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Autore:
Rassegna Stampa
Tipo:
Poesia
 
Notizie Presenti:
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Sintesi critica di Ennio Bžspuri su POESIE di Emiliano Longhi

di Rassegna Stampa

Sintesi critica di Ennio Bìspuri su POESIE di Emiliano Longhi
(Aletti Editore, Roma, 2015; pagine 97)

Finalmente una Poesia totalmente libera dai piagnistei e dai compiacimenti narcisistici di «come soffro!», «come passa il tempo!», dai vari sentimenti rimescolati, ruminati ed esibiti come trofei.
La Poesia di Emiliano Longhi, per la sua composta semplicità, per la presenza di un’ironia superiore, che sembra suggerire al lettore di non prenderlo troppo sul serio, è innanzi tutto una testimonianza di quale dovrebbe essere il compito del poeta (e più in generale dell’artista), ossia quello di demolire miti e illusioni con la capacità di indicare il senso (e il mistero) dell’esistenza in una pacata rassegnazione nella consapevolezza di non poter arrivare a cogliere e quindi trasmettere l’Assoluto.
Così l’abbandono della Metafisica operato da Longhi, libera il campo dell’espressione connotandolo come punto di riferimento che gli permette di ri-costruire il mondo come un puro spettacolo che non chiede mai di essere interpretato.
Le poesie di Longhi, indipendentemente dai titoli e dai contesti, raccontano di una realtà tutta interiore, lontana, per quanto possibile, dai rumori del mondo esterno.
I versi fluiscono come melodie che intendono fare stato delle emozioni provocate da brevi immagini, da frammenti della Natura, quasi da istantanee che, come vere e proprie folgorazioni, appaiono per pochi istanti, lasciando di esse una scia opaca, che è proprio l’oggetto previlegiato di tale Poesia, tesa a trasformare e metabolizzare gli oggetti esterni, ma anche i ricordi e i sogni, in emozioni talora nitide e talora sfocate.
Il timbro generale di queste Poesie è caratterizzato da un’introspezione felice, dove tutto il mondo si dissolve per ridursi a un fascio di emozioni, per lo più di natura visiva, su cui il Poeta, come un nuovo Montaigne privato però del suo impianto filosofico forte, ausculta e riflette.
L’universo, per Longhi, è un’immagine effimera, sulla quale i Sensi e la Ragione, armoniosamente collegati e uniti, ricostruiscono un frammento che si ripete.
Il Poeta non sa dirci altro, né vuole dire altro, i punti di riferimento dell’«io» sono la sua intrinseca assenza, il suo tentativo di esistere al di là delle pure e semplici emozioni, della pura contemplazione che vibra nella penombra (o nel ricordo) e che, dissolvendosi rapidamente, ci illude della nostra continuità di essere nel tempo.
Gli stessi versi ci colpiscono anche per alcune ascendenze arcaiche e per una straordinaria attenzione rivolta alla Donna, che ricordano perfino i Frammenti dei Lirici greci (soprattutto Saffo, Anacreonte e Bacchilide) per esempio a pag. 36, Il fiore e la donna, che si conclude con l’elegante interrogativo: “Ché forse non ammiriamo/di una Donna la bellezza,/la grazia, il fascino, la dolcezza,/pur se il nome non conosciamo?”, oppure, a pag. 45, Betulla, che termina con “Siamo vicini: tu fuori, io dentro/di gioiosi fremiti entrambi/ vibriamo: tu fremi d’aria, io d’amore”, che sembra una traduzione da Saffo; oppure, a pag. 65, Donna fatale, tutto risolto nel detaille qui tue; oppure a pag. 70, Per Te, che è forse il componimento più bello e più profondo di tutta la raccolta; oppure, a pag. 73, Aurora, che, in soli sette brevi versi, ricostruisce il miracolo celeste che si ripete ogni giorno con l’arrivo puntuale dell’alba).
In queste liriche raffinate e precise nulla sembra trapelare della conflittualità e della drammaticità del mondo e dell’angoscia con cui l’uomo contemporaneo guarda al proprio futuro e all’incerto futuro del mondo.
Quello (unico) che interessa il poeta è portare le proprie emozioni a esercitare una dittatura all’interno del proprio «io», trasferendole su un piano di assoluta purezza, fino a cancellare, nel suo punto più alto, perfino lo stesso soggetto che le prova.
La Poesia è intesa da Longhi (che corre consapevolmente il rischio di sottrarsi alla modernità, fino a sfidarla), come il racconto di ciò che diventa evanescente (la nebbia, il torrente, la brina, il fumo ecc., ma anche i sogni di pag. 20 e i ricordi di pag. 69, unitamente al microciclo su Fresa) fino a tornare nel Nulla da cui proviene.
Longhi immerge il proprio «io» e gli oggetti della sua poesia in un vuoto che è tale per eccesso di pieno, ma ci mostra anche il graduale distacco, ossia il processo di questa metamorfosi, il rumore che si fa silenzio e torna rumore, la vita che tramonta e muore e poi risorge, il dolore che si muta in piacere per mutarsi ancora in dolore, in una sorta di corrente eraclitea della psiche, che però è solo apparente e che il poeta si limita a contemplare senza mai volerla spiegare, traducendola in una implosione che chiude il mondo e lo riduce ai palpiti brevi e intensi di uno stato d’animo felice perché privato dalla minaccia del vuoto, che lo fa sembrare eterno.
