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18 DICEMBRE 2018




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Info sull'Opera
Autore:
EBook Aletti Editore
Tipo:
Poesia
 
Notizie Presenti:
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In EBook, la silloge poetica "Pegaso e la Sirena" di Anna Maria Gargiulo ( finalista al Premio Surrentum )

di EBook Aletti Editore

«La filosofia compagna di intimi pensieri.
Un testo che regala alta meditazione, all’altrui pensiero. Un poetare tutto teso all’ascolto filosofico del canto del mare. Un lancinante eremo, si è fortificato nel cuore della versificatrice, la quale pienamente consapevole di questo, miscela la densità lirica con maestria. La memoria è l’unico appiglio che combatte la solitudine che fa breccia nel testo. La realtà che tra le righe impernia l’inventiva, non esaspera il linguaggio lirico, il quale viene confortato dalla speranza, sovrastato da una tristezza debolmente ridente. Lo stile non viene in ogni caso asfissiato dal pensiero che germina in primis nel cuore e poi nella mente. La filosofia poetica dell’autrice decanta il pensiero del Vate Ronsard ovvero ”la felicità è in attesa dietro l’oscuro bivio”».

Con questa motivazione la Giuria ha conferito il premio ex aequo medaglia d'argento al libro "Pegaso e la Sirena" di Anna Maria Gargiulo, al Concorso " Mi presento sono..." organizzato dall'Associazione Capranica Arte e Letteratura - Accademia Francesco Petrarca Viterbo.

Il libro, inoltre, è stato finalista al finalista al Premio SURRENTUM

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NOTE BIOGRAFICHE DELL’AUTRICE
Annarè è pseudonimo di Anna Maria Gargiulo, nata a Meta di Sorrento (Napoli) nel 1951.
Provata presto dal dolore, ha maturato la precoce esperienza di una fondamentale separatezza dal mondo. Ciò l’ha portata a prediligere la solitudine e la riflessione, non meno lo studio e la natura, senza per questo sottrarsi alle gioie dell'amicizia e della vita comune.
Conseguita la maturità classica, ha frequentato l’Università Federico II di Napoli, avvalendosi dell’insegnamento di grandi maestri; si è laureata in Filosofia con 110/e lode nel ’75, con una tesi di laurea a carattere interdisciplinare, “La comunità educante”, tema in cui fortemente crede e principio ispiratore della sua attività professionale di insegnante.
Trasferitasi poi a Milano, qui ha cominciato attività di insegnamento; ha frequentato nel contempo la “Scuola Superiore delle Comunicazioni Sociali” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, e ha conseguito il Diploma di Specializzazione.
Ritornata negli anni ottanta al paese d’origine, ha continuato l’attività d’insegnamento nella Scuola Media di primo grado e poi di secondo grado, ove tuttora insegna.
Contemporaneamente, svolge attività di Supervisore nella Scuola di Specializzazione per l’Insegnamento (SICSI) in ambito linguistico letterario, presso l’Università di Salerno. L’esperienza interiore della poesia ed i suoi frammenti l’accompagnano lungo la via.



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La raccolta di liriche è divisa in tre sezioni, di diversa estensione: la prima dà il titolo alla raccolta stessa (Pegaso e la Sirena); la seconda è dedicata a La voce del Mare; la terza, più breve ma anche più amara, è incentrata sulla Periferia. Siffatta struttura, che a prima vista appare un mero espediente editoriale, risale, forse, ad una originaria intuizione dell’autrice, la quale ha voluto segnare le tappe di un ideale itinerario dello spirito, il cui perimetro circoscrive l’ambito della propria ispirazione: dalla intensa vicenda d’amore tra la terrena Sirena e l’alato Pegaso (ch’è come dire: tra la poetessa e la Poesia) alla multiforme voce del mare, nella quale convivono il sorriso luminoso delle onde e i cupi richiami dei misteriosi abissi del fondo, fino alla desolata periferia dell’abitato ai piedi dei monti Lattari, dove la solitudine, appesantita dell’amarezza della diffidenza e del cieco egoismo, mutila l’orizzonte della vita e soffoca ogni generoso anelito dell’anima.
In tal modo la difforme estensione delle singole parti si compone nell’armonia globale della raccolta, la quale contiene e suggerisce anche l’indicazione, pudica e discreta pur nella sofferta denuncia, di una direzione dell’ideale viaggio che porta l’innamorata Sirena dalla gioiosa ebbrezza dell’ispirazione e dalle voluttuose dolcezze dell’amore a ritrovarsi sola nel chiuso orizzonte della casa paterna collocata nell’angustia d’una periferia dove la vita e il tempo hanno accumulato le scorie secche e amare di innumerevoli delusioni.
Se ha un qualche fondamento di verità l’intravisto filo tracciante l’ideale viaggio dell’autrice, la luce che esso filo proietta su tutta la raccolta sembra trovare conferma e riscontro persino nel particolare, apparentemente allotrio, del titolo della collana in cui è inserita l’opera: “Gli emersi”.
Che vuol dire? Non certo: gli emergenti; piuttosto: i superstiti di un naufragio.
Mera suggestione? Può darsi, ma certamente il tono amaro dell’ultima sezione, Periferia, esercita sulla sensibilità e sull’intelligenza del lettore una forte attrazione evocativa dell’idea di sopravvissuti al naufragio dell’esistenza.

