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Prefazione di Giuseppe Aletti

Prima di intraprendere un percorso critico sull'opera di Rita Brunelli, occorre soffermarsi sul titolo scelto dall'autrice per raccogliere le presenti poesie. Gugliate, ovvero il filo che si infila nell'ago, è qui simbolicamente usato nel tentativo di cucire gli strappi della vita, di riconciliare contrasti, di donare un significato profondo alle cose del mondo. Per questa finalità, sono essenziali le Parole. Esse hanno un potere immenso, come indica la poesia d'apertura del volume. Se scelte con cura, le parole sono capaci di creare "abbracci tra sconosciuti" (ricordate "la speranza / di trovare una mano sconosciuta / da poter stringere nell'oscurità" nella poesia "Lo scrittore" di Aldo Palazzeschi"?); diventano "tesserine di sole", "etichette sugli atomi del mondo", "gugliate di seta per tessuti d'infinito", "melodiose strutture eterne". Nella prima poesia compare, dunque, il titolo del libro che apre una riflessione su uno dei leitmotiv della raccolta, ovvero la necessità di unire, armonizzare, collegare, che lascia presupporre un desiderio di un nuovo umanesimo per l'uomo, che passi dal ripristino di un rapporto più equilibrato con la natura. E così ritroviamo la nostalgia per le bellezze del creato, che affrancano l'animo di chi sa coglierle e viverle in armonia, ma da cui il genere umano è andato via via separandosi, fino a che sono rimasti soltanto "residui di un mondo originale: / verde antico che dondola e canta / all'ombra di un grigio verticale". Restando in tema, sono presenti poesie dedicate a piante e fiori nella prima parte della raccolta, tra cui "L'Albero", che è elogiato per le sue qualità, per il prezioso apporto sia rigenerante sia ornamentale, e viene descritto come una "scala d'oro tra Terra e Cielo", riportando alla mente la poesia del poeta americano Joyce Kilmer "Alberi", i quali testimoniano l'esistenza di Dio, attraverso la loro perfezione. L'esaltazione della natura, con il suo tripudio di profumi, colori, a cui la Brunelli invoca l'appartenenza, continua nella poesia che segue, dal titolo "Rose di vigna": "Voglio esservi amica, Rose di vigna / sentinelle dei filari: / gentili magie di aromi e colore, /anch’io sono vite, vostra compagna". La terra e i suoi frutti "raccontano un’antica storia, / parlano di noi”. (Dalla poesia "Terra").
In accordo con l'urgenza di un desiderato ritorno alla naturalezza, ecco che il canto si nutre di autenticità. Il linguaggio delle poesie è lasciato fluire con immediatezza, senza artifizi, ma senza rinunciare all'attenzione alle parole, melodicamente cucite tra loro. La Brunelli sembra così seguire il noto avvertimento del poeta John Keats: "Se la poesia non nasce con la stessa naturalezza delle foglie sugli alberi, è meglio che non nasca neppure".
Un importante e suggestivo spazio è occupato dagli affetti; dai figli, dalla piccola Zoe. In "Barbara, Ti penso", scritta per l'amatissima adorata figlia Barbara, ci sono versi evocativi di efficace bellezza: "Composizione perfetta, / melodia divina sul rigo del tempo".
Sono riportati ancora, in questa raccolta, tanti significati simbolici per riflettere sulle varie questioni legate all'esistenza di ogni uomo, come la caducità, il dolore, l'avanzare del tempo, che sono carichi di interrogativi, a volte insoluti, e le poesie diventano più malinconiche e toccanti. Commovente è l'immagine degli aquiloni che "galleggiano nell'etere / abbandonati senza colpe" e "consumati nella divina indifferenza"; un disinteresse che ricorda la noncuranza del cielo di thomasiana memoria, dove ogni cosa è annientata "sotto cieli noncuranti".
C'è la costante tensione tra le aspettative e ciò che realmente poi la vita riserva, senza perdere tuttavia lo slancio vitale. Anche se sono presenti le ragioni del pessimismo, attraverso domande, considerazioni, ragionamenti, prevale infine uno spiraglio di luce che illumina le poesie.
È un libro fisicamente agile e snello, con poesie di breve e media lunghezza, ma di profonda intensità e vibrazione, in cui la Brunelli rivela il suo mondo interiore, che non è più soltanto suo, perché anche altri vi si riconosceranno agevolmente. Le parole usate, infatti, sono quelle giuste e così nel suo caso avviene il piacevole incontro tra poeta e lettore; quell'incontro descritto in modo eccellente da Salvatore Quasimodo in queste parole: «La poesia è la rivelazione di un sentimento che il poeta crede sia personale ed interiore, che il lettore riconosce come proprio».
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