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Info sull'Opera
Autore:
Rassegna Stampa
Tipo:
Racconto
 
Notizie Presenti:
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Intervista a Marino Tarizzo, che presenta ai lettori il libro "Tirar troppo la corda” ( Aletti Editore )

di Rassegna Stampa

Domanda - Partiamo proprio dal titolo, come mai “Tirar troppo la corda”. Quali sono gli argomenti ricorrenti, o per lei fondamentali, che tratta in questo volume?

Marino Tarizzo - Tirar troppo la corda è un auspicio. Che ci si accorga che la corda è tirata e che infine qualche animo si muova per far sì che si spezzi. Tirar troppo la corda è un incubo. Quando si spezzerà non ci potranno che essere lutti e drammi. Ovviamente sempre a spese di chi nacque dal lato sbagliato della strada.
Gli argomenti del libro corrono sul sentiero che esplora il crinale tra una rassegnazione non pacificata e una pervasiva, soffocante, ignavia del fare. Alla ricerca di, se non liberatorie almeno corroboranti l'umore, deviazioni da quel sentiero, seguendo un fiuto umoristico.

Domanda - Quanto la realtà ha inciso nella scrittura?

Marino Tarizzo - La realtà non esiste. Infatti ci si è inventate prima la parola e poi la scrittura per modellarla. La cosa era riuscita discretamente, tanto che han pensato bene di sodomizzarla con l'immagine, a maggior ragione nella versione a-social. Come è già stato notato, oggi la scrittura, e ancor più la lettura, sono atti di resistenza. Se mi si perdona la modestia mi inserirei in tale percorso.

Domanda - La scrittura come valore testimoniale, cosa ha voluto salvare e custodire dall’oblio del tempo con questo suo libro?

Marino Tarizzo - Posto che ogni cosa, ogni documento, assumono in senso lato valore testimoniale, questo libro nulla ha della testimonianza diaristica o di memoriale. Se qualcosa rimarrà, oltre al mio senso di colpa per l'uso della carta che si è dovuto utilizzare, spero sia un grido afono, un urlo sottotraccia ma pervasivo, invocante il restare (o tornare ad essere) umani. Che sta come intimo ai vestiti umoristici della maggior parte dei racconti.

Domanda - A conclusione di questa esperienza formativa che ha partorito il libro "Tirar troppo la corda", se dovesse isolare degli episodi che ricorda con particolare favore come li descriverebbe?

Marino Tarizzo - Anche qui: ogni cosa nella vita acquista valenza formativa. Ma il libro non è frutto di una particolare specifica esperienza. È (quasi tutto) frutto solamente di immaginazione, forse un po' malata o almeno ipocondriaca. E non occorre precisare che i gorghi dell'immaginazione si nutrono degli episodi della vita passati al tritacarne da quell'essere dispettoso e meschino del subconscio.

Domanda - Quali sono le sue fonti di ispirazione: altri autori che ritiene fondamentali nella sua formazione culturale e sentimentale?

Marino Tarizzo - Sono stato e sono un lettore incostante, disorganico e disordinato. Poi ho deciso di essere tale. Anche per quanto riguarda la poesia. Ho sempre apprezzato Autrici e Autori figlie/i del proprio contesto storico e sociale ma capaci di sovvertirlo con realismo o magia. Ricchi di umorismo, sarcasmo e, perché no, distopici. Di loro non voglio fare elenchi, però una branca particolare delle mie letture mi piace citarla. È quella che va dal “Baldus” (T. Folengo) e da “Till Eulenspiegel” (prob. E. Bote) a “La galassia dei dementi” (E. Cavazzoni), passando per “Il buon soldato Svejk” (J. Hašek ).

Domanda - Ci sono altre discipline artistiche, o artisti, che hanno in qualche modo influenzato la sua scrittura?

Marino Tarizzo - Nasco vignettista umoristico satirico. Non cresco e scrivo poesie. Quando non vado a capo ogni tanto allora sono racconti. Precisando: avendo qualcosa da dire che non ci sta in una vignetta ciò normalmente diventa poesia se prevale l'indignazione, diventa racconto se s’impone l'umorismo. Umorismo che per me sta in una almeno doppia capriola logica, che in fondo ti interroga e non ti assolve, non nella risata a bocca aperta.
Per quanto concerne il mio tipo di scrittura di racconti mi piacerebbe poter dire di essere debitore a Stefano Benni e Daniel Pennac

Domanda - Oltre a quello trattato nel suo libro, quali altri generi letterari predilige?

Marino Tarizzo - I generi sono tali se parliamo di prodotti, altrimenti non esistono. Esistono libri scritti bene e altri meno. Per questo auspico che il mio libro non rientri in alcun genere, semmai che possa ambire ad essere un libro degenere. Sono particolarmente sensibile al fascino della letteratura disegnata che i gendarmi dell'impero deturpano con il nome di graphic novel. “Maus” di Art Spiegelman e i libri sulla Palestina di Joe Sacco dovrebbero essere libri di testo scolastici.

Domanda - Preferisce il libro tradizionale cartaceo o quello digitale?

Marino Tarizzo - La digitale non può far aumentare il battito cardiaco più del profumo della carta delle pagine di un libro.

Domanda - Per terminare, qual è stato il suo rapporto con la scrittura, durante la composizione del libro.

Marino Tarizzo - Non ho scritto il libro. Ho scritto dei racconti. A posteriori ho individuato un certo qual filo che li legava e li ho organizzati. Il mio rapporto con la scrittura è di fatica e di autogratificazione, di inadeguatezza e di autocompiacimento. Ma soprattutto certamente di grande utilità economica: mi fa risparmiare le parcelle di numerose sedute con psichiatri o analisti!

Domanda - Un motivo per cui lei comprerebbe "Tirar troppo la corda", se non lo avesse scritto.

Marino Tarizzo - È piccolo, sta nella tasca della giacca, costa relativamente poco, non è troppo lungo e inoltre sono racconti brevi. Poi dovrebbe anche far ridere, terapia indicata non solo per prevenire il cedimento dei muscoli facciali.

Domanda - Ha in progetto altre opere da scrivere nel prossimo futuro? In caso affermativo, può darcene una anticipazione?

Marino Tarizzo - Se avessi progetti di scrittura sarei uno scrittore, uno che svolge un mestiere per far incassare editori e stampatori. Scrivo quando penso di aver qualcosa per cui valga la pena sprecare un po' di carta. E poi il mio narciso soffrirebbe troppo nell'enunciare qualche ipotesi, nel caso poi, per qualsiasi motivo, essa non si avverasse. Se invece parliamo di idee, sì, ammetto, ho delle idee. E questo, come ben si sa, è motivo di sofferenza e malessere. Cosa che se pensate fa ridere. Dal piangere.


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