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Info sull'Opera
Autore:
Pittura
Tipo:
Racconto
 
Notizie Presenti:
 -

MARIA MANTEGNA - I miti e leggende medievali

di Pittura

MARIA MANTEGNA. MITI E LEGGENDE MEDIEVALI

Palazzo delle Aquile / Piazza Pretoria, 1 - Palermo
dal 15 al 24 Febbraio 2008

Orari: feriali: 9.30-18; sabato: 9.30-12.30; domenica: 9.30-12

Inaugurazione: venerdì 15 Febbraio 2008, ore 17

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MARIA MANTEGNA / Principali testi critici e testimonianze


“Chi conosce di persona Maria Mantegna, nel mirare la sua arte, potrebbe accusare un certo smarrimento.
Infatti dalla sua personalità e dalla sua indole gioiosa e serena si aspetterebbe di certo una pittura stilizzata, dai toni lievi, appena accennati, una figurazione di Arcadia pastorale o contadinesca, una sinfonia paesistica, simile
a quella generata dai pittori del tardo romanticismo, come Fontanesi, Fattori, Sernesi. Possiamo invece dire che dalle tele di Maria Mantegna si sprigiona una forza interiore sorprendente, affascinante pure, espressa nell'intensità sensuale dei colori, nei contorni marcati delle figure, nei movimenti disperati e disperanti che tendono a evasioni, a fughe verso libertà ignote, primordiali; una passione per l'arte e nell'arte che travolge i limiti angusti del quotidiano, delle banalità del vivere comune; una forza misteriosa, inquieta di cavalli possenti, di pupi in lotta che si agitano e che proviene dall'oscurità, forse inconscia, di un verde-azzurro cupo che tende a schiarirsi fino a illuminarsi di una luce onirica e seducente. Una pittura contrastante, appunto col carattere mite e dolce dell'artista ma è quella contenuta mitezza, a volte accettata come compromesso o come maschera, unica alternanza del vivere in una società pianificata di medio-borghesi e a volte esasperata anche, che esplode
in un anelito di liberazione verso forme di vita più autentiche. Certo è pure che l'inquietudine, la complessa problematica che traduce il sentimento in logos sta sempre nell'artista che si distingue dalla mediocrità e dal facile dilettantismo e Maria Mantegna vive già dell'inquietudine dei grandi artisti, come pure la sua arte si è già elevata a più alti destini“.
[FRANCO PANARELLO]


“Quando Maria Mantegna afferma che alle radici della sua arte c’è la necessità di “staccare la spina dal quotidiano” per liberare la propria fantasia, viaggiare nel tempo alla ricerca di antiche atmosfere, di radici profonde; legami che uniscono tutti gli esseri viventi da millenni, in realtà la pittrice compie un salto che neanche immagina, passare dal quotidiano, dal divenire, dalla storia alla realtà trascendente del mito (“Illud Tempus”), che solo l’arte può compiere. La scala con cui si innalza è una tecnica pittorica appropriata, ben
riuscita per rievocare miti e leggende: il mondo dei greci e la cavalleria medioevale, con tutto il fantastico che evoca. Con istinto sicuro Maria Mantegna sfugge ad un pericolo molto presente oggi nella letteratura e nell’arte
moderna, che usa il mito come evasione. Incapaci di affrontare i problemi sociologici del realismo in seguito al fallimento storico delle ideologie, molti artisti usano il mitologismo moderno come moda. Per istinto sicuro Maria
Mantegna sfugge a tutto questo e si ancora a quell’intuizione sicura di cui parla Friedrich Schlegel: “Il centro e l’anima di ogni poesia vanno ricercati nella mitologia e nei misteri antichi”.
Ella ci restituisce “Le cose che non avvennero mai, ma sono sempre”. Esse costituiscono una meta ideale a cui tenere. Evocano una “Rivelazione Primitiva” e una funzione dell’arte fra il visibile e l’invisibile. Ecco perché
l’artista invoca la funzione onirica perché i sogni lasciano intuire e trasparire la realtà ideale che si cela dietro il reale. In questo senso, l’arte ha la funzione rivelatrice che con la sua bellezza rasserena, purifica e consola.
Esemplari in questo senso sono i suoi cavalli, cavalli nel mito. Cavalli di vita che “vengono dal recesso dell’anima” che combattono come Dei nelle lotte fra gli uomini; ma poi emergono come vincitori, come i “soli della vittoria” che emergono dai flutti del “Gran mare frenetico” della storia. Maria Mantegna con la sua bella arte ci restituisce quel mondo fatato“.
[ITO RUSCIGNI]

