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Info sull'Opera
Autore:
Rassegna Stampa
Tipo:
Poesia
 
Notizie Presenti:
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Intervista a ILARIA CELESTINI, Autrice di «PAROLE A MEZZA VOCE NELLA SERA» ( Aletti Editore, 2011 ) - A cura di LORENZO SPURIO, per la rivista EUTERPE ( n. 6 )

di Rassegna Stampa

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua opera?

IC: Credo che quando un autore pubblica un libro, ogni lettore abbia il diritto d’interpretarlo come meglio sente: mi piace l’idea di comunicare, non d’imporre. Posso dire che, trattandosi di poesie, prevalentemente d’amore e di riflessione esistenziale, ho scelto di parlare ‘a mezza voce’, perché di fronte alla vita e alle emozioni più intime direi che è appropriato usare un tono sommesso, contemplativo.
La sera è per me una metafora dell’anima, che si sente parte innamorata del tutto infinito, del fluire dell’esistenza e della realtà quotidiana, sempre in movimento, ricca e variegata.
Vivere per me significa provare stupore per tutto ciò che incontro e che accade: dallo sguardo di un bambino alla solitudine e alla sofferenza di molte realtà di emarginazione dei nostri giorni.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

IC: C’è molto di me e del mio vissuto in quello che ho scritto: dalle esperienze di dolore fisico e morale dell’infanzia, al senso d’isolamento e di estraneità della giovinezza; dall’impetuosità delle passioni e degli ideali adolescenziali all’equilibrio lucido e sereno, ma sempre vivo e partecipe, della maturità.
Ci sono gli amori che ho vissuto, quelli che avrei voluto vivere e anche le persone che hanno attraversato la mia vita; ci sono, sullo sfondo, gli eventi della temperie culturale e storica del nostro tempo. Tutto questo, e molto altro ancora, è presente nella raccolta, ed è volutamente sfumato, perché quando un poeta sceglie di comunicare, secondo la mia opinione, lo fa cercando di trascendere la propria esperienza personale; si rivolge potenzialmente a tutti, tutti coloro che lo leggeranno.
Mi piace pensare che quello che racconto esprima un vissuto, un’emozione, un sentire che appartiene, nel profondo, alla comunità, a una dimensione umana comune.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

IC: Da questo punto di vista, amo tutto ciò che è testo, inteso a mio modesto avviso come espressione intenzionale, volta al comunicare un significato. Posso innamorarmi a prima vista di una scritta su un muro come di una canzone, di una raccolta di proverbi o di un dipinto.
Nell’ambito della letteratura, amo i classici, dalla coscienza della caducità della vita di Mimnermo, alla maestosa dignità dell’”Antigone” di Sofocle; le parole immortali di Saffo e di Catullo sull’amore; quelle del “Dolce Stil Novo”, ma anche tutto il Rinascimento italiano, in particolare Poliziano.
Ho amato Goethe e Donne, ma anche Shakespeare; e naturalmente, Foscolo, Leopardi, Manzoni. L’ironia e l’umanità del Porta, e la dolente e spesso amara penna del Belli.
Amo tutti gli autori che esprimono passione per la vita, per gli esseri umani e le loro vicissitudini, con autenticità.
Tra i contemporanei, un posto speciale nel mio cuore è occupato dalla lucida coscienza civile e morale di Mario Luzi, e da Alda Merini, la cui umanità era essa stessa poesia: ogni sua parola era ed è una stilla vissuta di anima. Quanto ai generi, il teatro mi affascina, quello di Dario Fo
m’incanta, e così anche tutto ciò che è musica o figuratività.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

IC: “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust. Non posso fisicamente resistere alla sua fluidità narrativa, alle suggestioni evocative che sa regalare, alla sua capacità descrittiva che spazia dai dettagli minimi, mi riferisco per esempio all’episodio iniziale della madeleine, alle atmosfere d’ambiente. Incontrarlo nella lettura, per me, significa perdermi completamente e in modo inesorabile in un universo interiore, che al tempo stesso è il ritratto di un’epoca.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di
più?

