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Autore:
Poesia
Tipo:
Racconto
 
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Paul Polansky a Casa della poesia

di Poesia

Foto: Andrea Pecchioli

Mercoledì 24 settembre 2008, alle ore 20,00, nella nuova sede di Casa della poesia (la Casa dei poeti, via Convento, 21/A, Baronissi), si terrà un incontro con Paul Polansky.

Approfittando di un suo passaggio casuale, organizziamo una discussione e una piccola presentazione del suo lavoro, in proiezione di progetti futuri comuni.
Polansky è davvero un personaggio (e un poeta) straordinario e per certi versi leggendario.
Ed è anche "la voce dei senza voce" per eccellenza, il popolo Rom.
Mi sembra un'occasione importante e da sfruttare (anche giornalisticamente).
Continua così il progetto di ospitalità di Casa della poesia.


Paul Polansky è nato a Mason City, Iowa, la sua decisione di frequentare il college alla Madrid University, diventò l'inizio di una lunga odissea attraverso l'Europa, che lo ha portato a diventare uno degli scrittori più impegnati nella lotta per i diritti umani nell'Europa dell'est. Poeta, fotografo, operatore culturale e sociale, è diventato negli anni un personaggio importantissimo per il suo impegno a favore delle popolazioni Rom. Le sue raccolte di poesie "Living Through It Twice", "The River Killed My Brother", e "Not a refugee" descrivono le atrocità commesse da cechi, slovacchi, albanesi ed altri contro quelle popolazioni. Ha anche svolto studi accurati sui campi di concentramento nazisti nei quali venivano trucidate, insieme a quelle ebraiche, intere comunità Rom. Ha pubblicato diversilibri, realizzato esposizioni fotografiche e film video.
Attualmente dirige alcuni progetti di aiuto e salvaguardia di queste popolazioni nel Kosovo, dove vive.
È stato ospite di Casa della poesia a "Sidaja 2002", "Il cammino delle comete" nel 2003, agli Incontri internazionali di poesia di Sarajevo nel 2006.



Il pozzo


di Paul Polansky



Mi presero al mercato
dove la mia gente una volta vendeva abiti,
dove gli albanesi ora fanno contrabbando.
Quattro uomini mi gettarono nel sedile di dietro
di una Lada blu, gridando "Ve lo abbiamo detto,
niente più zingari a Pristina."

Mentre mi spingevano sul pavimento,
sentii la canna di una pistola nel mio orecchio sinistro. Era così fredda
che sobbalzai proprio mentre qualcuno premeva il grilletto.
Il sangue mi schizzò sulla faccia
dalla ferita sulla spalla.
Caddi giù, fingendo di essere morto.

Pregai la mia amata e defunta madre,
tutti gli spiriti, che quegli uomini non si accorgessero
da dove fuoriusciva il sangue.
Quando arrivammo, mi tirarono fuori
per i piedi. La testa sbatté per terra
rimbalzando su alcune pietre.

Mi gettarono a testa in giù in un pozzo.
Non toccai l'acqua.
C'erano troppi corpi.
Rimasi rannicchiato, quasi incosciente
fino a che l'odore della calce umida
mi fece riprendere i sensi.

Trattenni il fiato finché sentii
la macchina ripartire, poi mi sentii soffocare
dal fetore che mi circondava.
Con una sola mano, mi tirai su
arrampicandomi su gambe rigide
che mi fecero da scala.

La mia faccia, le mani, il mio intero corpo
bruciava per la calce. Usai dell'erba
per pulire quello che potevo,
poi camminai barcollando lungo una strada sporca
verso una lunga fila
di luci che si muovevano lentamente.

Venti minuti più tardi ero sull'autostrada
guardando i camion e le jeep color oliva,
che mi passavano accanto come se fossi un palo del telefono.
Alla fine crollai davanti a due fari.
Non so dire se l'ultimo suono che sentii
fu uno stridio o un grido.

Il giorno dopo in un ospedale militare
NATO fui interrogato per qualche minuto.
L'interprete albanese fece ridere i soldati.
A mezzogiorno stavo camminando
attraverso i boschi seguendo un sentiero per carri
che nessuno usava più,

tranne gli zingari
che fuggivano da un paese
in cui avevano vissuto
per quasi
settecento anni.





(Traduzione di Raffaella Marzano)
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