E’ la più lunga delle tre sezioni, la prima, dedicata al tema dell’Amore.
Certamente l’autrice l’ha sentita come la più importante, tant’è che il suo titolo si fa titolo dell’intera raccolta: Pegaso e la Sirena. L’amore vi è sentito e cantato come l’espressione suprema e definitiva dell’esistere umano nel mondo e nel tempo: è l’amore a dare senso alla vita e a costituire l’umanità delle creature variamente prese e travolte nel vortice dell’esistenza. La poetessa, ch’è poi la Sirena innamorata, ne avverte la cosmica potenza, se ne inebria fino allo spasimo e percepisce il proprio ritmo vitale modulato dall’amore: in esso, infatti, l’offerta di sé, il darsi all’altro è inestricabilmente e indissolubilmente fuso e confuso con il ricevere e sentirsi inondati dal flusso unitario del vivere.
Il primo, breve componimento (solo cinque versetti) Sirena funge quasi da protasi all’intera raccolta e introduce il tema dell’amore come bisogno profondo di donare sé stessa alla propria creatura paga soltanto della tepida carezza delle sue mani. L’incanto d’una notte d’amore, placato ma non esaurito nella luce dell’alba, trova e lascia la “sirena” disposta a “salpare per un nuovo mattino” (Son tue le mie mani, son mie le tue poche parole) e aperta a “future speranze” (Il girasole) ovvero ad avvertire nel ritmo lento della risacca il lamento per l’assenza dell’amato (Tutta sola) o, infine, memore della vissuta ebbrezza amorosa, anelante a deporre il proprio viso nella morbida carezza delle mani del suo Pegaso (La perla dei desideri).
Come si rileva da questi primi pochi cenni, l’amore è sentito come forza cosmica che rinnova la vita delle cose e delle creature in un inarrestabile e incomprensibile processo di cui non si veda né conosca la fine e in cui non sia possibile sempre tenere distinte le sfere della materia e dello spirito, anch’esse fuse e cospiranti nel flusso vivente della creazione. Nell’onda crescente, e poi straripante, d’una notte d’amore accompagnata dalla montante sinfonia della tempesta notturna scatenata da venti e pioggia scrosciante e solcata dal baleno del fulmine, ella, la poetessa, sente presente in ogni parte del proprio corpo il pulsare incontenibile della “selvaggia terranima”, cioè l’immenso palpito dell’universo vivente (Dell’amore possente che scuote la Terra).
Ma poi, passata la rapinosa ebbrezza dell’amore, la creatura umana torna ad avvertire la distinzione: ella vede lui “…andar via ridendo / vestito d’aurora…”, mentre resta ad assaporare il suo “solitario mattino” (Anime nude). E così subentra nella donna la percezione della finitezza del tempo, che introduce anche nell’esaltante passione d’amore l’ombra della fugacità (Autunno, Amore d’autunno) e la nostalgia dell’eterno o il rimpianto del Ferito sogno.
Tuttavia la fine d’un amore non spegne il desiderio di amare ancora (Vivere d’amore), perché, se cessa l’assetato cercarsi dei corpi, non cessa l’infaticata ricerca dell’anima (“inviolate le anime / migrano a nuove venture assetate: / vivere d’amore soltanto / e nient’altro”) e resta nel corpo di lei il pulsare gioioso d’una nuova vita (Come una sposa) come certezza d’aver contribuito alla perenne rigenerazione dell’essere. E la storia ricomincia Nell’inconsapevole sogno, alla deriva..: l’una accanto all’altro, gli innamorati lasciano errare lo sguardo e le carezze sul corpo vicino e godono di sentirsi amati. A lei, però, il pensiero della prossima fine dell’amore riporta il ricordo d’un giuoco della lontana fanciullezza inconsapevole della direzione che avrebbe assunto e se avrebbe trovato un approdo la deriva che la trascina.