IC: Amo la lucidità di alcuni autori di psicologia, ma più che autori dovrei definirli giganti: Donald Winnicott e Melanie Klein, per la loro efficacia comunicativa immediata, viva, profonda e rigorosa. Nella prosa ho una specie di venerazione per lo stile di Svevo, e un amore viscerale per Pavese. Da questi autori posso cogliere un lessico preciso, una sintassi pulita, una chiarezza che aiuta la comprensibilità.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

IC: Non ho mai effettuato collaborazioni; sono aperta a tutte le possibilità. Credo che il gioco di squadra sia affascinante, c’è sempre qualcosa da dare e da imparare, è uno scambio che arricchisce.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

IC: Potenzialmente mi rivolgo a ciascuno; certo, i miei lettori ideali hanno la mente e il cuore giovani, non hanno molti pregiudizi, soprattutto di tipo intellettuale, e sanno cogliere l’essenzialità di un messaggio. Penso a persone che come me amano la vita e le persone stesse, al di là delle differenze; gente che non ha bisogno di barriere di sicurezza, perché sa andare direttamente al cuore e cogliere con passione la comune umanità.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

IC: Direi che in un tempo di crisi, economica, e non solo, come il nostro, per fare l’editore ci vuole molto coraggio. Non credo sia da tutti accettare d’investire su sconosciuti, e, del resto, ogni libro è di per sé un’incognita. Sui risultati dello scrivere non credo ci siano molte garanzie.
Vorrei che le istituzioni investissero di più nella diffusione della cultura, e sostenessero ampiamente l’editoria, magari invece delle armi, ma questo è un discorso che porterebbe troppo lontano.
Con la casa editrice Aletti mi sono trovata molto bene: ha un’impostazione giovane, moderna, comunica con chiunque sia interessato tramite Internet e Facebook, e al tempo stesso ha una grande professionalità: si selezionano opere di qualità, le pubblicazioni sono evidenziate sul sito della casa editrice e sul portale Parole in fuga; la rivista “Orizzonti” è molto interessante e importante per conoscere il panorama letterario contemporaneo. Da un punto di vista lavorativo e tecnico, tutto è messo nero su bianco in maniera chiara, e se ci sono dubbi c’è una linea telefonica sempre pronta.
La grafica, la correzione bozze e l’editing sono curate molto bene, e c’è, dal punto di vista umano, molta comprensione, soprattutto verso gli esordienti, e un clima di piacevole cordialità.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

IC: Sì, sono un’occasione per imparare a comunicare, a confrontarsi e a presentare il proprio lavoro.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

IC: Penso sia molto importante saper leggere e apprezzare gli altri autori: non credo alla figura del ‘genio solitario’; francamente, mi sembra fuori moda e poco costruttiva.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori.
C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il “pastiche” riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

IC: Mi sembra che sia inevitabile che, nel flusso della memoria, in particolare di chi scrive, confluiscano brani narrativi e poetici, temi e stilemi che appartengono a un patrimonio comune collettivo, immagini archetipiche che fanno parte della società di cui siamo membri.
Dentro di noi, metaforicamente, tutti questi elementi dialogano tra loro e insieme, al tempo stesso, con la rielaborazione dell’autore riescono a generare qualcosa di nuovo. Trovo che sia ciò che dona fascino alla letteratura.

LS: Hai in cantiere nuovi lavori e progetti per il futuro? Puoi anticiparci qualcosa?

IC: Sì, ho qualche progetto, sia per la prosa sia per la poesia. Per ora posso dire solo che ho un obiettivo che mi sta a cuore: comunicare contenuti e al tempo stesso essere concretamente solidale con chi è nel bisogno, aprirmi sempre di più alla realtà sociale e umana di questo nostro tempo


(Articolo pubblicato dalla rivista Euterpe n.6, diretta da Lorenzo Spurio)

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