faccenda tu facessi di quelli azzichetti che fanno coloro che giuocano al calcio mentre hanno il pallone in mano: i quali schermiscano con artificio e, mostrando di voler correre or qua or là, furano tanto di tempo che, senza esser impacciati da chi gli è contra, danno il colpo come gli piace.
PIPPA. Voi mi ammonite ne la onestade, e poi mi ammaestrate ne le disonestà a la sbracata.
NANNA. Io non esco dei gangari punto, e vo' che tu sia tanto puttana in letto quanto donna da bene altrove: e fà che non si possa imaginar carezza che non facci a chi dorme teco e stà sempre in su le vedette, grattandolo dove gli dole. Ah! ah! ah!
PIPPA. Di che ridite voi?
NANNA. Rido de la scusa che hanno trovata coloro ai quali non si rizza la coda.
PIPPA. Che scusa è questa?
NANNA. Il dar la colpa al troppo amore; e certo certo, se non fosse il dir così, rimarrebbono più impacciati che non sono i medici quando lo ammalato, che domandano s'ei va del corpo, risponde "Si", non sapendo dargli altro rimedio: onde si vergognano come i vecchi che montatici a dosso ci pagano di doppioni e di cantafavole.
PIPPA. Appunto vi voleva dimandare come io mi ho ad arrecare sotto un bavoso correggero che puzza di sotto e di sopra, e in che foggia io mi ho a lasciar pestare dal suo starmi tutta notte a dosso: e mia cugina mi racconta che una non so chi venne meno in cotal novella.
NANNA. Figliuola, la soavità degli scudi non lascia arrivare al naso i fiati marci né la puzza dei piedi: ed è peggio il tòrsi una ceffata che il sopportare il cesso che è ne la bocca di chi spende comperando il patire che si fa dei lor difetti a peso d'oro. E stammi a udire, che ti vo' contare come hai a reggerti con ogni musico musicorum, e come tu maneggi le nature altrui: e che tu le voglia sopportare con pacienzia, tu sei più padrona di quel che loro hanno che non sono io tua e mia.
PIPPA. Entratemi un poco in su questi vecchi.
NANNA. Eccoti a cena con quei lussuriosi che hanno buona volontà e triste gambe. Pippa, le vivande ci sono a sbacco, i vini a l'ordine, le ciance a la signorile; e chi gli ode frappare diria "Questi tali andranno .XV. miglia per ora": e se le prove del letto si assimigliassero a quelle che fanno intorno ai fasciani e a la malvagia, ne incacarebbero Orlando. Ma se contentassero l'amiche in chiavarle come le contentano in darle dei buon bocconi a tavola, beate loro! I boriosi e volonterosi, sperando nel pevere, nei tartufi, nei cardi e in certi lattovari calidi che vengano di Francia, ne fanno maggiori scorpacciate che i contadini de l'uva; e inghiottendo l'ostrighe senza masticarle, vorrebber pure far miracoli. A così fatte cene puoi tu manicare quasi senza cerimonie.
PIPPA. Perché?
NANNA. Perché il piacer loro è d'imboccarti come si imboccano i bambini: e hanno più sollazzo che si mangi a l'affamata, che non ha il cavallo del sufolare del famiglio che lo abevera; e poi i vecchi son nimichi de le sposarie.
PEPPA. Sì che io potrò, mangiando seco, rendere i coltellini a le continenze dette di sopra.
NANNA. A la croce d'Iddio che tu mi riesci: e se vai di bene in meglio, l'altre restaranno come il prete da le poche offerte. Mi era smenticato di avvertirti che non ti netti i denti col tovagliuolo, risciacquandogli con l'acqua pura, tosto che arai cenato coi vecchi (come farai nel tuo cenar coi giovani): perché potrebbero schifarsi, con dir seco stessi "Costei dileggia i nostri, che si dimenano standoci in bocca appiccati con la cera".
PIPPA. Io me li voglio forbire a lor posta.
NANNA. Faccende.
PIPPA. Orsù, io non me gli nettarò.
NANNA. Tu puoi ben razzolargli intorno con uno stecco di ramerino ascosamente.
PEPPA. Veniamo al coricarsi seco.
NANNA. Ah! ah! ah! Io non mi posso tener di ridere, perché bisogna che si guardino di non andar al destro come ho detto che te ne guardi tu: oh che vesce, oh che loffe che tranno! I mantici dei fabri non soffiano sì forte, e mentre torcendo il muso si sforzano di cacare stroppelli, tengano in mano uno scartoccio di peneti per racquetar la tossa che gli crocifigge. È ben vero che, spogliandosi in giubbone, son vaghi da vedere. Come si sia, essi, che si ricordano de la gioventudine come dei sermenti verdi gli asini e le micce, stanno in zurlo con più appetito che mai; e abbracciando la ninfa, non ti potria dire con che filastroccola la lusingano; e quelle cianciarelle che le balie usano ai fanciulli che non sanno ciò che si voglino, sono i confetti loro. Ti mettano lo spa<r>viere in pugno, ti suggano le pocce, salgonti a dosso a cavalcioni e ti voltano di qua, ti aggirano di là; onde tu, solleticandogli e sotto le braccia e nei fianchi, mettetegli intorno: e come l'hai fatto risentire, ripiglialo e diguazzalo con tanti arzigogoli che egli alzi la testa balordon balordoni.
