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Autore:
Rassegna Stampa
Tipo:
Poesia
 
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CONTROCANTO PASOLINIANO Recensione di Paola Zangarelli

di Rassegna Stampa

“CONTROCANTO PASOLINIANO”



Recensione di Paola Zangarelli


La prima attenzione va ovviamente al titolo della raccolta di liriche di Francesco Rossi, docente di Latino e Greco presso il nostro Liceo, edita da Aletti e data alle stampe nel marzo 2010: “Controcanto pasoliniano”.
Chi è Pier Paolo Pasolini per l’autore? Casarsa è il Golgota del bimbo nato: credo sia questo il verso (appartenente alla lirica “Vita da primula”, 25-12-2008) che più illumini il senso della raccolta, perché la sublimità della poesia e dell’arte somma non può che conquistarsi tramite il sacrificio della condanna, nella confessione e nel dissenso, così come l’esperienza umana eccelsa e tragica al contempo di Pasolini ha voluto dimostrare. Altro particolare degno di rilievo risulta inoltre essere l’esergo Per l’Ora della Morte salutare il canto d’usignolo, che fa amare la Religione, cenere d’Altare…!, che riassume, se vogliamo, il senso più intimo, catartico e insieme provocatoriamente sinistro di questa non facile raccolta. Colpisce in primis il carattere prevalentemente ermetico dei versi, l’accurata scelta stilistica, l’utilizzo di un lessico attento, spesso ricercato, a volte aulico, comunque “partorito” da una personalità colta e riservata, ma certo aperta al gioco inevitabile della vita. L’utilizzo frequente della rima baciata concorre a sottolineare tale ricercatezza, nonché a sostanziare una continua ricerca interiore che si nutre di storia, di passato, di mito, di classicità, che l’autore sa far rivivere in maniera del tutto originale, ma anche, se si vuole, del desiderio del non ancora noto, di ciò che è ancora da sperimentare. Come sperimentali sono a volte alcuni passaggi lirici di non poca rilevanza: Dal turbato segreto, ostile scia tra “Es” e “Io”, sacro dràma è il Leviatano, quale Eden… del Mondo sì strano. Frequente il riferimento al sacro, che spesso si manifesta quale riflessione rispettosamente dissacrante e che comunque occhieggia al chiaror del Vero, perché la vita non ammette cedimento al pianto, sia pure macabro il “gioco” del riso qual pur sfiorisce material commento. La vita viene qui indagata in tutti i suoi contrasti: … La vecchia con l’alba in virtù contrasta… e ancora … Lieto il fanciullo… ode l’uccello grazia di bambino, ma il rischio di morte perde il destino…, e in tutte le sue sublimate e sublimanti alienazioni: Morire per strada: l’acre sentire del riso invida ebbrezza, a insolentire l’amorfo grano di casto mentire! E ancora: Quid sapit la Vergine dell’umano…?. L’alienazione umana è prodotto anche di un ambiguo, molto spesso celato contatto con il Divino: Col martirio si affronta uguale piano d’immondo strazio, ma vince affetto sul crudele pretendere il banchetto…!.
Certo moltissimi sono gli echi dei grandi, non secondariamente quello dei Poètes Maudits, ma si percepisce anche dal profondo un ricercato richiamo alla Commedia Divina: maledetto e celestiale tentano un contatto che a volte abbaglia, a volte stordisce, a volte disarma, nel dubbio (nichilistico?) Meglio la morte nel dolore o il Nulla…!?, che richiama anche all’attualità sconvolgente di una riflessione delicatissima e tutta personale sul tema della vita e sulla cessazione di essa. Ancora riecheggiano in questa raccolta i grandi dell’“Umano”, da Ungaretti a Luzi, ma anche l’Assurdo come irrefutabile e irrifiutabile identità novecentesca di Kafka e Camus, l’esistenzialismo, i gangli tormentati di Husserl e Heidegger, il sartriano “Essere e il Nulla”.
Il paesaggio fa spesso da sfondo a queste liriche, è un paesaggio limbico, misterico, “decadente”, che apre, a volte però, a quella “Porta del Ciel” che dopo la tempesta diviene, con chiara eco leopardiana, quiete … cui sempre l’uom si desta. Eppure Dio nel cielo si allontana ignoto e ... il “no” d’esistere protesta offeso al tepor d’aura, che è specchiare illeso un “me”, un “noi” saggiato, “stordito e compreso”…! È quella dell’autore, dunque, un’umanità che si umilia e si esalta, che apprende da sé il coraggio della colpa, abisso nella “Valle del Peccato”, che confessa voglia di laica vita come contropartita di una scelta per l’eterno, che dismette la casacca del penitente e scopre un Narciso tutto amore: è la colpa del Poeta, che è religione di dannazione e di confessione, che è peccare e tornare Angelo, “abluzione d’Arte col sangue della perdizione”.

Paola Zangarelli



Fonte liceostelluti.it
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