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18 DICEMBRE 2018




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Info sull'Opera
Autore:
Rassegna Stampa
Tipo:
Poesia
 
Notizie Presenti:
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BRUNO BALDASSARRI - PRESENTAZIONE CRITICA DEL LIBRO DI POESIA DI ORAZIO ROGGIAPANE - 'Giorno per giorno' ( Aletti Editore).

di Rassegna Stampa

Orazio Roggiapane ci ha consegnato un libro di poesia, suddiviso in quattro parti, che egli stesso nella sua prefazione spiega ed illustra: “GLI EVENTI”, cioè “Le grandi stoltezze del genere umano”, “I LUOGHI”, cioè “La terra che mi ospita”,“ I RICORDI”, cioè “La nostalgia e l’amore per le persone più vicine” ed infine “LE STORIE – LE EMOZIONI – LE FANTASIE” ,cioè “Eventi, storie, pensieri ed emozioni della mente e della fantasia”.
Nonostante i titoli così disparati, aleggia sempre in tutte le parti del libro la condotta degli uomini ed emerge sempre, caparbiamente, con puntuale insistenza, la denuncia del male, di una mancata morale rispetto ai tempi andati, quando i comportamenti degli uomini erano dettati da principi di solidarietà e di onestà; insomma, appare evidente una denuncia ferma e sentita dei costumi corrotti degli uomini moderni e della modernità, dello stile di vita “decaduto”, diverso da quello che era una volta e che dovrebbe essere.
Tutto questo mi ricorda una pagina forte ed aspra del libro di Pietro Citati “Leopardi”, in cui il nostro grande poeta traccia un ritratto della modernità.
“Gli uomini moderni non vivono più nel mondo reale: non sanno nemmeno cosa sia; immobili o silenziosi come la morte o cinguettanti come la moda. Non abitano nel presente, sebbene non sembrino fare altro. Abitano l’irrealtà, l’illusione, l’astratto…Vorrebbero agire come macchine, e diventare macchine…Odiano senza tregua. Odiano gli amici, i compagni, i padroni, i figli, i vicini. Calpestano i vincoli più sacri. Si fanno guerra a vicenda…Non hanno più cuore: i sentimenti sono distrutti, i dolori infiacchiti…Tutti sono infelici.”
Leggendo il libro di Orazio Roggiapane, ci si accorge che tutti quei mali, che angustiano l’uomo moderno, che il tempo ha diluito nei giorni, nei mesi e negli anni, vengono ravvicinati tra di loro per dare corpo ad un insieme, ad una successione di orribili condotte, che fanno dell’essere umano quasi una creatura diabolica ed infernale.
La prima poesia, che troviamo, è intitolata “La vita continua” ed inizia con la congiunzione e, come se fosse la prosecuzione di un altro libro o di un altro discorso o di un altro episodio non ancora compiuto; questo modo di iniziare il libro mi fa pensare soprattutto al tempo, ma a un tempo, che regola puntualmente la vita con il dolore e i drammi, che conduce innanzi a sé e con sé sciagure e mali, come se sulla terra non vi fosse altro…“e la vita continua”. Quella congiunzione e pare che sostituisca nonostante, come a dire: nonostante tutto il male e tutte le sciagure la vita continua.
Orazio ci consegna immediatamente in prima battuta un mondo “crudele e perverso” dove il “buono soccombe al cattivo”. Annuncia l’eterno problema della lotta tra il bene e il male, che tanto ha impegnato le grandi menti della filosofia e della teologia.
Una visione più pessimistica di questa è raro incontrarla: infatti nelle tre quartine successive egli elenca con chiarezza e con puntiglio tutti i mali del genere umano: “ dolori e sussulti, fame e stenti, guerre e massacri, odio”. Non manca nulla: il mondo ci appare come un girone infernale, dove l’uomo è condannato a soffrire pene indicibili.
Nelle strofe successive egli si interroga e si chiede il perché di tutto questo e termina la poesia con una nota dolente ed amara, che toglie ogni speranza: “quanti lutti avrò ancora davanti?”; mi pare che la domanda nasconde una dolente consapevolezza. A me pare che voglia dirci che la lotta tra il bene e il male non avrà mai fine e che il male sarà sempre il dominatore e il vincitore; si coglie in questa poesia un’incapacità del bene, come se fosse più debole, a vincere il male; la lotta tra bene e male è impari.
