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SCADENZA 11 SETTEMBRE 2017
 

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2 ottobre 2017




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Info sull'Opera
Autore:
Rassegna Stampa
Tipo:
Racconto
 
Notizie Presenti:
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Intervista a Franco Lorizio, che presenta ai lettori il libro "Ragazzo di cera" - Aletti Editore

di Rassegna Stampa

Domanda - Partiamo proprio dal titolo: come mai "Ragazzo di cera"? Quali sono gli argomenti ricorrenti, o per lei fondamentali, che tratta in questo volume?

Franco Lorizio - Quando ho pensato di scrivere un libro sulla Casa in collina di Pavese per prima cosa ho immaginato il titolo: Ragazzo di cera. È un’espressione desunta dal cap. XXII del romanzo, nel quale lo scrittore evoca un episodio autobiografico, che è anche un fatto storico: l’undici novembre 1944 a Ozzano, nel Monferrato, un gruppo di partigiani tese un agguato a un’autocolonna di militi della Repubblica Sociale Italiana. Morirono quattordici giovani fascisti, d’età compresa fra i diciassette e i trentuno anni. Pavese quel giorno si trovava a passare di là, in bicicletta. Stava andando da Casale Monferrato a Serralunga di Crea, dove c’era la sorella Maria. Giunse sul luogo pochi istanti dopo lo scontro armato e vide i corpi scomposti. La scena era raccapricciante: la benzina traboccata dal serbatoio del camion si mescolava al sangue umano; a un soldato fuoriusciva materia cerebrale; l’attenzione dello scrittore fu carpita da un milite, la cui descrizione compare nella Casa in collina: “Uno ce n'era in disparte sull'erba, ch'era saltato dalla strada per difendersi sparando: irrigidito ginocchioni contro il fildiferro, pareva vivo, colava sangue dalla bocca e dagli occhi, ragazzo di cera coronato di spine”.
Quel fante è il simbolo dell’assurdità di ogni guerra. Il suo corpo inerte pone una domanda ineludibile. Solo nella pietà si può trovare il germe di una risposta all’odio fratricida. Pavese con la Casa in Collina ha intonato un lungo inno di compassione. Avrei potuto intitolare il mio libro "Il cantico della pietà".

Domanda - Quanto la realtà ha inciso nella scrittura?

Franco Lorizio - "Ragazzo di cera" parla di eventi storici, dunque reali. Ai fatti si sovrappongono i sentimenti, le sensazioni, le riflessioni di cui Pavese ha permeato la realtà. Mi sono preoccupato di pormi in sintonia con lo scrittore, di essere la sua seconda vista. È uno dei motivi per cui mi sono recato nei luoghi descritti nel romanzo: Serralunga, Crea, Ozzano, Casale Monferrato, Santo Stefano Belbo, Torino. A Serralunga ho visto “la casa in collina” e, imprevedibilmente, mi sono trovato a conversare con una donna (la maestra Silvia Balbo) che da bambina conobbe Pavese, quando egli trovò rifugio e protezione nel borgo, presso la sorella Maria. A Casale ho visitato il convitto “Trevisio”, ove lo scrittore fu accolto come istitutore per essere sottratto alla cattura dei tedeschi o dei fascisti. Mi è sembrato di essere “dentro” al romanzo perché gli ambienti ivi descritti mi erano innanzi: il refettorio, il cortile con il “giro di portico”, la cappella.
Il mio libro non è un’opera di critica letteraria ma una testimonianza di accorata partecipazione umana agli episodi narrati da Pavese.

Domanda - La scrittura come valore testimoniale: cosa ha voluto salvare e custodire dall’oblio del tempo con questo suo libro?

Franco Lorizio - Desidero suscitare un nuovo interesse per Pavese. Quando frequentavo il liceo (sono trascorsi ben più di quarant’anni) era uno scrittore “alla moda”; chi voleva caratterizzarsi come un intellettuale anticonformista, problematico, “esistenzialista”, leggeva Pavese. Poi sul Poeta delle Langhe è calato il silenzio. Di lui si ricorda il suicidio; e pensare che amava molto la vita: la sua produzione si configura, in massima parte, come un inno alla vita. Quando si pensa a Pavese, tutt’al più si rammentano i versi di "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi".
Un mio amico sacerdote, don Giacomo Tantardini (colui che ha contribuito a sviluppare in me la tensione verso lo scrittore), citando Pavese affermava che per essere disperati bisogna aver sperimentato la felicità.
Dunque ho voluto “salvare e custodire dall’oblio” Pavese stesso.
Poi ho inteso richiamare l’attenzione sulla sua testimonianza di compassione per il nemico morto. Lo scrittore era ricercato dai fascisti; sotto il fascismo patì la prigione e il confino per motivi politici; era comunista: eppure manifestò una straordinaria capacità di compatire i propri nemici.

Domanda - A conclusione di questa esperienza formativa che ha generato il libro "Ragazzo di cera", se dovesse isolare degli episodi che ricorda con particolare favore come li descriverebbe?

