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Autore:
Rassegna Stampa
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Racconto
 
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Rassegna Stampa del libro di Ester Monachino "DAMARETA Sosta di una Regina ad Akrai"

di Rassegna Stampa

Dal Blog di Bruno Mancini: Ester Monachino “Damareta”
Posted on 2016/07/29 by Francesca Luzzio

ESTER MONACHINO DAMARETA- SOSTA DI UNA REGINA AD AKRAI

Damareta di Ester Monachino è la proposizione narrativa di un momento della storia antica della Sicilia.
Gelone è diventato signore di Siracusa e la moglie Damareta lo raggiunge, portando con sé il loro bambino.
Il viaggio da Gela a Siracusa è lungo, pertanto viene fatta una sosta ad Akrai (Palazzolo Acreide), che diventa la dimensione spaziale in cui presente, passato e futuro fluiscono in un intreccio sapiente in cui analessi e prolessi rendono il lettore progressivamente consapevole conoscitore di ciò che è stato e di ciò che sarà.
Ma se il flash-back o analessi si propone a partire dal quarto capitolo senza alcun espediente narrativo, la prolessi è affidata alla profezia di Philya, sacerdotessa di Afrodite, nel cui tempio Darameta si reca in compagnia di Marsia, fratello della regina di Akrai, Olimpia che, insieme al marito, la sta ospitando.
Marsia nella mitologia classica è l’inventore del flauto a due canne, scorticato vivo da Apollo che osò sfidare; nella narrazione di Ester Monachino, mantiene ancora la sua indole di artista, infatti scrive e canta belle canzoni, ma è anche un grande viaggiatore, dotato di capacità profetiche e di grande saggezza.
Egli, comparso in sogno a Damareta, la notte prima di partire nell’atto di “sciogliere nodi di enigmi, mentre intrecciava fiori” (pag.11) si concretizza e Damareta si chiede “per quale motivo quell’uomo sia venuto nei suoi sogni come un segno che non viene dal caso, come una pietra basilare.
Come una profezia. (pag.63).
Di fatto Marsia è un saggio, un filosofo che con il suo parlare rafforza e consolida la saggezza della regina che sublima l’amore sorgente verso di lui nell’amore universale perché anche lei ha imparato a vedere “le cose nascoste agli occhi di coloro che guardano senza vedere (pag.70) e sa che tutto è nel tutto” (pag.72), sa che l’uomo nella sua libertà può essere anche felice se vive “nell’armonia di sé non separato dall’armonia dell’universo” (pag.73).
Grazie a questa consapevolezza, conosciuta la profezia, verso la quale Marsia l’ha guidata anche materialmente, accompagnandola al tempio di Afrodite, vengono sciolti i nodi della sua treccia vitale e lei troverà da se stessa la forza del suo agire per favorire la pace e gestire con saggezza il potere dopo la morte del marito, nel rispetto in genere del popolo e in particolare della donna, “una delle colonne in cui il cielo si regge” (pag.79) e dei bambini, allora vittime sacrificali per gli dei.
Insomma Ester Monachino fa del suo romanzo, pur narrando eventi antichi, un romanzo di denunzia delle condizioni storico-sociali del mondo attuale in una sorta di vichiano ricorso storico, per smania di potere e ricchezza di pochi si sacrificano i popoli, si commettono atti terroristici, crudeltà e prevaricazioni insensate, anche nei confronti dei bambini, ieri vittime sacrificali per gli dei, oggi strumentalizzati nelle guerre tribali oppure, a prescindere dagli eventi bellici, per gratificare inammissibili deviazioni e vizi; né meno forte è la denunzia nei confronti della condizione della donna, quanto mai necessaria di fronte all’aumentare dei casi di femminicidi perpetrati da uomini che considerano le proprie compagne solo strumenti di procreazione ed obbedienza e non consigliere ed amiche, quale Damareta fu per il suo sposo.
Lo stile dell’opera si caratterizza per una proposizione lirico-narrativa di eventi e pensieri.
Sia le sequenze descrittive quanto quelle dialogate presentano una prosa lirica, magica si potrebbe dire, adoperando lo stesso termine che usò Massimo Bontempelli nella sua rivista “900” o “ Stacittà”, dove, per l’appunto, proponeva un’arte che superasse ogni limitazione realistica e trasfigurasse in mito, in favola, in magia il dato reale; tale trasfigurazione però, nella prosa di Ester Monachino, non ha la funzione di eludere il reale, ma d’immergersi in esso, sino al punto che un lontano evento storico, nell’invenzione creativa della scrittrice-poetessa, diventa strumento di denunzia di molti mali dei nostri tempi.

