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Info sull'Opera
Autore:
Rassegna Stampa
Tipo:
Poesia
 
Notizie Presenti:
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Pereira da Silva, Regina Célia, Trasparenze culturali, oggetti d’oggi e pensieri / Transparências culturais, objectos de hoje e pensamentos, Aletti Editore.

di Rassegna Stampa

Pereira da Silva, Regina Célia, Trasparenze culturali, oggetti d’oggi e pensieri / Transparências culturais, objectos de hoje e pensamentos, Aletti Editori, Roma , 2010.

Nell’analisi di questo libro rivolgerò la mia attenzione agli standard della mente, cioè le procedure che nelle forme espressive hanno la loro manifestazione primaria in quanto l’espressione è a fondamento delle dissonanze che a loro volta costituiscono l’impulso all’azione (scrittura, nel nostro caso). Faremo questo, parafrasando il titolo del libro, in modalità “trasparente, con l’oggetto che oggi abbiamo davanti, e con un pensiero di simmetria” tra dette trasparenze e detti oggetti.
Scioglieremo e riannoderemo pertanto il “filo del discorso” di Regina Pereira da Silva così come esso si intreccia qui, in questa testimonianza scritta, un vero “verbale” considerando che, come vedremo, Pereira è molto “legata” all’oralità.
Il titolo della raccolta ha un carattere antropologico o filosofico. Esso implica il concetto astratto di trasparenza (ma della cultura, cioè dei comportamenti individuali sociali) che investe gli oggetti, ma quelli d’oggi (siamo in ambito dunque situazionale) e, infine, il pensare. Il pensare, cioè, come attività che legge-collega un modo d’essere, dichiarato come evidente-trasparente e quindi un atteggiamento, con le cose che entrano nel dominio del trasparire. Ricordiamo, per inciso, che il trasparire è ciò che “appare scomparendo comparendo dispare”, e questo è precisamente il pensiero, lemma che ha già in sé un’oggettività e un intreccio se valutiamo la radice linguistica di “pensiero”, che era in “pensum”, la lana da filare, perfettamente omologo al “lèghein” greco.
C’è, dunque, un’idea di “tramaglio” come struttura del movimento del pensare. Il tramaglio è un rombo circoscritto dai fili; molti tramagli formano una rete. Nel nostro caso, il perimetro del tramaglio, cioè la percezione e il modo d’essere, sono “cultura, oggetti, l’oggi, il pensiero”.
La trasparenza è l’elemento centrale, il vuoto che solo quando è vuoto è pieno, è struttura e non sintomo. Mi spiego: la bottiglia, dice il maestro zen, è piena quando è vuota perché il suo scopo è essere riempita e tornare vuota. Il “vuoto” del tramaglio è pertanto la sua struttura, il suo scopo. Vedremo cos’è questo vuoto più avanti.
La mia tesi, condivisa con altri, è che il nostro pensiero ha una forma chiastica di procedere e collegare i dati finalizzata a catturare qualcosa. “Ho capito” significa precisamente “ho captivato”, “ho preso” – il che spiega anche il tramaglio, che serve per catturare qualcuno o qualcosa.
Ciò che deve essere catturato per Regina è il reale (nella misura in cui è tale al di fuori del pensiero) e nel reale ci sono le persone, obiettivo fondamentale del comunicare. Il comunicare ha, come noto, sempre un obiettivo di influenzamento ed è il significato che se ne trae (si noti che ho usato un verbo, “trarre”, che è in italiano topicamente collegato alla “rete” tratta a riva).
Per tale scopo il pensiero si mimetizza, evidenzia ambiguamente e in modo pluriverso i suoi elementi costitutivi. Nel nostro caso, nel vuoto del rombo evidenziato si entra attraverso uno qualsiasi dei suoi lati essendo essi simmetrici. Infatti, “pensieri, oggetti d’oggi, trasparenze culturali” sono il contrario del titolo ma, mi si darà atto, non ne cambiano la forma e, semmai, conducono a una dialettica istintiva per cui la tesi sarebbe la trasparenza, l’antitesi l’oggetto, l’attività che le unisce il pensare e viceversa.
In questa prospettiva gli “oggetti” fanno la fine che si meritano: perdono il loro statuto, presunto, di oggettività e finiscono nel contenitore ( i “recipienti”, prima poesia della raccolta) del “sentiment”, cioè come sono “sentiti” gli oggetti e dunque del simbolico.