Impeto alla fuga
“Lo sviluppo della tematica nell'opera di Maria Mantegna avviene prevalentemente come "confessione" di recondito e sofferto "male di vivere". I palcoscenici, i prosceni, sono luoghi deputati scelti dalla pittrice come
supporto allo svolgersi di movimenti affidati a clowns, a burattini, a cavalieri: a figure, insomma, che portano il connotato di una infanzia tradita, di ideali castigati: così emblematici cavalli rabbiosi, scalpitanti, sbucano da
fondali nebbiosi, galoppano lo spazio sferzati da invisibili fantini. Credo che l'impeto alla fuga sia una forte componente della personalità di Maria Mantegna. Anche le "maschere", i paladini, le impalpabili danzatrici,
recano impresso il segno di una insofferenza che si traduce ora in smorfia ironica, ora in atteggiamento sprezzante, ancora in malinconica contemplazione. Sul piano di una letteratura specificatamente "tecnica"
cogliamo un preponderante uso del figurativo: la trasfigurazione poggia esclusivamente sul significato che ogni elemento racchiude e vuole trasmettere. Così come il dolore, soprattutto, nel prevalere di tonalità di verde e blu, ancora una volta si fa portavoce di impressioni ed emozioni, con la manifesta speranza di incontrare dei complici“.
[ANGELO SCANDURRA]

Maria Mantegna e il sogno
..."La personalità pittorica della Mantegna spicca decisa in uno stile difficilissimo e personalizzato che è costituito dall'equilibrio espressivo dell'emergere delle forze sotterranee del divenire e della serenità con cui tali
forze sono sentite e dominate, a volte con una tecnica mista quasi da alchimista, altre volte ancora con l'uso pulito e raffinato del semplice colore, lasciato a lievitare, come per magia, sulla tela. Ed è così che le emozioni e
le impressioni suggestive della nostra pittrice, nei loro messaggi più concreti, arrivano al cuore di chi sa sentire oltre che vedere e in quella sede albergano, ramificano e non si fanno dimenticare".
[GABRIELLA CREMONA]


“L'arte di Maria Mantegna mi pare possa far parte con ottimi risultati di quella degli artisti, alcuni assai degni, che vogliono visitare antichi miti alla luce di una rinnovata sensibilità pittorica. Ma da dove una persona così
mite abbia tratto quegli inquietanti cavalli in fuga, così leggeri e al tempo stesso così plastici non riesco a capire, e quei guerrieri così ricchi di tensione... Comunque un artista che si ha voglia di conoscere meglio: il che in un clima di pesantezza e di presunzione, è un fatto notevole... “.
[ELIO ROMANO]