Francesca Luzzio

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“DAMARETA” “(Sosta di una Regina ad Akrai)” di Ester Monachino, Aletti editore, Aprile 2016

Nonostante, stavolta, si tratti di uno scritto in prosa, in questo suo lavoro, Ester Monachino riafferma, sin dalle primissime battute, la donna-poeta che è.
Donna che, in quanto tale, s’immedesima al punto nel personaggio di Damareta: creatura fragile e forte, caparbia e determinata, capace di difendere ciò in cui crede ed il suo mondo finanche dall'attrazione di Marsia, che l’autrice si rivela quasi un tutt’uno con la protagonista del romanzo.
Poeta, e di gran classe, perché “Nidi che sembrano toccare le ascelle del cielo” o “fiume terso e selvatico come cervo d’acqua” altro non sono che pure espressioni poetiche che certamente fanno parte integrante del modo di poetare tipico della nostra amica.
Ai molteplici e evidenti elementi poetici si aggiunge, inoltre, l’elemento intimistico. Come se per scrivere questa sua splendida opera, l’autrice si sia rifugiata lontana dal clamore, in una realtà sospesa tra il suo mondo reale e una selva di bacche date dai suoi scritti. Un selva in cui, tuttavia, restare vigile, per poterla visitare proprio come avrebbe fatto Damareta. Ossia, senza esimersi dalle vicende della vita e dalle sue incombenze, poiché non esiste né acqua, né vento, capace di smuovere o stravolgere il modo d’essere del poeta o di qualsiasi anima libera che si nutre, più che di materialità, soprattutto di cose dello spirito.
Libera perché, come la nostra Ester Monachio fa dire a Damareta, la libertà dell’anima è obbedienza, non certo anarchia, ma ordine interiore, scelta, decisione personale. E, per di più, che c’è una grande offerta a Dio nel sacrificio del silenzio.
Inoltre, in questa opera della scrittrice siciliana che raffigura una delle figlie più eccelse della sua e mia terra, troviamo intatto tutto il suo mondo in un linguaggio fatto di dialoghi sotterranei con la sua anima che interloquisce, di volta in volta, con questo o con quel personaggio, e soprattutto con Marsia: segno della presenza divina, colui che è stato mandato dagli dei, affinché Damareta scegliesse ad ogni bivio e ad occhi aperti il suo agire, per il bene dei suoi affetti e della sua gente.
Così sarà. E, allorquando, Damareta avrà assunto un peso importante nelle trattative di pace con i cartaginesi, da grande donna quale è, riuscirà ad ottenere che, da quell’istante in poi, non si sacrifichino più creature innocenti alle divinità.
Ma, al di là della seppure notevole figura trattata, ciò che emerge in queste pagine è il totale amore per l’arte dello scrivere di Ester Monachìno. Amore che traspare dal dialogo di Marsia con la regina Damareta.
“Osservare le cose, ogni cosa, entrare nella loro natura di colore di suono di parola di sentire, di pensare di volere, lasciandovi toccare l’anima, vuol dire sfiorare, e poi compenetrare, e poi conoscere la loro essenza. Non è difficile far diventare tutto questo parola, frase, verso, canzone. Se tutto questo fa di me un poeta, allora sono un poeta.”
Più avanti, sempre in questo stesso dialogo, troviamo un altro passo rivelatore dell’animo della scrittrice.
“È l’uomo, Signora, il centro e il fine ultimo della mia ricerca. L’uomo nel suo smisurato mistero, nella sua realtà. L’uomo che sa farsi... ” eccetera eccetera.
È pertanto in questo crescendo di dialoghi con se stessa che l’autrice – come, del resto, ogni altro autore – porta avanti il suo testo, snoda la sua scrittura, decide di uscire fuori dalla selva per credere in lei e continuare a camminare sulla via della saggezza, generando, così, un’opera in prosa particolare, la quale stimola il lettore ad un’acuta riflessione e lo pone dinanzi all’accento di un cuore che inonda l’esistenza di magia, dona respiro a questa vita in cui nulla avviene per caso, ma tutto è scritto nel grande libro celeste.
Libro in cui, tuttavia, l’uomo può incidere con le sue scelte; in cui, tuttavia, la conoscenza del proprio destino è determinante per muovere il proprio passo liberamente, poiché il fato si fa duttile per chi sa divenire consapevole; il fato aiuta a muovere gli scomparti della vita.
Questo, per sommi capi, è il messaggio che emerge da questa magnifica opera, di Ester Monachino: una delle voci più interessanti dell’attuale panorama letterario siciliano e, oserei dire, italiano. La voce di un’anima che, avvolge di speranza questa nostra vita, persa in una dura, lunga notte di non fede e con troppo pochi sogni da nutrire, lì, proprio lì, dove i cuori umani hanno dimora.