Nella seconda poesia si cala nel particolare, scende dentro un episodio drammatico della storia moderna: il massacro dei bambini della scuola di Beslan: quei “fiori bianchi”, recisi immaturamente e violentemente, sono la metafora di una nuova strage degli innocenti: il potere, sia quello da salvare sia quello da conquistare, fa uso anche dei bambini: questa bestialità è un segno evidente che nell’uomo si nasconde un male oscuro e terribile, frutto malefico dei tempi moderni, che va combattuto e dominato con la civiltà, coltivando quei valori che fanno dell’uomo un essere sociale, capace di convivere con gli altri per costruire un mondo, in cui tutti hanno la possibilità di realizzare il proprio progetto di vita nella sicurezza e nella felicità.
Anche quando il poeta si lascia trasportare dal “sogno” per vedere un mondo migliore, alla fine, dopo il risveglio constata tragicamente che il mondo è regolato dall’odio di razza e di religione, dalla guerra, dalla povertà, dal terrore, dall’ingiustizia, dalla schiavitù.
Mi pare, tuttavia, di sentire nella chiusa di questa poesia un’altra nota dolente e disperata, priva di qualunque motivo di speranza e invasa da una consapevole certezza che l’umanità non sia capace di redimersi, di comportarsi umanamente e civilmente.
( Leggere pag. 18 )
“ Il mio sogno della notte di Natale
ho creduto fosse vero, ho sperato,
ma è col mondo funestato da ogni male
che, purtroppo, poi mi sono risvegliato.”
Perché l’umanità divenisse migliore, non è bastato neppure il sacrificio del Cristo; la sua passione e la sua missione sembrano siano state vane, inutili; Orazio arriva perfino a sostenere che noi non siamo degni dell’amore di CRISTO, che “noi siamo portatori di dolore e di ingiustizia ad ogni costo”; così leggiamo nella poesia “Il crocifisso”; mi sembra di capire che nell’uomo vi sia sorta di genia del male, una radice negativa indistruttibile, che sa produrre solo odio e rovina; mi sembra di ravvedere nel suo pensiero un pessimismo, direi, antropologico, cioè un pessimismo che è insito del DNA dell’uomo, che non si può eliminare, che è inestinguibile; solo un intervento divino può dare all’uomo quella virtù, quella capacità che lo fa essere degno dell’amore di Cristo; infatti, alla fine della poesia, il poeta rivolge una calda e sentita preghiera al Cristo, perché intervenga a favore dell’uomo e gli conceda non solo il perdono, ma anche un cuore capace di amare; ecco uno dei versi: “fa che torni l’amore ed il sorriso”.
A pagina 21 troviamo la poesia “Il manifesto”.
È un manifesto mortuario, uno di quei manifesti bordati di nero, che sui muri annunciano la morte di qualcuno ai più sconosciuto; di fronte alla morte Orazio si sofferma sull’uomo e sulla sua vita: si pone domande fondamentali: aveva amato? E quanto? I suoi sogni li aveva realizzati? Quali erano i suoi pregi e i suoi difetti? Come aveva affrontato la morte? Emerge la riflessione che la vita di ognuno è un mondo complesso ed articolato, ricco e complicatissimo; ogni vita è una storia originale ed unica, che d’un tratto la morte cancella e che il tempo ricopre di silenzio; dentro e sotto quella carta strappata, a brandelli, dentro a quella scritta già sbiadita è nascosta una vita intera, una storia irripetibile e, davanti l’andirivieni della gente indifferente, il poeta rimane commosso a pensare. In quella indifferenza della gente si sente trapelare un senso di sconforto e d’impotenza, si coglie una nota dolente per la sorte di ogni uomo, destinato alla fine, alla morte ed all’oblio. Di tutta una storia non rimane altro che un brano di carta strappata ed una scritta sbiadita e solo per poco tempo, perché poi tutto scomparirà per sempre; in quel futuro ci sono altri, colui che è morto è come se non ci fosse mai stato.
E la morte la ritroviamo nella poesia successiva, intitolata, “La morte di un barbone”, una morte che suscita da una parte pietà e dall’altra sdegno; emerge la contrapposizione tra il comportamento della gente, che viene definita “inospitale” e quello di un cane, un animale che diviene umano, che assume un comportamento che dovrebbe essere degli uomini e non degli animali. Balza alla vista il verso “Le bestie talvolta son molto più umane”, più umane dell’uomo; i ruoli si sono invertiti: l’uomo è divenuto bestia e la bestia uomo. È questa un’altra affermazione che conferma il pessimismo di cui dicevo prima.