“L'arte di Maria Mantegna si abbandona alla rievocazione di un retroterra culturale ricco di significati simbolici, alla rappresentazione surreale degli scenari epici del ciclo bretone, alla materializzazione di un sogno
immaginario, individuale e collettivo, in cui rivivono i miti del mondo medievale.
I suoi quadri rappresentano con straordinaria intensità creativa temi e miti del romanzo cortese, il genere letterario più diffuso, in lingua d'oil, nella Francia settentrionale. Esso si basa sulla celebrazione di due temi fondamentali: l'amore e l'avventura, rivissuti però attraverso una visione individualistica, che si contrappone alla coralità dell'epica della "Chanson de geste".
Nel romanzo domina un meraviglioso di tipo fantastico e fiabesco, che deriva da antiche leggende celtiche precristiane (incantesimi, mostri, eventi grandiosi). Nella "Chanson" i cavalieri combattevano obbedendo a
norme rigidamente codificate (la difesa della fede, la fedeltà al Signore): nel romanzo cortese i cavalieri partono in cerca di avventure strane e meravigliose, da compiersi per amore di una donna e, comunque, per provare la
propria forza, il proprio valore: prove finalizzate, tutte, all'autoaffermazione, al perfezionamento individuale.
Maria Mantegna rappresenta nei suoi quadri, fra intuitiva "inconsapevolezza" e meditata padronanza del mezzo espressivo, il passaggio dalla dimensione collettiva a quella individuale; se i cavalli che si librano in alto
esprimono la visione della vita e dei valori della classe feudale e cavalleresca, che tende a presentarsi in una luce ideale ed eroica, la splendida rappresentazione di Ginevra, che sembra emergere dalla pietra lavica, rivela
l'affermazione della tematica individualistica, condensata attraverso l'immagine femminile che assume nel romanzo cortese una dimensione assoluta. Nel quadro in questione i cavalieri sono rappresentati sullo sfondo:
essi non combattono più solo per la lealtà al proprio signore, ma per amore di una donna. Attraverso la straniata nudità di Ginevra si esprimono i principi dell'amor cortese, codificati da Andrea Cappellano nel "De
Amore": l'amore è una passione sensuale che nasce dalla bellezza dell'altro sesso (si rammenti Francesca di Dante, presa dal "piacer" di Paolo, fino alla perdizione), ma è inappagato, irraggiungibile; esso alligna solo in
cuore "gentile", e la gentilezza non dipende dalla nobiltà di sangue, ma dall'animo; la donna è un essere sublime, degno di venerazione, e il rapporto innamorato-donna, il "servizio" d'amore, riflette quello tra vassallo
e signore; l'uomo-poeta codifica un sentimento di inferiorità rispetto alla donna, immaginando di percepire dentro di sé un tormento perpetuo, che talora si trasforma in senso di gioia, di pienezza vitale; infine dentro il
matrimonio non può esistere "amor fino", perchè esso quasi sempre adultero, si svolge al di fuori del vincolo coniugale. Lo spazio ideale dell'amore si fa concreto nell'immaginazione, e talora coincide con quello della poesia. Lancillotto affronta una serie di avventure per andare alla ricerca di Ginevra, moglie di Artù, rapita misteriosamente; mette così alla prova la sua devozione amorosa e accetta di salire sulla "carretta" dei condannati a morte, coprendosi di un terribile marchio d'infamia. Dopo aver superato ardue prove, libera la
regina e passa con lei una splendida notte di amore. Ginevra però torna da re Artù e Lancillotto, riuscito a fuggire da Meleagant che lo ha fatto prigioniero, partecipa ad un torneo, durante il quale la regina (solo lei lo ha
riconosciuto) gli impone prove di devozione. Così Chretien de Troyes narra una delle leggende più seducenti del medioevo.
Maria Mantegna riesce a far rivivere queste suggestioni ed emozioni di un mondo perduto, perchè tutta la sua rassegna è fortemente segnata da un "topos" antico e moderno insieme: quello della "quete", della ricerca, che
può essere laica o profana, spesso frustrante e sempre labirintica: nei dipinti lo spazio diventa circolare, ritorna su se stesso, espressione dei desideri umani, aperto al motivo della scelta. I bassorilievi dipinti da Maria
Mantegna evocano simbolicamente tutto ciò in cui, quale che sia la dimensione storica, si concretizza il senso universale della vita, eterno motivo di ricerca.