(Mariolina la Monica)

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‎Angelo Vita‎ per "La Classe Capovolta"
11 luglio
DAMARETA... è più che d-AMARE-ta

Durante questi giorni di vacanza ho potuto permettermi un tempo da dedicare ad un capolavoro ideato e pensato da una collega agrigentina Ester Monachino.
I miei complimenti ad Ester non sono di circostanza... essere condotti per mano e 'viandare' tra le sinuosità di anime così belle come quelle di Damareta e Gelone, di Dafne e Marsia è come bere immergendosi nel Sacro Graal; è come sognare ad occhi aperti tra i viali dell'Eden; è come un salto precipiziale verso il senso profondo dell'amore che ci ha partoriti e che ci invoglia a riconoscerlo. L'incontro tra Damarete e Gelone non ha nulla della 'forzatura' che i matrimoni combinati ci ricordano... I due ragazzi sembrano distillati da un destino accogliente ed amorevole, paterno e materno, terreno ed anche divino... la lettura del libro risulta scorrevole e profonda, avvincente e coinvolgente al punto che non si riesce a staccarvisi... e quando avviene non puoi fare a meno di ripensare a questo incontro di sensualità e di fede verso la profondità che la vita se vissuta riesce a donare a chi trova la sua parte mancante... Damareta non era tutta per e di Gelone. L'amore che 'era' la portava ad accogliere le cure di Dafne, la poesia di Marsia e l'arte di Epicle - taglia pietre - al quale ha concesso le sue risorse per garantirgli di rappresentare con la s-cultura e l'arte l'anima che la materia imprime ed esprime... dopo la lettura del libro la sensazione è che i personaggi rimangano tutti in Vita... anche Gelone... e non è poco... il libro è l'idillio al sacro che la vita abita.

(Angelo Vita)
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Recensione di Franca Alaimo

Damareta, pur inserendosi nel genere dei romanzi storici in quanto racconta una vicenda reale, attestata da numerosi fonti, ha tuttavia il sapore di una "favola". Non solo per il linguaggio traboccante di metafore ed immagini vividissime a cui sono affidate una storia d'amore e la lirica ricostruzione del paesaggio siciliano tra Gela ed Agrigento quale dovette apparire agli occhi della protagonista Damareta (e quale ancora in parte può essere visto da chi viaggia nell'entroterra siciliano); ma perché l'autrice fa rivivere un antico mondo di divinità, miti, leggende, riti, sacerdotesse e profezie.
E, tuttavia, la figura di Damareta, per molti versi, è assolutamente moderna: le sue osservazioni sul rapporto fra fato e libertà, fra il mondo umano e quello divino, sull'esercizio del potere e il rispetto dei popoli governati, sull'arte, sull'amore come legge universale che riguarda anche le creature animali e vegetali anticipano di molto certe posizioni politico-giurico-sociali del pensiero moderno e contemporaneo.
Damareta, che mette al servizio del potere le qualità intellettuali e morali tipicamente femminili, sembra perfino alludere, ma immagino solo per una casuale coincidenza, agli attuali progetti di valorizzazione del femminile nel campo politico-amministrativo e religioso.
Che il romanzo sia opera di una delle poete più valide della letteratura siciliana, e non solo, si evince anche dallo spazio che viene riservato all'arte, visto che un'altra delle figure principali della vicenda è il cantore e musicista Marsia, il cui fascino misterioso tocca profondamente il cuore della regina Damareta, spalancandole la dimensione della visione del proprio mondo interiore e del futuro come presentimento.
I fatti storici non appesantiscono mai la trama del romanzo, perché sono o filtrati attraverso il punto di vista di Darete, o esposti all'interno di una visione profetica, che ricorda, giusto per fare un esempio tratto dalla letteratura classica, quella di Enea, che, disceso agli Inferi, vedrà i più grandi protagonisti della futura grandezza romana.
Damareta si rivela una donna coraggiosa, forte, mentalmente libera; ed allo stesso tempo tenera e materna, secondo una visione del tutto aderente alle presenti necessità della storia.
Rappresenta, dunque, una risposta esplicita a quanti credono che la cosiddetta parità femminile ne abbia annullato la più intima essenza.
Damareta ha la fortuna di avere due uomini intelligenti, il marito Gelone e l'artista ed amico Marsia, come interlocutori che le lasciano spazio di dire, suggerire, cambiare le vecchie prospettive; che l'ascoltano, la rispettano e coltivano la sua personalità.
Certo, Damareta è una regina; però l'autrice Monachino sembra dire che ogni donna lo è; e non perché incarni quella "regina della casa", come si dice da sempre, che spesso sottintende sfruttamento e chiusura mentale e fattiva, ma perché la sua regalità le proviene da un diritto di natura, da un insieme di qualità peculiari.
Per concludere, il romanzo Damareta, pur trattando una vicenda così lontana, può considerarsi senz'altro attuale e costituire un punto di partenza per molte riflessioni riguardanti il destino della donna.
Non ultima cosa da apprezzare è la bellezza dello stile, tanto più che oggi si legge tanta prosa sciatta, priva di barbagli luminosi. Virginia Woolf diceva (vado a memoria) che ogni frase deve avere come un fuoco dentro per catturare l'attenzione del lettore. Ester Monchino sa farlo.
Per tutte queste ragioni, il suo romanzo merita tantissimi lettori.