Ed ecco una bella metafora della vita (Il cerchio perfetto): ella aspetta sulla riva; lui arriva cavalcando un’onda; entrambi, chiusi nel cerchio magico, si ameranno; poi un’altra onda sopravverrà e cancellerà ogni segno della loro unione. Ma essi rivivranno nel canto del mare, che ripeterà all’infinito il suo giuoco. Mareggiata: ubbidendo all’irresistibile richiamo dell’amore reciproco, i due innamorati hanno fuso i loro corpi e hanno modulato il loro respiro vitale sul ritmo del mareggiare delle onde fino a confonderlo con esso. E in quella fusione han percepito l’infinito.
In La nostra presenza non è facile da cogliere la sottile trama di pensiero su cui è imbastita la lirica, ma è profonda l’intuizione che la genera: l’amore di lei ascolta e legge persino i silenzi di lui e così perviene alla percezione della presenza di entrambi; ed è così esaltante la sensazione, ch’ella vorrebbe trascinare anche lui a raggiungerla e a goderla. E’ proprio vero che ciascuno di noi si porta dentro, per mirarla e adorarla, l’idea. Ecco perché anche il cieco la vede, si bea nel contemplarla e l’adora (Dea).
Perfetta è in Della perduta unione la geometria della struttura e del significato: Pegaso e Sirena cantano il loro amore come eco, dispersa nel cosmo ma custodita nel cuore, della “perduta unione”; l’uno insegue ancora nell’immensità dell’etere quell’eco, l’altra, “sentinella del mare”, discioglie “nel canto struggente” la propria nostalgia d’amore.
Tutte queste liriche hanno la nota comune di un linguaggio fortemente icastico, sdegnoso d’ogni accessoria funzione esornativa e, al contrario, sempre teso a scavare nell’area del significato alla ricerca del segno verbale più densamente carico di forza comunicativa. Ed è in questa peculiarità del linguaggio, oltre che nella capacità di manipolarlo con notevole audacia espressiva, la caratteristica tecnica più rilevante della raccolta. Tant’è vero che in un caso (Nel profondo mare) la poetessa riesce ad offrire un saggio esemplare di sottile ed efficace polisemia o linguaggio doppio: con tocchi efficaci e intensamente carichi di allusività trasparente e delicata son segnate le tappe di quel viaggio ch’è il rapporto amoroso: a) lui che viene da un “lungo viaggio” di accumulo del desiderio; b) il primo indugio, dopo il bacio, nella “coppa del seno”, che soddisfa, senza tuttavia esaurirla, la sete insaziabile; c) il tocco carezzevole sui fianchi, sulle cosce in lento e sempre più ebbro avvicinamento “alla dimora corallina” che emana il richiamo di “muschio di mare” e di “flutti leggeri”; d) infine lo smemorante naufragio “nel mare profondo ove tutto è più vero”.
Negli undici versi di questa lirica le parole, disposte con grande perizia tecnica, sollecitano simultaneamente pensiero e sensi (vista, udito, odorato, tatto) nello sforzo, ben riuscito, di riprodurre la complessità di quell’atto di vita esaltata ch’è il rapporto d’amore.