Nel medioevo il rapporto allegorico tra significante e significato era puntualmente codificato, come manifestazione di Dio nelle cose; nell'immaginario di Maria Mantegna le tele si caricano di valori simbolici,
oscuri, misteriosi, spesso polisemici, e comunque non codificabili in forma definitiva. I dipinti infine restituiscono quello che Michail Bachtin (a proposito dei romanzi di Chretien) definisce il "cronotopo" (rapporto spazio-tempo) del mondo prodigioso: i cavalli in vorticanza manifestano l'appiattimento
del tempo nella dimensione del presente, tipico della cultura medievale (che non aveva una chiara dimensione del rapporto passato-presente), mentre il tempo assume le caratteristiche dell'evento miracoloso, le parvenze di
un sogno in cui i cavalieri si aggirano sperduti nel labirinto delle loro ricerche, talora deludenti, spesso inappagate, ma comunque espressione dell'ansia verso l'infinito. Il tempo è reso attraverso le categorie
dell'inatteso e del prodigioso, nascendo da un rapporto puramente simbolico, astratto con lo spazio. Le splendide figurazioni di mossi bassorilievi propagano e compendiano, stilizzandola, la ritualità della ripetizione, tipica dei poemi epici e, immerse in una cromia grigio-azzurra, si illuminano di una luce onirica e seducente. movimenti dei cavalieri, lì rappresentati, tendono ad evasioni, fughe verso libertà ignote, spazi infiniti.
Per andare a ritrovare dall'altra parte della realtà terrestre, fallace ed ingannatrice (come, poi, in Ariosto e Tasso), le verità nascoste in una costante "ierofania", vigorosamente rappresentazione di una "sacralità"
dell'arte insidiate da una attualissima, perturbante inquietudine.
Anche il dipinto ispirato all'opera di Paolo Uccello "La battaglia di San Romano" del 1456 (che intendeva celebrare la vittoria dell'esercito fiorentino su quello senese), si colloca sulla linea di una pittura "metafisica",
presentando come inanimati luoghi predisposti a contenere persone, con l'effetto straordinario di una intelaiatura geometrica che con la rigidità della sua macchina incatena le figure come a impedire che escano dal
gioco delle linee. Tutto sembra immobilizzato, i cavalieri (quasi sempre senza volto) sono racchiusi nelle loro armature, come se fossero macchine metalliche. Le lance suddividono lo spazio in un reticolato geometrico, che
sembra alludere non tanto alla violenza della guerra, quanto ad una realtà più profonda, che esprime l'eterna vicenda della lotta tra il bene e il male (così avviene, ad alti livelli figurativi, in un film che felicemente
"contamina" fisicità e spiritualità, come "Il mestiere delle armi" di Ermanno Olmi). Fortemente in evidenza è il "Mazzocchio", l'anello solido che sosteneva il copricapo (presente negli artisti toscani del '400) e la lancia che
trafigge il cavaliere; ma i colori appaiono "irreali" (non più la predominanza, come in Paolo Uccello, del rosa, ma il dispiegamento di una soffusa cromia grigio-azzurro) e poco definiti i finimenti e le borchie dei cavalli. Nei
confronti dei colori misteriosamente più cupi e caldi di Paolo Uccello, il segno di Maria Mantegna si stempera in un clima memoriale e rarefatto: quel tempo non è più, e l'artista postmoderno, con neoclassica nostalgia, può
solo "citarlo" e, fondamentale, trasfigurarlo. Le tele, impreziosite dall'uso di una raffinata carta pregiata (realizzata a mano da un Maestro Cartaio), e percorse, mediterraneamente, da rimediate suggestioni arabonormanne
(si vedano a mò di esempio certe svaporate architetture di sfondo) contaminano, e quasi rimescolano, l'assolutezza dell'antico con una modernissima sensibilità dell'inquietudine, aperta a codificazioni
diverse: nel segno di una "antichità come futuro".
[RITA FINOCCHIARO]


“La metafora dell’arte nei dipinti di Maria Mantegna, è permeata di figure allegoriche e di allusioni a volte oscure e impenetrabili. Il racconto, metaforico, però non riduce il contenuto dell’opera, che è insieme drammatico e
carico di tensioni, ma anzi lo esalta. Qui dolore e sofferenza si accendono avvolgendo, come le improvvise fiammate di calore, cavalli imbizzarriti,
demoni e scene apocalittiche. Tutto ciò può suscitare un senso di smarrimento, di panico forse. Se è questo che vuole l’arte, provocare nello
spettatore una sensazione forte, come può egli opporsi? “ [SIGFRIDO OLIVA]
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