(Franca Alaimo)

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Recensione di Luisa Trenta Musso

“Qui, tra i dirupi, spaziando tra le profonde vallate dei monti Iblei e quella dell’Anapo, fiume terso e selvatico come un cervo d’acqua, qui possono cercarsi tutte le presenze e le assenze delle divinità adorate…”
Poche essenziali pennellate ed eccoci dinanzi a uno degli scorci più suggestivi dell’Isola. Una mitica Sicilia dove si snoda, tramite la straordinaria intuizione e immedesimazione di Ester Monachino, la straordinaria storia di Damareta, regina dei geloi, donna di grande fascino dai delicati sentimenti, prediletta dagli dei. Qui dura la poesia nella sua primaria castità, tutta metalinguisticamente decisa sulle strutture espressive, dentro e oltre il segno unitario di sublimi verità. “DAMARETA” (Aletti Editore), può essere definito romanzo storico, a giudicare dagli eventi, appunto storici, che cronologicamente si susseguono: le conquiste, le battaglie, le vittorie; il potere avallato dagli dei. Ma c’è qualcosa che conferisce alla narrazione quella leggerezza letteraria della quale Italo Calvino parla nelle sue “Lezioni americane”: il felice (leggero) rapporto con cui le due categorie (storia e poesia) si incontrano, si fondono e interagiscono nella rappresentazione del dramma. E, si capisce, a gestirlo è l’io, forte di un suo severo sogno cosmico di purezza etica. Ovvero nel sapere “togliere peso alla struttura del racconto e del linguaggio” (Calvino)
Superato il motivo della ricerca di metodo, insita nel progetto, il metalinguaggio si fa linguaggio e l’esito è quello di un epos avvincente pienamente storico, ma decisamente lirico. Canto sensuoso dell’anima negli anfratti della realtà materica come dialetticamente va facendosi:
“Un canto sa come farsi strada… è la sapienza, come l’acqua che scorre e sa dove andare.”
Un canto o il canto. E’ la sillaba quotidiana di Damareta: il suo amore per lo sposo, la sua gioiosa maternità, la sua obbedienza agli dei. La sua bellezza, la sua intelligenza. E’ figura egemone di ogni accadimento, ma non incombente e condizionante. Grandioso disegno di Ester Monachino, tramite la Parola. Dopotutto la vera protagonista del romanzo è la Poesia. La storia è sua ancella.