Di fronte ad un mondo così squallido, così disumano, nasce il bisogno di trovare nella fede un punto di riferimento certo, che ci scampi dalla disperazione e che dia ai giovani motivo di speranza: quando il buio ormai si è fatto fondo (ed Orazio parla spesso di buio) ecco che una luce si accende a rischiarare un mondo sprofondato nelle tenebre; ancora una volta questa luce si trova in Cristo e nel suo rappresentante sulla terra, il papa; quel monito e quell’invito ad “aprire le porte a Cristo”, a spalancarle, è quasi un grido, un richiamo di speranza e di salvezza.
Le ultime tre poesie di questa prima raccolta hanno come tema eventi della natura; “Il temporale” , “Pioggia di fine estate” e “L’autunno”.
A prima vista parrebbe che tali poesie siano entrate impropriamente in questa sezione, che si apriva con i peccati dell’uomo e con la morte, ed invece ne fanno parte legittimamente; esse infatti non sono altre che metafore della vita; queste tre poesie, che sanno descrivere con efficacia eventi della natura, rimandano tuttavia alla vita e la illuminano di una luce nuova.
Fino a qui dominava il male e il dolore, i drammi e le tragedie, la solitudine e la morte; qui, invece, appare una luce nuova, una luce di speranza; come dopo il temporale torna il sereno, così nella vita dopo i momenti tristi torna sempre la schiarita.
A questo punto sembra emergere una nuova filosofia, un nuovo modo di vedere la vita, una nuova convinzione: anche se gli uomini sono cattivi e malvagi, la vita può essere bella e dare le sue gioie, nonostante i suoi momenti tristi e difficili; anzi dalle piogge e dai temporali la natura trae sostentamento, come la vita trae poi vigore da ogni difficoltà, da ogni sofferenza e da ogni momento negativo: come la pioggia ricrea e la primavera rigenera così ogni dolore dà all’uomo nuova forza e nuovo vigore : ecco il nuovo motivo nella poesia di Orazio: si è acceso un nuovo messaggio, la consapevolezza che “poi ritorna sempre la schiarita”
Nell’ultima poesia ritorna il tema della morte: la nuova metafora è l’autunno, un autunno triste e dentro ad esso una foglia che cade dal ramo, lentamente e fluttua nell’aria, una vita che se ne va; non è una morte violenta, è una morte dolce, direi naturale; è insomma un atto della vita stessa, che porta a compimento un grande e irripetibile progetto.
C’è da notare la sequela e la sequenza di aggettivi, che il poeta si attribuisce in questo periodo della sua vita, del suo autunno: “bagnato, incupito, ramingo, solingo e gli stati d’animo che vive: rimorsi, giorni perduti, sogni incompiuti, chimere”.
Si coglie il rimpianto e la nostalgia dei sogni non realizzati, della vita che se ne va, del tempo andato, che non torna più: il sentimento del tempo e del mutamento qui si fa ancora più evidente e più sofferto.
La metafora che si legge in chiusura di questo componimento è bella e forte.
Pag. 32.
“e anch’io come foglia d’autunno
cadrò dal mio ramo”
Qui è giusto fare alcune considerazioni sulla forma poetica: sulla metrica, sulla strofa, sulla rima e sulle figure retoriche.
Le prime due poesie mostrano delle quartine di decasillabi.
La prima poesia è a rima alternata, mentre la seconda a rima incrociata.
Da notare la quarta strofa della prima poesia.
Pag. 13.
“Non c’è nulla oggi giorno di sacro,
troppe vite immolate alla guerra,
troppi figli mandati al massacro:
quanto odio minaccia la terra!”
Essa ha un andamento metrico molto musicale, elegante e scorrevole: quattro decasillabi con accenti sulla terza, sulla sesta e sulla nona, che ci fanno ripensare ad altrettanti versi di manzoniana memoria e le rime offrono un contrasto notevole: al sacro si oppone il massacro e a guerra si oppone la terra; qui la rima si fa sostanza poetica e non è qualcosa di formale e di superfluo.
“Il sogno di Natale” e “La morte di un barbone” sono costruite con dodecasillabi a rima alternata la prima e a rime ripetute la seconda, cioè il 1 verso rima con il 4, il 2 con il 5 e il 3 con il 6, seguendo lo schema ABC, ABC.
