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Info sull'Opera
Autrice:
Rivista Orizzonti
Tipo:
Racconto
 
Notizie Presenti:
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SERGIO STIVALETTI E I VOLTI DELLA PAURA.

di Rivista Orizzonti



Gli esordi, le tappe fondamentali della carriera e i progetti futuri, del maestro degli effetti speciali dell’horror.


Artista per vocazione, Sergio Stivaletti è un nome noto nel campo degli effetti speciali, dove ha operato da autodidatta, apprendendo “i ferri del mestiere” e impegnandosi nella sperimentazione delle tecnologie innovative, colmando così i vuoti del cinema italiano in questo settore.
Nato il 15 marzo del ’57, già a vent’anni si dedica alla costruzione degli effetti speciali per alcuni suoi cortometraggi di genere fantasy. Quegli oggetti, che fino a quel momento rappresentavano creazioni personali, ben presto, anche grazie al supporto della sua famiglia, che ha giocato un ruolo fondamentale nella sua ascesa professionale, si trasformeranno in materiale di scena. Sua cognata Luciana Morosetti, costumista dei primi film di Pupi Avati, dopo avergli chiesto in prestito alcuni oggetti per il set ‘La casa delle finestre che ridono’, gli propose di realizzare altri oggetti, più particolari, per il film ‘Jazz Band’ e ‘Le strelle nel fosso’ (suoi sono una Torre Eiffel fatta di fiammiferi ed un paio di occhiali settecenteschi).
Inizia a lavorare con il cinema professionale, con la creazione di una testa meccanica per ‘Murder Obsession’ (1981), l’ultimo film diretto dal padre degli spaghetti horror, Riccardo Freda, fino a diventare collaboratore abituale dei registi dell’horror e del thriller italiano, a cominciare proprio da Dario Argento.
Fra le sue invenzioni più significative, ritroviamo la realizzazione di uno sciame di mosche che invade un collegio, nel film ‘Phenomena’ di Dario Argento. A tal proposito, vale la pena ricordare come fu realizzato quest’ultimo effetto, che ha dato vita ad una delle sequenze maggiormente efficaci della pellicola: rifacendosi ad una tecnica utilizzata in un film biblico da Mario Bava, Stivaletti filmò con una macchina da presa, caricata con pellicola ad alto contrasto, del caffè macinato che, rovesciato in una vasca piena d’acqua, dava l’impressione di uno sciame di mosche in movimento. Successivamente lo sciame, costituito dalla minuta grana del caffè e sovrapposto allo sfondo girato dal vero, con una sovrimpressione in “truka” avrebbe simulato le evoluzioni di una moltitudine di insetti in arrivo. Per la stessa pellicola, realizza inoltre il make-up del mostro protagonista: un orrendo bambino psicopatico dai tratti somatici devastati, per il quale, come spiegherà in seguito lo stesso Stivaletti, si è ispirato ai suoi libri di medicina (materia studiata durante gli anni della sua esperienza universitaria) ed in particolar modo alla sindrome di Patau, una rara malattia genetica.
Il sodalizio con Dario Argento (che prosegue con ‘Dèmoni’ nel 1985, con ‘Dèmoni 2’ nel 1986, con ‘Opera’ nel 1987) e altre importanti collaborazioni (tra cui la realizzazione degli zombi nel film ‘Spettri’ di Marcello Avallone del 1987 e quella dell’uccello scheletrico ne ‘La setta’ di Michele Soavi del 1991) metteranno in luce il suo talento, al punto tale da accostare il suo nome a quello dei più noti esponenti del settore, quali Mario Bava, il primo realizzatore di effetti speciali in Italia, e Carlo Rambaldi, il celebre creatore di E.T.
Continuerà a portare avanti in Italia sia le tradizionali tecniche, come la stop motion ereditata da Harryhausen, che la avveniristica e nascente computer graphic, esibendo la sua abilità nel creare effetti sia ottici che meccanici con mezzi spesso ridottissimi, tanto da diventare un artigiano molto richiesto anche dal cinema non di genere - come dimostrano le collaborazioni con Francesco Nuti per il film ‘Willy Signori e vengo da lontano’ (1989) e con Lamberto Bava, che si avvale delle creazioni di Stivaletti per tutti degli effetti speciali dei cinque tv movies fantasy per la televisione, della serie ‘Fantaghirò’, realizzati tra il 1991 e il 1997.
Il 1996 è l’anno dell’inaspettato esordio alla regia con il film ‘La Maschera di Cera’, precedentemente affidato a Lucio Fulci, uno dei maggiori esponenti del nostro horror negli anni ’80, venuto a mancare improvvisamente nel momento in cui stava per iniziare, a sceneggiatura finita, la preparazione del remake, nel quale Stivaletti doveva ricoprire il solo ruolo di ‘effettista’.
Nel 2004 è la volta della sua seconda opera come regista, con I tre volti del terrore, in cui riesce ad unire il genere horror con quello fantascientifico, utilizzando la formula del film horror ad episodi e richiamando quelle atmosfere tipiche dei film fantahorror, vecchia maniera, che ricordano i mostri classici della nostra infanzia: il Licantropo, il Dottore Pazzo e il Mostro della Laguna.
Di recente ha realizzato gli effetti speciali per l’opera teatrale ‘La Divina Commedia’ in collaborazione con il grande Carlo Rambaldi, premio Oscar degli effetti speciali.
Da quanto detto, appare chiaro che quella di Stivaletti è una carriera costellata da successi ed importanti partecipazioni.
E proprio con lui ne abbiamo ripercorso le maggiori tappe, in questa intervista che proponiamo ai lettori di Orizzonti.