La seconda sezione s’intitola dalla Voce del mare intesa come complessa sinfonia della vita universale nell’infinita molteplicità delle sue espressioni. Ecco perché la musica del mare svaria dalla cullante dolcezza del lieve sussurro delle onde smorenti sul lido alla terrificante fragorosa minaccia dei flutti in tempesta. I temi fondamentali che s’intrecciano e si susseguono in tale sinfonia sempre nuova e pur sempre antica e primordiale sono quelli della Vita, del Dolore, della Morte e del Mistero.
Se in Mareggiata si coglie ab estrinseco una somiglianza tra lo stato d’animo della poetessa e lo spettacolo d’una mareggiata con il bianco della spuma coronante il nero grembo dell’onda, in Io servo la vita che freme la poetessa professa la propria concezione generale del vivere: al rinunciatario torpore di lunghi giorni grigi e monotoni subentra la scossa d’una potente vibrazione vitale, che risveglia l’io addormentato nel profondo; ed è bello il risveglio, che richiama e riporta la pienezza fremente della vita, cui le piace servire. Ma quando si prova a leggere Nelle pieghe della storia, trova che in esse si ripone e si dispone in un qualche ordine fittizio il senso d’ogni azione od evento, ma è nel cuore di chi ha vissuto che continua a vibrare il ricordo delle gioie godute e dei dolori sofferti. Ecco perché L’uomo della Croce sembra persino una bestemmia ed è, invece, il grido solitario e inascoltato di un dolore che rinasce e si rigenera senza che sia possibile intravvederne un senso e ancor meno una fine, anzi un fine. Eppure, in un’offerta totale di sé all’inesorabilità del male la poetessa sa trasfigurare il dolore in preghiera: cessa la ricerca del senso del soffrire e ci si rimette nelle mani di Dio con la residua speranza che sia Lui a conferire senso al dolore dell’uomo.
Il titolo prosaico Sfridi nasconde un significato profondo: suggerito da una notte di plenilunio contemplata con acume di pensiero, s’insinua il sospetto che tutto ciò che a noi appare come il farsi quotidiano della storia altro non sia che lo “sfrido” di una molto più complessa operazione dell’universo e della vita: solo che a noi ne sfugge il senso. Ciò non toglie che talvolta (Da questa terra sconosciuta), anche quand’è esaurito l’incantesimo della fanciullezza e dissolta la sognata attesa della felicità nell’amara coscienza dell’inganno, permane insopprimibile la speranza di traghettare ad altra riva in altra terra, donde poter mandare a questa terra solo impulsi ed impeti d’amore. La sofferta percezione dell’inesorabile spegnersi delle nostre attese nelle pieghe del tempo e delle vicende si esprime con toni e accenti diversi ma sempre toccanti anche in altre liriche: Incerta formula, Disimparare ad amare, La notte, Autunno, Come foglia d’autunno, Morire di niente, Barbablù, e persino in quella Congiunzione, che sembra uno scherzo verbale di aforistica compiutezza, si scopre l’amara verità che, se ogni amore ha il suo fatale tramonto, desiderare di amare vuol dire desiderare la morte. Ed è densa e drammatica la percezione della Solitudine di chi ha perduto la persona amata: la sua assenza nessuno la percepirà, perché il Nulla, appunto, nessuno lo percepisce. E neppure ha senso il patetico tentativo di conservare oltre il tempo e nel tempo l’immagine di chi ci lascia nel deserto della vita (Fotogramma), perché anche il senso di quell’attimo di vita fissato nella fotografia resta comprensibile soltanto a chi l’ha vissuto.
Come si vede, in questa sezione il fondo meditativo dell’ispirazione sale alla superficie della smarrita coscienza della poetessa e coagula in parole dettate dalla lucida coscienza dell’impenetrabilità del mistero che ci avvolge, parole nelle quali si delinea una filosofia gelida e tutt’altro che pacificante: gli uomini nel tempo, nel mondo e nella storia altro non sono che Metafore di ignote realtà , ed ora che la poetessa ha imparato a riavvolgere in nuovi gomitoli il filo dell’esistenza (Panta rei), non sa trovare una parola che funga da “capoverso” per ricominciare. In tanto smarrimento persino la morte (Sconsiderato riso di bimbo) appare incomprensibile e sconsiderato accidente.
Ciò non toglie che nella poetessa si riproponga, sempre diversamente formulato e motivato, l’interrogativo supremo sul senso dell’essere e sulla problematica sua conciliabilità con il morire. In Perché le profondità sono buie? la metafora è trasparente: il buio è la profondità insondabile del nostro io; le “schegge di pietra lucente” sono le parole, con le quali riportiamo alla luce della coscienza le voci segrete che costituiscono la misteriosa sinfonia del nostro essere profondo. Dove è prigioniera la luce? è l’interrogativo di fondo di ogni anima sensibile: se “nel grigio presente senza più luce” permane ( e affiora talvolta da misteriose profondità) una “memoria” di luce, vuol forse dire che noi, originariamente creature di luce, siamo stati dannati al buio del tempo? La poetessa sente l’imperioso richiamo della luce della Verità (=Dio) e, come ragno confinato al fondo buio della caverna, lentamente ma incessantemente risale dal buio dell’abisso verso l’ombra, prima, e poi alla piena luce che la ricongiunge con Dio.
Come si vede, la sensibilità e il pensiero dell’autrice spaziano, nelle liriche di questa sezione, nell’immensità dei massimi problemi: tra la sempre mutevole voce del mare, che sotto lo scintillio delle onde innamorate della luce e con essa impegnate in un gioco senza fine cangiante nasconde il cupo richiamo degli abissi tenebrosi, e l’irresistibile richiamo del cielo anch’esso immenso e impenetrabile la poesia ripercorre senza fine e senza approdi definitivi e appaganti le vie sterminate della ricerca di Dio o del senso del Tutto. Ad onta della spasmodica tensione dello spirito, però, neppure le illuminanti ma fugaci intuizioni o gli esaltanti barbagli della luce appena intravvista recano al cuore inquieto della poetessa la pace serenatice della verità finalmente posseduta.