“Non aver paura” ha una struttura particolare; ad ognuna delle tre ottave di decasillabi a rima alternata succede un distico formato da un quinario e da un settenario dopo le prime due e da un quinario ed un ottonario dopo la terza; la chiusa è una quartina a rima alternata.
Si trovano poi due poesie di endecasillabi; la prima sono quartine a rima alternata e la seconda sono sestine a rime ripetute. Troviamo anche versi martelliani, cioè doppi settenari, nella poesia “Il manifesto”.
L’ultima poesia della prima sezione è formata da otto quartine di tre novenari e un senario in ultima posizione, che funge da cadenza finale di ogni strofa.
Come si può notare Orazio mostra una discreta padronanza e varietà della forma poetica; egli sa usare strofa, rima e metrica da consumato esperto di poesia, nonostante le sue dichiarazioni fatte a tale proposito nella prefazione del libro. La figura retorica che più usa è la metafora; intere composizioni a volte sono una metafora. Di tanto in tanto si ascoltano sentenze.

La seconda sezione del libro tratta i luoghi della Maremma, terra adottata dal poeta.
Orazio si mostra conoscitore dei tanti paesaggi della Maremma; dalle pianure assolate ai dolci ed aspri declivi, dai ripidi sentieri ai mari limpidi, dai colli verdeggianti alle fitte macchie, dai boschi di querce e di lecci agli uliveti argentati, dai paesi arroccati sui colli, come Scansano, Semproniano, Montemerano a quelli sul mare, come Castiglione della Pescaia.
Nelle 12 quartine di settenari scattanti della poesia “Maremma amara” viene rievocata tutta l’epopea della Maremma: la malaria, l’estatatura, la mietitura, la trebbiatura e le tante tragedie, che in essa si consumarono nel silenzio e nell’abbandono; alla fine rimangono nella memoria tutte le tribolazioni e i lutti di un popolo, che combatté inerme contro nemici spietati, come la malaria, la fame e la povertà.
Altre due poesie sono dedicate alla Maremma: “La mia Maremma” e “Colli di Maremma”
Quasi sempre le sue descrizioni sono puntuali ed efficaci, icastiche e lasciano negli occhi colori e forme; nelle narici odori e sapori; nel cuore emozioni e nella mente ricordi e memorie di tempi andati, quando la vita in Maremma era una lotta contro nemici potenti ed invisibili, quando vivere era ogni giorno una conquista, quando sopravvivere era difficile, quando, insomma la vita era più dura, ma vera.
In quelle case e in quei vicoli di paese si viveva una vita fatta di affetti e di rapporti familiari molto stretti, intimi ed affettuosi, che i tempi moderni hanno dimenticato, perduto.
Sono degne di nota alcune conclusioni originali e sorprendenti, come quella nella poesia “ Castiglione della Pesacaia”.
Pag. 41.
“Mi piace immaginare che il buon Dio,
dopo i sei giorni della Creazione,
volendo ritrovare un po’ d’oblio,
volse lo sguardo verso Castiglione.”
“Gli olivi di Montemerano” attestano il tempo, sono il simbolo del tempo, che inesorabile scorre verso la fine di ogni cosa; divengono i testimoni della storia di tante vite umane, di tanti episodi della storia di un popolo; sono visti come scolte e custodi di un paese, quasi fossero angeli verdi, che il tempo ha reso forti e quindi capaci di proteggere un intero paese. Questa pianta tanto utile all’uomo, quasi sacra, acquista quegli attributi che ha una madre, che assicura ogni protezione ai suoi figli.
Nella poesia “Alba marinara” il mare diviene un luogo particolare, una dimora estrema, vista in tre momenti diversi: luogo di solitudine, luogo di vita del pescatore e luogo di riposo dei villeggianti.
Le prime quattro quartine di endecasillabi ci portano sulla spiaggia di un mare solitario, all’alba, dove tutto pare ovattato; ascoltiamo i suoi suoni: il mare ha un ritmo lento lento, le onde baciano la costa, il nuovo giorno nasce nel sussurro dell’aria frizzantina e cogliamo le immagini: il mare si mischia al cielo, il primo raggio del sole colora tutto di rossiccio; e tutto dentro un profumo di marina.