UNA CARRIERA DIVISA TRA MOSTRI, CORPI SMEMBRATI E DEMONI. MA, LA TUA PASSIONE PER GLI EFFETTI SPECIALI, QUANDO È NATA?
«Penso sia nata da bambino, all’epoca del gioco, quando modificavo i miei giocattoli. Ricordo che questa passione si accese maggiormente all’epoca in cui mio padre, tutte le domeniche, mi portava al cinema a vedere il film di turno. Di solito erano quasi sempre film western di Sergio Leone, ma ogni tanto ci capitava, in un cinema parrocchiale di terza o quarta visione, di vedere anche qualche film di fantascienza. Ne ricordo uno in particolare che mi rimase impresso, si chiamava ‘Un milione di anni fa’ ed era realizzato con le tecniche dello stop motion, che dava vita agli animali che apparivano sullo schermo. Si capiva che non potevano essere dinosauri veri ma si muovevano come animali reali. Quel film in particolare, generò in me un grande entusiasmo, una grande voglia di fare qualcosa. In quegli anni avevo un giocattolo che si chiamava J e Jò, una specie di Barbie per i maschi, disponibile in tante versioni, che era snodato in tutte le sue parti. Una volta tornato a casa presi questo pupazzo e tentai di modificarlo travestendolo in uomo preistorico, con alcuni ritagli di pelliccia che mia madre conservava in una scatola. Ricordo che trovai uno scampolo di pelliccia maculata che sembrava quella di un leopardo e chiesi alla mamma di aiutarmi a confezionare un vestito che appiccicai a J e Jò, e così realizzai la mia prima creatura - a mio parere, molto più interessante e divertente».

QUAL È STATO IL PRIMO FILM CHE T’HA CATTURATO PER I SUOI EFFETTI SPECIALI?
«Senza dubbio ‘2001: odissea nello spazio’, che credo vidi nel ’69. Ricordo che fu un vero evento. Sul grande schermo del cinema Royal le immagini mi colpirono, non si poteva non fantasticare! Successivamente nel ’70 ci fu l’esplosione dei film di Dario Argento, cinema fantastico anche quello, ma un po’ proibito per le scene cruenti. Il primo film che vidi di Dario fu ‘Il gatto a nove code’. Da quel momento al cinema andai a vedere i suoi film ma anche i suoi cloni».

IN CHE MODO SI È SVILUPPATA LA TUA PRIMA ESPERIENZA CINEMATOGRAFICA?
Negli anni ’80 dopo essere stato spettatore ho fatto i miei primi esperimenti con la cinepresa 8 mm di mio padre, che era stata utilizzata solo per i classici filmini di casa. In quel periodo ebbi inoltre la fortuna di conoscere un operatore del cinema di Cura di Vetralla che, un po’ come accade nel film ‘Nuovo cinema paradiso’, mi insegnò un sacco di cose. E proprio a Cura di Vetralla, nella Chiesa di S. Francesco, girai il mio primo documentario».