PIPPA. Anco quei dei vecchi si levano in superbia?
NANNA. Qualche volta, ma l'abbassano tosto, e se tu vedesti tuo padre buona memoria, quando ne la sua malatia si sforzava di levarsi a sedere sul letto ricadendo subito a ghiacere, vedi la menchia d'un simile, la quale è de la natura dei lombrichi, che rientrano in se stessi e risospingansi in fuora caminando.
PIPPA. Mamma, voi mi avete insegnato gli atti che io ho a fare stando di sopra e ogni cacariuola che ci accasca, ma non come io l'ho a conchiudere.
NANNA. Non dire altro, che io ti afferro: e mi cresce di sorte l'animo, vedendoti stare a casa, che io vado in cimbalis, e tornando indrieto, dico che tu vuoi dire che io ti dica a che ti hanno a servire i savoretti che tu farai standoti sopra il fottente (parlando a l'usanza).
PIPPA. Voi l'avete pel ciuffetto.
NANNA. Non ti ricordi tu, Pippa, quando il Zoppino vendette in banca la leggenda di Campriano?
PIPPA. Mi ricordo di quel Zoppino che quando canta in banca tutto il mondo corre a udirlo.
NANNA. Quello è desso. Hai tu in mente il ridere che tu facesti sendo noi dal mio compar Piero, mentre con la Luchina e con la Lucietta sue lo ascoltavate?
PIPPA. Madonna sì.
NANNA. Tu sai che 'l Zoppino cantò come Campriano cacciò tre lire di quattrini nel forame del suo asino: e menollo a Siena e lo fece comperare a due mercatanti cento ducati, dandogli ad intendere che egli cacava moneta.
PIPPA. Ah! ah! ah!
NANNA. Poi seguitò la storia fino a la metà: e come ebbe adescata la turba ben bene, voltò mantello; e inanzi che si desse a finirla, volse spacciar mille altre bagattelle.
PIPPA. La non mi va.
NANNA. Sai tu, baston de la mia vecchiezza, quello che ti interverrà lasciandomi finir di favellare?
PIPPA. Che?
NANNA. Quello che interviene a chi mira un che si tuffa sotto acqua notando: che sempre il vede apparire dove mai non pose mente. Dicoti che come l'arai messo in dolcezza coi tuoi atti di sorte che stia per isputar la lumaca senza guscio, fermati con dire "Io non posso più"; prieghi a sua posta, di pure "Io non posso".
PIPPA. Dirò anco "Io non voglio".
NANNA. Dillo: perché, dicendolo, verrà in quella volontà che ha chi, ardendo di sete per la febbre che il fa bollire, si vede strappar di mano una secchia d'acqua fresca che la compassione del suo famiglio, traendola del pozzo allotta allotta, gli aveva data. E nel tuo far vista di smontar da cavallo ti prometterà cose grandi: e tu in contegno. A la fine, lanciatosi a la borsa, ti gli darà tutti mentre, fingendo tu di non gli volere, stenderai la mano per torgli: perché il dire "non voglio" e "non posso" in sul bel del fare, sono le recette che vende il Zoppino, nel lasciare in secco la brigata che smascellava, stroncando la novella di Campriano.
PIPPA. Gli è fatto il becco a l'oca. Ora al vecchio.
NANNA. Al vecchio che, sudando e ansciando più che non suda e non anscia uno al quale fa il culo lappe lappe, ti stemperarà tutta quanta nel fartelo nol facendo, è forza dar la baia, e ponendogli il viso sul petto, dire "Chi è la vostra putta? chi è il vostro sangue?" e "Chi è la vostra figlia? Pappà, babbino, babbetto, non sono io il vostro cucco?"; e grattandogli ogni bruscolino e ogni rughetta che gli trovi a dosso, digli "ninna, ninna" cantando ancora una canzoncina sottovoce trattandolo da rimbambito: e so ch'egli ti si rivolgerà con atti bambineschi e chiamaratti "mammina, mammotta" e "mammetta". In questo affrontalo, e atasta se la scarsella è sotto il piumaccio: ed essendoci, non ce ne lasciare uno, e s'ella non ci è, faccela essere. E cotale arte bisogna usare, perché i miseroni lambiccano un danaio quattro ore quando non si trastullano: e se ti promettano veste o collane, non te gli spiccar da le spalle finché non si ordina il dono. Poi, o co le dita o con quello che gli pare, mettinlo pure nel dritto e nel rovescio, che non te ne darei un pistacchio.
PIPPA. Non dubitate.