E’ così che nella terza ed ultima sezione, Periferia, rispuntano nel deserto dell’anima delusa dalla ricerca certi richiami della concreta realtà quotidiana o nella forma positiva del ricordo nostalgico del focolare domestico emanante ancora, almeno nella commossa memoria, il calore degli affetti familiari (All’ospite) o nella negatività della raggelata solitudine delle singole persone nel carcere d’un’esistenza senza speranza. Ed è da dire che purtroppo prevalgono gli aspetti e le forme della negatività fino a conferire a tutto il gruppo delle sei liriche la funzione di cupo e funereo epilogo dell’avventura poetica di Annaré, che resta, però, confermata nella sua notevole validità espressiva.
Già In via C. I. la selvatica solitudine del paesaggio ai piedi dei Monti Lattari appare popolata soltanto di gatti selvatici come sinistri simboli della vita còlta nella bruta elementarità del primitivo e in La mia vicina di casa la realtà paesana assume il senso, pesante ed oppressivo, dell’abitudinarietà trita e stucchevole, dove persone e cose sembrano oppresse dal “consueto” e negate per sempre al gusto del “nuovo” e dove quel poco di “nuovo” che avviene di tanto in tanto si riduce alla scomparsa della vecchia vicina di casa (Ombra), evento che sottrae al triste mosaico dell’ambiente solo una tessera senza mutarne la mortificante sostanza.
Da siffatte premesse nascono le due ultime poesie, ove si condensa l’amara riflessione dell’autrice e prende forma il suo messaggio di umana consapevolezza cui non sorride più nemmeno la luce, lontana quanto si voglia, d’una qualsivoglia speranza. Infatti la poesia Senza speranza, intensamente triste, ritrae il piccolo mondo della stradina in salita ov’è situata la casa nativa e dove persino le voci festose dei bambini echeggiano in un silenzio solidificato che sa di abbandono e di morte. E lì (Perduta amicizia) si spegne mestamente anche il sentimento che legava l’autrice dei versi al luogo natio e delle prime esperienze di vita: ora che quel legame è spezzato, anche il rapporto umano dell’affettuoso ricordo appare consunto e irrecuperabile, e domina, invece, il sentimento del distacco: definitivo e tombale!

Pegaso, dunque, è volato via dal mondo angusto e angosciante della realtà, abbandonando la Sirena sulla riva deserta della sua amara malinconia, ma non senza lasciarle in dono l’unica redenzione possibile: quella della Poesia.



Titolo: Petaso e la Sirena
Autore: Annarè
Editore: Aletti
ISBN: 9788859101925
Prezzo: 7,99 Euro
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