COME È NATA LA TUA COLLABORAZIONE CON DARIO ARGENTO?
«Con il film ‘Phenomena’. Fui contattato da un suo collaboratore che, avendo visto alcuni miei disegni, tra cui probabilmente anche quello che ti ho dato per la copertina del tuo libro (il mio libro “I misteri del mercante di Praga”, edito da Aletti, ndr), mi chiese di progettare e realizzare alcuni cadaveri. Io fino ad allora non avevo realizzato ancora dei cadaveri, ma l’incoscienza e la grande voglia di fare mi spinsero ad accettare e così diventai l’ ‘effettista’ ufficiale di Dario Argento. Per quel film realizzai, oltre all’effetto dello sciame di mosche con i fondi del caffè, anche il mostro protagonista, ispirandomi ad una malformazione terrificante, la sindrome di Patau, che avevo visto in un libro di medicina».

PREFERISCI UTILIZZARE LE NUOVE TECNOLOGIE O LAVORARE DA ALCHIMISTA E ARTIGIANO?
«Oggi l’artigianato è un po’ messo da parte perché non sei più in grado, da solo, di fare delle cose. Al contrario, il digitale consente di lavorare più facilmente su una vasta gamma di soluzioni. Certo, inventare e creare con le proprie mani, era molto più interessante, ma oggi questi elementi sono venuti a mancare. Per esempio, nel film ‘Pheonomena’, la scena in cui si vede lo sciame di mosche è stata realizzata semplicemente con dei fondi di caffè ed una vasca piena d’acqua. Oggi, per creare uno sciame di mosche, ci sono dei software che lo realizzano per te. Quando ho cominciato ad utilizzare la computer grafica, mi sono avvalso del morphing, una tecnica in cui un’immagine prende il posto di un’altra, come una sorta di dissolvenza e di cambiamento della forma. Con questo programma era possibile creare delle trasformazioni difficilmente ottenibili con i metodi tradizionali, utilizzati ad esempio nei film ‘Demoni e I tre volti del terrore’».

RECENTEMENTE HAI LAVORATO CON UN ALTRO MAESTRO DEGLI EFFETTI SPECIALI, CARLO RAMBALDI, NELL’OPERA TEATRALE ‘LA DIVINA COMMEDIA’. HAI TROVATO DIFFICOLTÀ A LAVORARE CON UN PREMIO OSCAR?
«Con Rambaldi non avevo avuto, fino a quel momento, l’occasione di lavorare insieme, anche se gli avevo chiesto, da diverso tempo, di considerarmi un collaboratore. Per ‘La Divina Commedia’ fui contattato dall’agente di Rambaldi e successivamente da sua moglie Bruna, che è stata sempre molto presente nell’attività del marito. ‘La Divina Commedia’ è stata per me un sogno, da sempre! Nella mia carriera ho sempre pensato di poter realizzare degli effetti speciali per questa grande opera, che anche Mario Bava avrebbe voluto portare sul grande schermo. Quando lo incontrai, Rambaldi mi disse che bisognava realizzare delle maschere e forse altre creature, come le Furie ed il gigantesco Grifone. Capii subito che si trattava di un lavoro molto complesso, in quanto gli effetti speciali che realizzavo per il cinema, per i motivi che ti ho detto, non si possono applicare a teatro, ma alla fine Rambaldi mi ha dato la massima fiducia. Purtroppo, però, ‘La Divina Commedia’ manca di altre creature che avrei voluto realizzare».