Ne deriva che la “trasparenza culturale” è l’ultima tappa di un processo cognitivo che riguarda il “saper sentire” . Questo “sentiment” è il canto e ne capiremo il perché.
Esemplare per questa meccanica del pensare di Pereira da Silva è “Napoli in me”: l’oggetto, Napoli (le strade, le cartacce) entrano nel soggetto che percepisce e che cerca un senso di coerenza a ciò che è ed appare pulviscolare-trasparente. Ma è valido anche il meccanismo contrario, qui evidentissimo:”Me in Napoli”: “me”, non “io”, perché anche la poeta è un oggetto d’oggi e una trasparenza e un pensare. Questa annotazione ci conduce al nucleo dell’espressione di Regina, il suo “Modus vivendi” in “Perdizione”, e, pertanto, al bisogno da cui nasce la sua scrittura che, è evidentissimo, tende all’enfatico, costellato da molte esclamazioni.
Cito due metafore: la prima è appunto da “Modus vivendi”,d i cui dò una parafrasi: “accendo le luci del cuore. Osservo l’energia e lo splendore della creazione (del cuore) che offre tutto senza fragore (cioè infrangere, il “cuore”, il frènos tiene tutto in unità e riattacca i pezzi). In ciò è la conoscenza perfetta, compiuta, cioè, ciò è, amore”.
Si ricorda molto chiaramente qui il Saba di “m’incantò la rima cuore/amore, la più antica difficile del mondo” e le luminarie, si sa, si accendono durante una festa per devozione, la riproduzione di un cuore è l’ex voto più comune. L’ “amore” fu percepito, e lo è ancora, come “KAM”, sanscrito, “desiderare”. La conoscenza perfetta, compiuta, è il desiderare che, in quanto, “guardare attentamente le stelle (sidera) ed esserne attratti” , nasconde anch’esso luci e gravitazioni per cui il compimento è il divenire sempredesiderante.
O ci risulta essere altra cosa il “modus” del vivere?
“Modus vivendi” è situato tra “Perdizione” e “Innocenza” (sto ricostruendo, come avrete capito, un altro tramaglio mediante l’individuazione di elementi simmetrici in positivo o negativo). In “Perdizione” si dichiara di perdere qualcosa per risparmiare energia allo scopo di conservarla alla luminosità delle generazioni future cuii, insieme con le luci (sempre quelle delle stelle e del cuore) viene trasmessa anche la presa elettrica dell’etimologia.
Regina è portoghese e vive a Napoli, come abbiamo detto , ma notate il mio errore: “è portoghese e vive a Napoli”; avrei dovuto dire:”è della città di S. João da Madeira e vive a Napoli” giacché Napoli non è una nazione (o no?), insegna all’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa e, come studiosa, si occupa ovviamente di lingue. Talvolta il corredo bibliografico “traspare” in qualche verso. Un’operazione che mi sembra in tal senso interessante la trovo a pag. 37; se isolata, sembra la trascrizione da un trattato o un saggio, mentre se inserita nel suo contesto, “Quindi”, è qualcosa di molto terreno e -direi- femminile: le coccole che si manifestano attraverso parole-desiderio. E’ questo quindi il “quindi: il gesto d’amore (il cui bisogno “esclama”), l’azione.
“Quindi” fa da staffetta a un Igitur che si titola “Linguaggio” e che apre la seconda sezione del volume. Il linguaggio qui è un lessico che fugge, parole non più desiderate che vengono usate dal poeta accattone di cartacce scritte. L’andamento è monologante, da teatro, e passa da “linguaggio”, glossa, lingua come organo fonoarticolatorio, al suo spettro, il testo, che è il titolo del componimento successivo.
La filiera culturale è allora realmente trasparente e fa tappa su oggetti individuati come emblematici del proprio essere: Perdizione-modo-di-vivere-innocenza-Quindi-linguaggio-testo- memoria-ricordo-la mia cultura-napoli in me- e, sul versante della simbiosi interculturale, il re Sebastiano e il re Vesuvio.
E L’azione? Dove sta l’azione in un autore che la reclama? Che fa lui? Agisce o no? Dobbiamo chiarire il vero obiettivo dell’azione di scrittura, surrogato forse di qualcos’altro (la parola, certamente; e oltre a ciò?).