Questa Poesia ci allontana dunque dallo scorrere impetuoso del mondo e ci immerge in un Divenire ingenuo, che sembra scorrere senza scosse. I versi evocano, accennano, fissano e celebrano il frammento, ma non ci fanno mai vedere l’intero, verso il quale in fondo nemmeno aspirano.
Come per Nietzsche, che definisce l’«io» come una seduzione della grammatica, il soggetto (cosa davvero rara nella Poesia contemporanea) si mette tra parentisi e si riduce alle sue stesse produzioni emotive, espresse, per altro, senza un coinvolgimento dichiarato. E così si smarrisce e si nasconde.
Alla fine, il centro e il nucleo più profondo e più nascosto della poesia di Longhi sembra essere questo contrasto, questo confronto e questo collegamento costante tra un Essere senza tempo, seducente e ammaliatore che, lasciandosi contemplare solo attraverso singoli frammenti, appare incontaminato nella sua fissità e un Divenire che il poeta rinuncia a descrivere e definire.
Longhi scrive con una fluidità e una pregnanza lessicale, che sono forse l’aspetto più evidente e originale della sua ricerca poetica.
In questa felice intuizione della vita, costruita nell’ossimoro di un buddismo senza dolore, Longhi accantona qualunque riflessione metafisica, qualunque autobiografismo mitizzato e rinuncia a ogni evocazione drammatica in una sorta di consapevole archiviazione del Male per aprirsi completamente allo spettacolo della Natura e alla sua intrinseca Bellezza, con uno sguardo continuo teso verso il sole (pagine 12, 14, 42, 51, 56, 61) e la luna (pagine 73 e 81).
Ma proprio l’abbandono della Metafisica (luogo invece previlegiato della Poesia moderna) permette a Longhi di liberare il campo dell’espressione poetica connotandolo come punto di riferimento di una costante ironia intesa come un coefficiente o una filigrana trasparente su quanto viene rappresentato con i versi, che finiscono così per essere delle allusioni mai apodittiche di qualcosa di definitivamente concluso.
In modo particolare sempre intelligenti e stimolanti sono i giochi linguistici, costruiti con una disciplina rigorosa, che evita saggiamente qualunque rischio di esagerazione, come a pag. 16, con La coscia della bella Roscia; a pag. 38, con Gioco col Sax, un divertente contorcimento linguistico della parola «sassofono» in tutte le sue combinazioni anagrammatiche; analogamente a pag. 66, con Gioco con olgo; a pag. 91, con Le caste, che si conclude con il geniale “Le caste, però, non sempre son caste!”, oppure nel divertente Acidità, bruciori, che sembra una parodia letteraria della pubblicità o della cultura pop, nei quali l’ironia raggiunge uno dei gradi più elevati, fino a diventare funzione centrale di una poetica quasi nichilistica e la cifra specifica di una concezione ludica dell’universo e dell’esistenza umana.
Nel vuoto apertosi con la rinuncia a qualunque pensiero metafisico, trovano così posto aspetti che possono apparire quasi elementari, come nella pittura naïve, dove campeggiano alcuni dettagli naturalistici (a pag. 14 “Fremono gonfi, gagliardi torrenti, /Lungo impervi, profondi canaloni;/Giù per paurosi, scoscesi valloni”, a pag. 18 “Nel verde sorridono le ginestre”, a pag. 26 ”Le bianche betulle/dimora di uccelli”, a pag. 39 i bellissimi versi ”Nella nebbia tutto cede, /Nella nebbia tutto svanisce, /Nella nebbia tutto finisce;/ Nella nebbia non si vede”, che rimandano, come in un dittico, a pag. 41, ai versi secchi e taglienti – ma proprio per questo più emozionanti!– di un vago sapore eracliteo, di "La vita e il torrente”, splendidamente espresso a pag. 35 in Gira il tempo; e così a pag. 43 in Impressioni di viaggio e a pag. 74 con La brina, simmetrico e identico alla nebbia e al torrente, “Così la fragile brina svanisce/E diventa invisibile vapore”, che rimanda alla elegante metafora della Melagrana alla pagina seguente e a un conclusivo Inno al silenzio, che richiama la bellissima esortazione contenuta ne La voce della luna, di Fellini: “Se tutti facessimo un po’ più di silenzio...“).
Nel contesto laico di questo punto di osservazione e di questa prospettiva guidata dall’occhio, Longhi dà molta importanza anche alla scienza e ai meccanismi con cui si esprime il senso supremo e previlegiato, la vista (a pag. 77 L’occhio), che ci permette di entrare in contatto con la meraviglia dell’universo (a pag. 24, in Bianca cornea, ripetuto in Risveglio, a pag. 26; in La mente a pag. 49; ripetuto a pag. 68 in Il volo e la mente e a pag. 69 in I ricordi e passim), anche se il rapporto tra l’occhio che guarda e l’oggetto che viene guardato si esprime in una coincidenza e in uno scambio, nel quale la causa diventa effetto e viceversa.
La risultante finale è una poesia che, se non fosse guidata dall’ironia, risulterebbe impressionistica.
Al contrario, grazie anche alla preferenza attribuita ai frammenti rispetto alla totalità, Longhi accompagna il suo lettore a seguirlo nel suo sguardo sempre leggero, nella consapevolezza che la Realtà, attraverso la Poesia, non deve mai diventare oggetto di indagine conoscitiva, ma essere solo contemplata con lo spirito di stupefazione di coloro che hanno guardato il mondo il primo giorno della creazione.

(Ennio Bìspuri)

Roma, 25 novembre 2016



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