PER LA ‘DIVINA COMMEDIA’ HAI REALIZZATO, SU DISEGNO DEL MAESTRO RAMBALDI, LA FIGURA DEL GRIFONE. CI PUOI SVELARE COME LO HAI REALIZZATO E COME SEI RIUSCITO A FAR MUOVERE QUELLA STRAORDINARIA CREATURA?
«Lo stesso Rambaldi riconosceva che era una cosa molto complicata, e per la sua realizzazione ho avuto anche degli incubi notturni. Per quella occasione mi recai negli Stati Uniti ed andai a vedere uno spettacolo molto bello sui dinosauri, che però non è arrivato ancora in Italia, dove creature enormi si muovevano in mezzo al pubblico. Rimasi a bocca aperta perché gli americani erano riusciti a creare delle figure gigantesche ma leggerissime, addirittura in alcuni casi avevano utilizzato dell’aria per riempire i corpi, e cominciai a capire come avevano fatto. Utilizzai così un materiale solido ed elastico, un incrocio tra il polistirolo e la gommapiuma - lo si può lavorare a caldo e tagliare con facilità con un taglierino, creando delle forme e dei volumi molto grandi - e creai così una specie di enorme burattino con due operatori all’interno per farlo muovere».

Sei stato anche regista ne ‘La Maschera di Cera’ ed ‘I tre volti del terrore’. Come definisci tale esperienza?
«Alla fine, per me, fare gli effetti speciali è già essere un po’ regista, anche se quello che manca è il rapporto con l’attore. Quando ho realizzato ‘La Maschera di Cera’ gli attori li ho incontrati sul set, ed ho avuto con alcuni degli ottimi rapporti e con altri delle incomprensioni, perché rappresentavo anche colui che li vestiva, li mascherava, li copriva di colla, e non tutti erano disposti a queste “torture”. Nel film avevo preso il posto del regista Lucio Fulci, scomparso poco prima dell’inizio delle riprese. Ho raccolto questa eredità e, devo ammettere, non è stato facile, perché Fulci veniva considerato un’altra icona del cinema, come Dario Argento, che produsse quel film. Comunque è stata una grande esperienza.
Credevo che dopo la regia de ‘La Maschera di Cera’, avrei ottenuto con facilità la produzione di un altro film, ma tutto questo non è avvenuto. Mi venne allora una splendida idea, cioè quella di far produrre ‘I tre volti del terrore’ ad un finanziatore e distributore di dvd. Il film, dopo una lunga gestazione, fu girato in poche settimane, e successivamente portai il dvd all’Istituto Luce che lo trasferì sulla pellicola. Purtroppo fu distribuito in maniera poco convincente, con non pochi problemi. Comunque la cosa più bella di questa esperienza, che ricordo con molto affetto, è stato incontrare ed affidare la parte di attore protagonista a John Philip Law».

QUALCHE TEMPO FA, SEI STATO PROTAGONISTA NELLA TRASMISSIONE DI ITALIA 1 ‘FRANKENSTEIN’, DOVE HAI REALIZZATO DEI FANTASTICI MAKE-UP. SECONDO TE, QUANTA BELLEZZA CI PUÒ ESSERE IN TANTA BRUTTEZZA?
«Hai detto bene! Quanta bellezza ci può essere in tanta bruttezza… ‘Frankenstein’ è stata una grande opportunità, perché mi ha permesso in un tempo relativamente breve di compiere delle vere e proprie trasformazioni: un uomo che diventa una bella donna, un giovane che si trasforma in un anziano dal volto marcato, e così via… In passato avevo già fatto un’esperienza del genere con il programma ‘Il grande bluff’ di Luca Barbareschi. In ‘Frankenstein’ c’erano in gran parte personaggi sconosciuti che, trasformati, non dovevano essere riconosciuti nemmeno dai propri parenti o amici. Tutto questo avveniva in presa diretta e naturalmente ha comportato notevoli difficoltà, perché il make-up che serve per il cinema ed anche per il teatro è qualcosa che è mediato dalla distanza e dal tipo di ripresa. Lì avevamo a che fare con un make-up che doveva essere il più mimetico possibile e difficilmente riconoscibile a distanza ravvicinata. Alla fine in molti casi siamo riusciti ad ottenere ugualmente quello che volevamo».