Il mare pare diventare la metafora della vita, di quella vita intima, solitaria, dove i silenzi si alternano a dolci emozioni e a sentimenti, custoditi con cura e delicatezza; poi si fa vita di lavoro ed ecco apparire un pescatore, altra metafora di chi costruisce la propria vita con le proprie mani e con il proprio sudore; ed infine quello stesso mare, quella stessa spiaggia diviene metafora degli spazi di riposo e di divertimento, come è per tanti villeggianti.
Il poeta di fronte a tanta bellezza e di fronte a tanta vita della natura e dell’uomo si sente piccolo, avvolto dall’infinito e così va in cerca di Dio, del Creatore per capire chi è, per dare un senso ed un significato alla sua vita.
Nelle altre composizione di questa sezione vengono rievocati i tempi andati, i fatti e le usanze di una terra da una parte amara e dall’altra generosa e bella, divenuta nell’animo del poeta la sua patria, la sua terra.
Allora la memoria si riappropria di tanti giorni e di tante esperienze andate, ma ancora vive ed operanti, che sanno ancora parlare con il linguaggio del rimpianto e della malinconia, che sanno riportare indietro verso tutte quelle cose perdute, ma amate, come la giovinezza e i tempi spensierati, come le tante persone care, che hanno lasciato nel poeta un segno indelebile.
In questo momento mi piace citare alcuni endecasillabi, che si riferiscono al mio paese natio, Samprugnano.
Leggere pag. 48
“ Placa il silenzio a notte ogni rumore;
solo il cri cri dei grilli ora si sente,
ma un grido di civetta stringe il cuore:
si segna con la croce il sofferente”
In questi versi vi è un intero paese, con le sue usanze, le sue credenze, le sue convinzioni popolari e le sue superstizioni, ma vi è anche un ambiente con la sua dimensione piccola e quindi familiare, circondato da una natura ancora viva e ricca, popolata di suoni e di rumori
Le ultime due poesie “La casa del villaggio” e “Nell’orto di Guido” dipingono un quadro di vita familiare, in cui i particolari assurgono a fatti essenziali, che danno senso e significato alla vita, che danno un valore immenso alla casa, dove si raccolgono lacrime e gioie, paure e speranze, affetti ed amori, rapporti e comunioni.
Pag. 50
“Certo è una casa antica, soffitti altri tre metri,
i muri fatti in pietra, grandi finestre a vetri,
il sole entra dovunque, illumina le stanze,
e il desco apparecchiato con sopra le pietanze.”
È una casa sicura, forte e robusta, quasi ad indicare la sua inespugnabilità, la sua sicurezza, al riparo da ogni pericolo e da ogni intrusione ed è una casa piena di luce, con quelle grandi finestre aperte sul mondo e quella tavola apparecchiata, intorno alla quale tutti si riuniscono.
Gli spazi descritti, dunque, sono ampi, protetti da mura spesse e forti, anche se vecchi e un po’ rovinati, ma sono soprattutto quella tavola e quelle pietanze che danno il segno dell’intimità e del familiare e nel seguito della lirica quei profumi e quegli odori sono il segno di un’atmosfera e di un clima amato e condiviso da tutti coloro che vi abitano e dal poeta, profumi e sapori, che uniscono, che fanno sentire partecipi di usi e di costumi, di una corrispondenza di affetti e d’intenzioni.

La terza sezione è quella dei ricordi: i ricordi sono costituiti da eventi, da luoghi, da emozioni e da sentimenti.
La prima tre poesie sono dedicata alla madre e non poteva essere diversamente; quale ricordo più struggente ed intimo di quello di una madre; il vuoto che lascia una madre a qualunque età è incolmabile e niente può colmarlo, anzi con il tempo e la consapevolezza quel vuoto si fa tormento e peso sempre più grande.
Pag. 57: A mia madre
“Mi manca, sai, la tua presenza, o madre,
mi manca la tua voce, il tuo sorriso,
mi manca la dolcezza del tuo viso,
le tue battute semplici e leggiadre.”
Sono endecasillabi ricchi di dettagli, ricchi di elementi concreti che rimandano alla madre; ogni madre ha i suoi tratti particolari, che divengono segni di riconoscimento e di distinzione fra tutte le altre donne, segni che si incarnano nei figli e divengono incancellabili, anzi sostanziali per farne parte per sempre.
Mancano come dice Orazio: “la voce, il sorriso, le parole, la dolcezza del volto, la testa bianca e le mani, i baci e le piccole attenzioni”, insomma manca quella presenza che rassicura e che protegge sempre e comunque. Nulla può tagliare il filo che tiene legati alla madre: è un filo indistruttibile ed inestinguibile, come l’amore e l’amore per una madre non ha età, supera ogni limite di spazio e di tempo.