Franco Lorizio - Il mio libro, per come è strutturato, si presta poco alla scomposizione in episodi. Posso tuttavia indicare alcune parti che mi hanno coinvolto maggiormente. In esse ho accostato talune immagini della Casa in collina ad altre che appartengono al mio vissuto. Gli anni di piombo hanno lasciato in me una traccia profonda; la domanda conclusiva di Pavese “E dei caduti che facciamo? perché sono morti?” riecheggia quando penso a quei tempi, alle persone uccise per un’aberrazione ideologica. Ne parlo nel sesto capitolo del libro, Conclusioni provvisorie, ovvero: Postilla conclusiva non scientifica, un titolo ricavato dalle opere di due autori a me cari: Montale e Kierkegaard.
Poi non posso fare a meno di pensare al Post-scriptum dedicato al mio amico poeta Rocco Auciello, scomparso tre anni fa. Rocco scrisse delle poesie straordinarie, per ritmo e levità, sulle Langhe. Ho vergato quelle poche pagine con l’inchiostro della commozione e della riconoscenza.

Domanda - Quali sono le sue fonti d’ispirazione? Altri autori che ritiene fondamentali nella sua formazione culturale e sentimentale.

Franco Lorizio - Ho citato Montale e Kierkegaard. Amo Leopardi. Ammiro Manzoni. Pascoli è insuperabile nella tecnica poetica e nella profondità del sentimento. Mi piacciono alcune poesie di D’Annunzio come La pioggia nel pineto e La sera fiesolana. Considero Ungaretti un maestro di vita e di poesia. Carlo Michelstaedter ed Emil Cioran sono due grandi filosofi e profeti del Novecento. T.S. Eliot ha espresso mirabilmente l’aridità del mondo contemporaneo, privo di tensione verso il trascendente. Alfonso Gatto e Camillo Sbarbaro hanno una vena evocativa che mi commuove. Sono questi, grosso modo, gli autori che mi hanno accompagnato nel cammino. Nessuno, però, ha esercitato un’influenza decisiva come Pavese.

Domanda - Ci sono altre discipline artistiche, o artisti, che hanno in qualche modo influenzato la sua scrittura?

Franco Lorizio - La musica è un mio costante punto di riferimento. Mi sarebbe piaciuto essere un musicista. Studio da diversi anni il sassofono, uno strumento bellissimo da vedere, da ascoltare, da suonare. In "Come il letto di un falò", mio precedente libro, ho scritto un capitolo su Pavese e il jazz.

Domanda - Oltre a quello trattato nel suo libro, quali altri generi letterari predilige?

Franco Lorizio - La poesia. In passato ho scritto poesie; continuo a scriverne, sebbene con minor frequenza. Non mi ritengo un poeta, benché ravvisi nella poesia una dimensione imprescindibile del vivere quotidiano. Il vero poeta possiede doti artistiche e umane non comuni.

Domanda - Preferisce il libro tradizionale cartaceo o quello digitale?

Franco Lorizio - Credo che nulla possa sostituire il libro di carta. Possiedo alcuni volumi che risalgono all’adolescenza. Custodisco l’Enciclopedia Tumminelli che fu di mio padre. Altri libri recano dediche e firme di amici o amiche non più in vita. Posso ritrovare annotazioni, rimandi, sottolineature di tre o quattro decenni fa. Sono materia viva, testimonianza di un mondo che non c’è più. Dubito che un eBook possa trasmettere le stesse sensazioni, promanare il medesimo fascino.

Domanda - Per terminare: qual è stato il suo rapporto con la scrittura durante la composizione del libro?

Franco Lorizio - Scrivere, per me, è un atto vitale, è come respirare. Lavoro in maniera febbrile e sorvegliata nello stesso tempo. Leggo e correggo ripetutamente il testo. La scrittura mi appassiona e mi affatica, lasciandomi infine “come un fucile sparato”, per citare ancora Pavese.
Una ricerca è connotata da un intrinseco rigore metodologico. Ciò non preclude l’adozione di un registro espressivo lirico-evocativo. Penso che un saggio non debba recare necessariamente lo stigma dell’aridità. È, in ogni caso, un genere creativo.

Domanda - Un motivo per cui lei comprerebbe "Ragazzo di cera" se non lo avesse scritto.

Franco Lorizio - Credo che "Ragazzo di cera" abbia il pregio di muoversi in ambiti contermini ma distinti: storia, biografia, analisi del testo, rassegna della critica, sviluppi tematici, riflessioni soggettive. Non è semplice misurare tali elementi, incanalarli in un discorso coerente e unitario. Spero di esserci riuscito.
Penso inoltre, al di là del risultato e della cifra culturale espressa, di avere compiuto un atto d’amore per uno scrittore di enorme statura artistica e umana, nei confronti del quale nutro affetto filiale.

Domanda - Ha in progetto altre opere da scrivere nel prossimo futuro? In caso affermativo, può darcene una anticipazione?

Franco Lorizio - Sì. Ho già scritto una parte del libro. Parlerò ancora di Pavese. Sarà il proseguimento ideale del mio primo studio (Come il letto di un falò), ricalcandone la suddivisione in capitoletti eterogenei, ciascuno incentrato su un aspetto significativo riguardante lo scrittore e le sue opere.

pagine 348
Saggistica Aletti
Prezzo di copertina: Euro 15,00

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