Ad essere parola-desiderio è il volto felice di una persona coccolata e credo che in “Guerra” si narri indirettamente e con un certo pudore l’adozione di una bimba. Dunque le carezze, gli strokes o frecce positive non sono quelle da ricevere ma quelle da dare ed ecco che, una volta tanto, biografia, automitobiografia e versi coincidono nella paticità del vivere:è quel volto e quel corpo di bimba la vera trasparenza culturale, la condivisione, la solidarietà, l’amare che viene pescato nella rete trasparente del ricordare, cioè il “riportare al cuore”.
Azzardo a questo punto la visione dominante in Regina, l’ icona nascosta ma comune al popolo portoghese e napoletano e i cui attributi sono un cuore pieno di luci, l’umiltà, l’amore, la maternità. Chi è? E’ esattamente ciò che si trova spessissimo nelle edicole votive dei nostri vicoli, la raffigurazione di Maria e, in particolare, quella che si vede alla cappella universitaria o a San Pietro in Vinculis, cioè una maria-mater col seno scoperto e nel gesto di allattare.
L’inchiostro delle poesie mi sembra allora debole sostituto del colostro.
Analogo fenomeno di coerenza (analogica e oppositiva) si registra nella terza sezione, “Pensieri”. Se è coerente ciò che abbiamo ipotizzato, questo testo dovrebbe essere il “pensum” in cui ritrovare i fili individuati.
Il primo, quello che regge tutti gli altri, il “capo” del gomitolo, c’è, ed è il femminile sublunare, “Il chiarore lunare”, l’essere che solo di notte si scopre gravido dell’essere dell’altro, come la luna che è limpida per effetto di un altro, il sole, e solo così sa diventare raggiante per conto proprio. Interessante, a prescindere dagli esiti formali, la capacità di Regina di percepire cose ancestrali, di timbro junghiano. Se pertanto qualcuno, vedendo il testo successivo, “Alchimia”, suppone un processo inconsapevole tipico delle nozze mistiche di anima e animus, fa la cosa giusta e se poi nota che il terzo testo si chiama “E io” non potrà fare a meno di creare un altro tramaglio: “Il chiarore lunare-Alchimia = io”. Qui siamo in pieno principium individuationis dove l’ombra è chi sta agli ingranaggi della ruota (l’Abisso, più avanti nel libro).
Se con questa lettura ho evidenziato qualcosa, ed è un qualcosa di fondativo di ogni ratio, è rimasto in disparte il perché questi testi siano canzoni e dobbiamo dimostrarlo. Un’analogia col fado e la canzone partenopea mi sembra implicita ma a noi interessa andare alle radici di entrambi.
Il Fado, è noto, ruota attorno a una scala tonale; attorno alla tonica, la prima nota su cui si costruisce tutto il sistema scalare maggiore, gravitano tutti gli altri suoni. Essa è anche l’esito su cui si regge un brano e si fonda altresì su una triade.
Sarà un caso, ma è significativo, adesso, che il titolo del volume costituisca una triade, cioè l’accordo minimo a tre parti. Potremmo a tal punto, in assenza di suono, sostituire le note annotate con quella preponderante per frequenza di apparizione o durata (per me, qui e ora, “impeto” o “memoria”) articolando una gerarchia anch’essa tonale secondo la seguente scala: nota d’inizio del libro, nota finale di una sezione del libro, note ornamentali o di passaggio,nota più alta, nota più grave, nota di chiusura.
Si tratta di forme “gestatorie” di ciò che appartiene alla cultura portoghese e che correntemente si chiama “saudade”, una forma di malinconia-nostalgia che linguiosticamente ha a che fare con “sole” e “saluto”, abbandono di ciò che è assente e che si desidera rivivere..
Che vi sia “saudade” in questi testi, mi sembra indubbio. Quando si entra nella “saudade” si percepisce ciò che è presente e nel contempo assente, l’essere, il proprio intimior modo d’essere ed è da ciò che deriva l’impulso che porta al grido che si modula in canto come la parola in scrittura.
Il fatto che questi testi siano bivalenti tra oralità e scrittura, elementi oppositivi concettualmente anche se non storicamente, sembra confermare l’indecidibile sostare tra “Perdizione” e “Innocenza”.
Si leggano questi versi in portoghese con in sottofondo la voce di Dulce Ponte.
Mimmo Grasso

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