Questo rimpianto della perduta madre rievoca, nella seconda composizione di questa sezione, dal titolo “La stanza buia”, un ricordo particolare, quando il poeta era piccolo ed aveva paura del buio; quel buio e quella paura si dissolvono solo con la presenza della madre: è ancora la madre che fuga ombre e paure e quel ricordo, oggi, anche se il poeta è ormai un uomo maturo, diviene addirittura attesa. Anche in questa poesia la chiusa si fa ricca di stupore e di meraviglia
Leggere pag. 59.
“Ed ora che ormai sono anziano,
rimango ogni notte in attesa
che appaia mia madre ed in mano
la lampada accesa”.
e mi fa tornare alla mente “La mia sera” di Giovanni Pascoli.
“ ……………………………
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch’io torni com’era…
sentivo mia madre…poi nulla…
sul far della sera”
Nella terza poesia “La sorgente” domina ancora la figura della madre vista e sentita come sorgente di vita e di esperienza, una sorgente pura e fresca, come una fonte che disseta. Questa composizione è un sonetto. Nella prime due strofe primeggia la giovinezza e nelle terzine si erge in tutta la sua grandezza la madre con il suo spirito acuto ed i suoi insegnamenti.
La poesia successiva “Jafet, il pescatore” ha una struttura particolare e inusuale: sono tre sonetti in successione.
L’amico pescatore è un esempio di vita e di condivisione di un momento felice della vita del poeta e il ricordo di lui è pungente e la sua perdita dolorosa.
Poi emergono, nelle poesie successive, i ricordi degli episodi salienti del suo amore e della vita dei suoi figli.
In “Una brutta sera” viene rievocato un episodio di vita, quando l’amore, il grande amore, rischiò di morire; ma il grande amore, l’unico amore, ha sempre la forza di superare ogni ostacolo; esso serba in sé quella forza per vincere tutto. “Amor vincit omnia”…”quid non sentit amor?”. Il ricordo di quel momento difficile, di quel pianto e di quell’addio, poi ritirato, riaffiorano ancora con tutta la loro forza, a sottolineare la grandezza di un amore, messo a rischio da un banale equivoco, da una brutta sera; un episodio non può condizionare una scelta per tutta la vita, ma quel rischio ha lasciato il suo segno. Spesso non ci rendiamo conto che basta poco a distruggere un rapporto, un amore, una fiducia; la vita va vissuta con molta attenzione; questo potrebbe essere il messaggio che il poeta ci vuol lasciare.

L’ultima sezione è dedicata a varie esperienze: dai ricordi d’amore a quelli della Maremma, dai figli ai nipoti, agli amici.
Ma anche in questa sezione le prime tre poesie trattano la morte e la vecchiaia; è questo un tema molto sentito e quasi sempre presente in ogni lirica.
La prima poesia ci presenta l’ombra della morte, che si aggira tra le case di un borgo montano, abitato da pochi vecchi, per i quali la vita è ormai finita o in procinto di finire: così descrive il poeta questi personaggi: “vite private di speranze e di domani”; uomini dai “sogni vani”. Una cosa da notare è che la morte non ha una fisionomia ben delineata; è un’ombra e come tale inafferrabile e vaga, immateriale e leggera, terribile, ma tuttavia impalpabile e indefinita. In questo caso, però, la morte sembra liberatrice, appare come colei che toglie la vita a chi ormai la vita più non ha, a chi ormai vive in uno stato precario e quasi vegetativo.
Nella seconda poesia, invece, la morte, descritta ancora come ombra furtiva, è vista come una nemica spietata e cieca, che non guarda in faccia nessuno, da tenere lontana come il male peggiore. Quell’ultimo raggio di sole del meriggio cede il posto all’ombra che si allunga inesorabile sulle cose, cede il posto alla sera, alla notte, alla morte; la parabola del giorno è la stessa parabola della vita, che tende al termine; ma mentre il giorno risorge all’indomani, la vita s’inabissa nel nulla della morte.
Il libro della natura ha molte pagine in comune con il libro dell’uomo; una sola è diversa, l’ultima.