(Luisa Trenta Musso)

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ESTER MONACHINO – DAMARETA, SOSTA DI UNA REGINA AD AKRAI – ALETTI EDITORE

Una nuova opera di narrativa ci perviene dalla penna felice e feconda della scrittrice e poetessa Ester Monachino, artista nota in campo nazionale. Un romanzo storico di grande valenza incentrato sulla figura di Damareta, figlia di Terone d’Akragas e moglie di Gelone re di Gela. La narrazione è impiantata sul viaggio che la regina compie per raggiungere il marito insediatosi quale nuovo sovrano nel territorio di Syrakoùssai, oggi Siracusa. E specificamente sulla sua sosta sull’altopiano di Akrai, oggi Palazzolo Acreide. L’autrice segue il percorso che porta Damareta da promessa sposa a regina, fino alla sua tappa ad Akrai dove ella conoscerà, tramite il vaticinio di una sacerdotessa di Afrodite, il destino del marito e la sua ascesa a sovrana della nuova colonia siracusana. Questa per grandi linee la trama del romanzo alla quale fa da ricca e accurata cornice la scrittura della Monachino, un ricamo di prosa e poesia in grado di ammaliare il più distratto dei lettori. Tutto ciò che l’autrice narra possiede un’aura di incantesimo, sentimenti, gesti, pensieri, usi e costumi dell’epoca vengono resi con estrema cura senza mai scadere nel dato meramente cronachistico o nella rappresentazione oleografica. Leggendo questo romanzo ci troviamo immersi in una realtà storica che non sentiamo lontana secoli e secoli, come nella realtà è, ma che ci avvolge nella sua atmosfera come se fosse semplicemente alle nostre spalle. Ester Monachino ha il dono della bellezza della parola che usa generosamente con sapienza e grande delicatezza. Apprezziamo in queste pagine la naturalezza dei dialoghi, la descrizione delle vesti e degli oggetti, la poesia dell’amore, la suggestione del sogno e delle premonizioni. E potrei continuare ancora a lungo, ma voglio soffermarmi sull’ultima parte del romanzo. Damareta, accompagnata dal poeta Marsia, si reca al tempio di Afrodite per compiere il rito dell’offerta alla Dea tramite la sacerdotessa Phylia. L’autrice ci conduce per mano attraverso i luoghi segreti che portano al cospetto della Divinità, ci fa assistere al sacrificio delle colombe e infine, con suggestiva perizia, ci fa partecipi della rivelazione: Damareta governerà sette anni su Syrakoùssai, otterrà l’abolizione del sacrificio di bambini agli Dei e infine tornerà alla sua Akragas. Un aspetto che voglio sottolineare riguardo questo romanzo è la forma con cui viene trattata la parte che riguarda il concetto dei riti pagani che la scrittrice configura nell'accezione di una religiosità e di una devozione rispettose della dignità della persona. Ancora una volta Ester Monachino ci fa dono della sua ricchezza interiore e formale, in un’opera che ha tutte la qualità per inserirsi nel catalogo della migliore narrativa di oggi.

Anna Maria Bonfiglio

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Yanuk Lurjiame
24 giugno

Stasera entrerò nel libro di Ester Monachino, DAMARETA. Con coraggio l'Autrice entra nella storia, dove l'attende quell'antica nobildonna alla cui dolcezza del consiglio i Cartaginesi si piegarono, incoronandola. Non è facile trasmettere una storia con poche notizie a disposizione, ma la mente di Ester si è rivelata capace di concentrare il poco e l'ispirazione ha acceso quel bel fuoco, dando di nuovo voce a questa signora che dominò sugli istinti dei sanguinari e portò pace.
Entriamo, allora amici miei, nel Racconto vivo di Ester Monachino, varcando assieme la Porta di Akrai.
Dall'incipit del libro:
"Nell'imbrunire, i primi tetti delle case di Akrai emergono tra la fitta vegetazione. Somigliano alle creste di volatili appollaiati in nidi alti. Nidi che sembrano toccare le ascelle del cielo. Qui tra i dirupi, spaziando tra le profonde vallate dei monti Iblei e quelli dell'Anapo, fiume terso e selvatico come un cervo d'acqua, qui possono cercarsi tutte le presenze e le assenze delle divinità adorate e supplicate negli altari dei templi (...)"

(stralcio da una lettera)

Ho già letto qualche pagina. Vi spira lo stesso profumo di zàgare dei lirici greci. E un brivido marmoreo, come in Pater, o nelle Grazie di Foscolo. E' - intuisco - un romanzo lirico. La sola forma di narrativa che abbia ai miei occhi dignità d'arte.

(Matteo Veronesi)

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