NANNA. Odi questa: eglino son gelosi, ed entrano sul gigante menando le mani con le parole a la bestiale: ma se gli vai ai versi, oltre che pioveranno i presenti, ne cavarai uno spasso de l'altro mondo. E mi par vedere uno più scaduto che il bisavolo de l'Antecristo, con i calzoni e il giubbone di broccato tutto tagliuzzato, con la berretta di velluto impennacchiata coi puntali e con un martello di diamanti in una medaglia d'oro con la barba d'ariento di coppella, e le gambe e le mani tremolanti, la faccia guizza; caminando a schincio spasseggiarà fin entro al di intorno a casa, fischiando, abbaiando e ronfiando come i gatti di gennaio. E sto per iscompisciarmi sotto per le risa pensando a una berta che rifaria il millesimo.
PIPPA. Ditemela.
NANNA. Un ceretan poltrone gli diede ad intendere che aveva una tinta da barbe e da capegli, sì nera e sì morata che i diavoli son bianchi a comperazione. Ma la voleva vender sì cara che lo fece stare parecchi e parecchi dì a dargli orecchie. A la fin fine parendogli che la sua testa di porro e la sua barba di stoppa gli scemassi reputazione con l'amore, contò .XXV. ducati vineziani al ceretano, il quale, o fosse per burlarlo o fosse per giuntarlo, gli fece i capegli e la barba del più azzurro turchino che dipignesse mai coda di cavallo barbaro o turco: di modo che bisognò raderlo fino a la cotenna, onde ne fu favola del popolo un tempo, anzi se ne ride ancora.
PIPPA. Ah! ah! ah! Me lo par vedere, vecchio pazzo. Ma se me ne dà alcuno ne l'unghie, voglio che sia il mio buffone.
NANNA. Anzi fà il contrario; né lo soiare per conto alcuno, e massimamente dove son brigate: perché la vecchiezza dee riverirsi, poi saresti tenuta una sciagurata e una scelerata a dar baie a un cotal uomo: io voglio che tu dimostri di averlo nel core inchinandotigli per ogni paroluzza che ti dice; onde nascerà che degli altri vecchi ringiovaniranno amandoti: e se pur pur vuoi tortene riso, fallo qui fra noi.
PIPPA. A farlo, se facendolo ho a far bene
NANNA. Entriamo ne le signorie.
PIPPA. Entriamoci.
NANNA. Ecco un signore ti richiede: e io ti mando o tu vai, tanto è. Qui ti conviene dar del buono, perché sono avvezzi con gran donne, e più si pascano di ragionamenti e di chiacchiare che d'altro. Sappi favellare, rispondi a proposito, non iscappare trasandando di palo in frasca: perché i servidori suoi, non pur sua Signoria, ti faranno drieto i visacci, non ti recar là da goffa né da civetta, ma gentilmente. E se si sona o canta, tieni sempre tese le orecchie al suono e al canto, lodando i maestri de l'uno e de l'altro, benché tu non te ne diletti e non te ne intenda, e se ci è alcun vertuoso, accostategli con faccia allegra, mostrando di apprezzar più loro che (mi farai dire) il signor ch'è ivi.
PIPPA. A che fine?
NANNA. Per buon rispetto.
PIPPA. Suso!
NANNA. Perché non ti mancarebbe altro se non che un tale ti facesse i libri contra, e che per tutto si bandisse di quelle ladre cose che sanno dir de le donne: e ti staria bene che fosse stampata la tua vita come non so chi scioperato ha stampata la mia, come ci mancassero puttane di peggior sorte di me: e se si avesse a squinternare gli andamenti di chi vo' dir io, si oscurarebbe il sole. E quanti abbai sono suti fatti sopra il fatto mio! Chi riprende ciò che io ho detto de le suore, dicendo "Ella mente d'ogni cosa", non si accorgendo che io lo dissi a l'Antonia per farla ridere e non per dir male, come forse arei saputo dire: ma il mondo non è più desso, né ci pò più vivere una persona che ci sa essere.
PIPPA. Non collera.
NANNA. Guarda, Pippa: io son suta suora, e ne uscii perché ne uscii: e s'io avessi voluto informar l'Antonia come elle si maritano, e chiamano il frate "la mia amicizia", e il frate chiama la suora "la mia amicizia", lo arei molto ben saputo dire. E solamente a contare le cose che i brodai raccontano a le sue amicizie quando tornano da predicare di qualche lato, faceva stupire le stigmate: perché io so ciò che fanno con le vedove che gli presentano di camisce, di fazzoletti e di desinari, e le tresche e i guazzabugli. E fu pur grande quella di colui che mentre si scagliava in sul pergamo come un drago, mettendoci tutti per perduti, gli cadde fra il popolo, che a la moccicona lo ascoltava la berretta che si teneva ne la manica, onde viddero i ricami ascosti: nel mezzo del di drento stava un core di seta incarnata che ardeva in un fuoco di seta rossa, e intorno a l'orlo, di lettere nere si leggeva:

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