Lo scorrere inesorabile del tempo, che assottiglia, la vita, che consuma i giorni, i mesi e gli anni, è il sentimento che domina la poesia “La vecchina”; già nel titolo si avverte e si percepisce lo sfinimento e l’assottigliarsi della carne, del corpo e quindi della vita stessa; il tempo pare abbia consumato questa donna ormai ridotta al poco, al nulla, “ a pochi lenti passi”; questo sentimento è reso ancora più triste e più tragico dalla chiusa: quel portone che si chiude e quel giorno, che non torna più, dicono la fine ormai imminente.
In questo quadro, direi, un po’ tragico, notturno, se non crepuscolare, brilla d’un tratto nella poesia successiva, la figura di “Un uomo speciale”, che solleva e rasserena i sofferenti, ma anche chi legge, e quelle mani che allontanano il male e le sofferenze sanno di taumaturgico.
In questo scenario il poeta sente il bisogno di rivolgersi al figlio, a cui indirizza il suo monito a non soffrire, cercando di lasciare alle spalle il passato per proiettarsi in un futuro più felice; è evidente che quel passato da dimenticare è stato causa di pene e di angosce e che il futuro felice deve essere il giusto e meritato contrappeso.
Tornano successivamente ancora i temi dell’amore, anche se disturbati dalla paura della morte o per lo meno dalla sua presenza; le cinque quartine della poesia “Vorrei” attestano tutto l’amore del poeta nei confronti della propria donna, con cui ha condiviso la sua vita; emerge il desiderio di continuare ad amare con quell’ardore di sempre, con quella passione della gioventù, con tutta la forza e l’intensità di un tempo, di quel tempo che adesso si è fatto avaro e che scorre a togliere questa possibilità di amare ancora e ancora per l’eternità, pare di capire; insomma si sente tutta la nostalgia per qualcosa che mina quell’amore, che tende alla fine; ma l’amore vince il tempo e la morte e si trasferisce in eventi naturali: “silenzio e notte, giorno e sole, vento e pioggia”; eventi che possono ancora dire alla sua amata tutto il suo amore; pare di capire che quell’amore si fa eterno, come il creato. Egli ama talmente la sua donna che ne traccia un ritratto, un quadro egli dice virtuale; e invece ne nasce un quadro reale, da cui emerge un volto di donna vivo e vero: “ occhi verdi, nasino in su da impertinente, capelli rossi, bocca vermiglia ed attraente”; altro che quadro virtuale; ce ne dà una descrizione concreta e precisa, carnale, da cui traspare una bellezza amata e desiderata, direi quasi adorata.
E voglio concludere questa mia lunga riflessione e queste mie modeste, ma sincere annotazioni, esaminando le ultime due poesie, che a mio avviso, rappresentano il testamento del poeta: “L’ora fatale” e “Il giorno che me ne andrò”.
Nella prima il poeta ci descrive ancora un sogno, un brutto sogno, in cui sembra giunta l’ora della morte, un momento che fa paura e che spinge ad un sommario esame di coscienza: la preoccupazione maggiore è quella di avere sbagliato, di avere arrecato danno a qualcuno, di avere abusato: prevalgono, come si può leggere, i motivi morali e sociali, quei rapporti con gli altri che potrebbero aver causato dolore e danno.
Ma è nell’ultima poesia del libro che il poeta si guarda indietro per fare un esame accurato di tutta la sua vita: vede tutto il bello che la morte gli porta via, tutto il bello che deve lasciare e che gli procura dolore e rimpianto: “ i pensieri, le fantasie, i sogni, le chimere, le manie, i sensi e i desideri, gli occhi, i volti cari” della sua famiglia, i volto sereno e dolce della moglie e quello dei figli.
Una volta che la morte gli avrà tolto tutto questo, spera che almeno gli resti il benevolo ricordo dei vivi, ma soprattutto spera nel giudizio misericordioso di Dio e nel suo perdono, ma il suo ultimo pensiero va…ascoltiamolo:
Pag. 84
“E me ne andrò, lasciando i miei amori,
coloro che durante la mia vita
han reso il cielo pieno di colori,
d’amore e gioie l’hanno riempita:”
l’ultimo suo pensiero va ai suoi amori, che hanno dato colore alla sua vita, ai suoi cari che l’hanno riempita di gioie e d’amore: il senso della vita pare che si fondi in quello che il poeta ha vissuto nell’amore, con amore e per l’amore, in quella fitta rete di affetti, di sentimenti, di emozioni vissute a fondo con chi ha condiviso istanti, giorni ed anni.


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