HAI MAI PENSATO DI APRIRE UNA SCUOLA DI EFFETTI SPECIALI?
«Sì, ci ho pensato ed anzi c’è un’iniziativa che attualmente sta prendendo forma e che si chiama ‘Fantastic Forge’, che è una mia idea scaturita dalle continue richieste dei giovani che stanno muovendo i primi passi nell’ambiente degli effetti speciali. Quest’ anno ho fatto una coproduzione con i miei effetti speciali per tre cortometraggi, ‘Murituris’, ‘In the market’ e ‘Come una crisalide’. Questi piccoli film sono stati infarciti da interventi professionali, come ad esempio il film ‘Come una crisalide’, in cui ci sono le colonne sonore del maestro Claudio Simonetti ed i miei effetti speciali. Per quanto riguarda la scuola, il progetto non comprende limiti d’età, ma sarà rivolto anche ai professionisti che hanno bisogno di arricchire il loro sapere. Inoltre sta nascendo un’ipotesi di collaborazione con il museo delle cere».

ADESSO TI FACCIO UNA DOMANDA CHE MI INTERESSA PERSONALMENTE. MI HAI RESA FELICE OMAGGIANDOMI CON LA COPIA DI UN TUO DISEGNO PER LA COPERTINA DEL MIO NUOVO LIBRO, EDITO DA ALETTI, ‘I MISTERI DEL MERCANTE DI PRAGA’. MI RACCONTI LA STORIA DI QUESTO DISEGNO?
«Hai scelto un disegno che risale a molto tempo fa. Era l’epoca in cui facevo degli esperimenti e realizzavo piccole cose. La mia fantasia era rivolta al fantastico ed alla magia, e le cose che avrei voluto fare le realizzavo sotto forma di disegno. C’è stato un periodo della mia vita in cui mi sono sentito un po’ pittore e, pur non ricordando esattamente il momento in cui l’ho fatto, il disegno era la forma più a portata di mano per esprimere la mia voglia di cinema fantastico. Devo dire che non sono affatto un grande fruitore della letteratura fantastica, ma spesso, per trarre ispirazione per i miei film, vado a cercarmi dei brevi racconti, e spero che anche il tuo lo diventi. Ho provato particolarmente piacere nel sapere che il mio disegno era diventato la copertina del tuo libro ‘I misteri del mercante di Praga’, anche perché sembra ritrarre proprio il protagonista dei tuoi racconti.
Spero un giorno di girare un film a Praga, ispirato alla leggenda del Golem, personaggio che fu proposto nel periodo del cinema muto».

DI RECENTE HAI COLLABORATO CON DARIO ARGENTO NEL SUO ULTIMO FILM ‘GIALLO’. MI VUOI PARLARE DI QUESTO LAVORO?
«In questo film il mio lavoro risulta un po’ nascosto. È un film molto violento, che parla di una lunga serie di omicidi ed è recitato da un attore di fama internazionale, il premio Oscar Adrien Brody. Averlo conosciuto è stata una bella esperienza. Realizzare questo film è stato molto difficile, perché Dario Argento, che è abituato a lavorare con molte settimane di ripresa, dovette invece girarlo in 5 settimane soltanto. Le riprese sono state stressanti per una serie di motivi: c’erano tempi pazzeschi sul set, bisognava essere sempre pronti all’improvvisazione. La qualità richiesta doveva essere di un certo livello, ma, dietro a tutto ciò, non c’era una preparazione altrettanto adeguata, come in altri film. Credo che Dario, prima di farlo uscire nelle sale cinematografiche, lo presenterà a maggio al Festival di Cannes. Al momento stanno registrando le musiche che credo siano di Marco Werba».

UN’ULTIMA DOMANDA. COSA BOLLE IN PENTOLA PER SERGIO STIVALETTI?
«Vorrei mettercela tutta per far bollire in pentola parecchie cose! In questo momento mi sento più produttore che regista. Ho numerosi progetti, fra i quali un film dal titolo provocatorio ‘Demoni contro zombie’, che riprende il tipo di atmosfera che avevo già realizzato nel film ‘Demoni’. Questo film si svolge completamente a Roma, la cui cornice non è stata mai sfruttata abbastanza. Sto scrivendone la sceneggiatura che prevede uno scontro finale tra queste due creature infernali. Tutto questo accade nell’ambito del ‘Fantastic Forge’ di cui ti ho parlato precedentemente. Il primo giro di manovella è stato già fatto grazie ad un raduno goliardico di zombie avvenuto lo scorso mese al Colosseo, dove io ho girato già le prime sequenze».

(Articolo di Loredana Rizzo, pubblicato sulla rivista Orizzonti n. 33)

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