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21 ottobre 2019


 
Info sull'Opera
Autore:
Rassegna Stampa
Tipo:
Racconto
 
Notizie Presenti:
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L'EPOPEA DELLE CLESSIDRE LUNGO LA RIDENTE PIAZZA, recensione di Rocco Chimera

di Rassegna Stampa

Fabio Rodriguez Amaya scrive, a proposito della Summa di Maqroll il Gabbiere di Alvaro Mutis, che la sua missione è avvertire, comunicare il messaggio per consentire un senso all’insensatezza umana oppure, aggiungiamo noi, ad una recensione assurda come questa.
Il fallimento diventa un abisso, tra l’essere e il dire, dove l’unico testimone è la parola. Ed è proprio il concatenarsi immondo della parola a creare i poemi; ma non quelli semplici, quelli belli a leggersi, quelli tranquilli o posseduti da una tragica profanità sacrale. Stiamo parlando, invece, dei poemi pervicacemente dolorosi, quelli che, invero, tentano di spiegare vanamente le meccaniche dolorose di chi li scrive e non ci riescono.
Suvvia!, non cerchiamo analogie tra la poesia di Alvaro Mutis e quella di Orazio Labbate, sarebbe insensatamente da stupidi. Certo, stupidi! Nonostante le similitudini, nonostante le parole ed i verbi abbiano la stessa esistenza, nonostante l’uno ripugni i pianeti e l’altro ne decanti la vomitevole eccellenza e precisione , nonostante entrambi intendano l’immensità di ciò che hanno scritto solo nel momento della creazione; nonostante amino la notte giacché portatrice di quel torpore ermetico più puro, nonostante le nuvole abbiano la capacità d’imbastire crociate sulle albe così come la pioggia che giunge all’improvviso e installa le sue truppe.
Nonostante, adesso, stiamo parlando di due poeti diversi che sono una unica persona.
La stessa persona che alla domanda: “ E poi?”, nel senso di… e poi cosa resta oltre la poesia?, ci ha risposto: “ E poi c’è solo la sintonia dell’eterno”. Non importa se lo abbia detto a San Pietroburgo, Milano, Tolima, oppure a Butera; lo ha detto e basta. E lo ha detto dandogli la giusta importanza di chi, in modo aberrante, non ha paura della morte. Lo ha detto sapendo che lo si scrutava con l’animo disarmato dello scienziato che tentava di estorcergli il segreto dell’Etimologia delle parole.
Il segreto? L’amore per la parola, l’odio verso la parola, nell’uguale misura del bene e del male che indivisi albergano dentro di noi.
Allora, arrivati a questo punto, si potrebbe rispondere, utilizzando lo stesso metro, forse in-capibile e indegno, nello spiegare Maqroll ed il suo stile del morire, che l’andare appresso alla magia delle parole è come costruirsi con le nude mani la bara dove potrebbe essere rinchiusa la nostra pazzia. La linea che mai dovrà essere varcata.
Ancora una volta sbaglieremmo giacché, cosi facendo, considereremmo L’Epopea delle Clessidre allo stesso identico modo de Gli elementi del disastro. Non è così.
Noi non stiamo parlando di sangue diverso giacché Le Clessidre sono elemento e alimento del disastro, così come, senza ombra di dubbio, è vero anche il contrario. Il sangue, dunque, è lo stesso.
Lo spiritus loci aleggia, l’ombra fa il verso, l’ostinazione del pagliaccio è debordante, l’ingannevole delizia vegetale del cloroformio pervade i sensi tutti, la pioggia sciopererà ( dobbiamo tristemente dargliene atto) e nel mentre tutti proveremo un’acuta compassione per il comico e per il poeta il cui ricordo si dissolverà come l’inchiostro del polipo nel vasto oceano tranquillo.
Sigmund Freud confidò che non poteva scendere negli abissi dell’io più recondito, quello che estranea il suo demone per intenderci, senza uscirne toccato, in minima parte posseduto.
Ebbene sì!, chi recensisce è impazzito. Vorrebbe cercare di spiegare a parole il poeta, l’uomo che è difficile spiegare a parole in quanto sono le parole a fare di lui quello che è. Controsenso?
Mettiamola così: in un delirio di onnipotenza ci siamo convinti che Maqroll il Gabbiere sia Orazio Labbate e non Alvaro Mutis. Uno, nessuno, centomila.
Solo così ci possiamo spiegare di come il giovane poeta abbia scritto del vecchio poeta (giovane vecchio) e quindi dell’altro, contro l’altro e per l’altro, senza averlo mai letto prima.
Inquietante, lo so! Forse insensato ma tutto già scritto nel foglietto delle avvertenze e delle istruzioni per i normali. Ne abbiamo parlato sopra.
Quello che non abbiamo ancora detto è il perché? Il perché avviene tutto questo. E’ una obbligazione naturale senza fughe o ritardi?
Mi sono ritrovato confuso, sgomento; siamo nel fondo del fondo del pozzo, e senza possibilità di risalire. Noi sappiamo che anche un impercettibile ritardo nel creare una poesia potrebbe costare la vita a migliaia di anime che attendono il loro vocio come liberazione e salvezza. Il sesto senso delle cose.
Ed è una cosa necessaria liberare i vocii, serve per “ mantenere in equilibrio il pianeta” avrebbe scritto Paulo Coelho.
Ne siamo fermamente convinti. Siamo convinti che se una farfalla sbatte perpetuamente le ali nella campagna londinese probabilmente in Indocina ci sarà presto un terremoto.
Siamo sempre più convinti che senza L’epopea delle Clessidre, Alvaro Mutis non avrebbe mai avvertito il lagrimare delle bare di mogano, la compassata e danzante caduta di un capello, la follia magica dello zoppo, l’unico che carpisce il perfetto gusto culinario dell’aria.
Non avrebbe avvertito gli esseri umani inanimati, come il ponte luogo senza polmoni, e questi esseri non avrebbero mai fatto visita a Maqroll il Gabbiere per raccontargli le loro impressioni sulla caducità della nostra vita, quando loro neppure muoiono.
Ancor più siamo convinti, perdonate non solo la presunzione ma soprattutto l’ossessione, che tra migliaia di anni, migliaia di milioni di anni, quando il nostro impaurito mondo risorgerà per l’ennesima volta dalle ceneri cui la follia umana lo avrà ancora una volta precipitato, ci sarà sempre un giovane Esiodo, seduto a contemplare la sera alla campagna, bevendo il vino di Biblo, ovvero il notorio vino di pietra, che, sconoscendo l’esistenza di chi un giorno, prima del tempo, compose I racconti poetici del lume della lampada, si chiederà da quale atavico tremore nasca quell’impulso immenso che lo porta a scrivere parole di fuoco per la morte e per l’amore; e che cosa sia quell’ombra che gli cammina accanto e l’opprime, ricordandogli sempre, ad ogni ora, ad ogni istante, che nonostante l’infinità della sua anima gli faccia compenetrare le basse maree estive, l’accartocciarsi di una foglia, il tramutare delle albe settembrine, i tramonti al di la dei monti e dei fiori, i sovrumani silenzi e la profondissima quiete dopo la siepe, ove il cor per poco non si spaura, egli rimarrà sempre e solamente un uomo.

Rocco Chimera
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