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Info sull'Opera
Autore:
Rassegna Stampa
Tipo:
Poesia
 
Notizie Presenti:
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Isabella Horn, Viandanzando, Villanova di Guidonia, Aletti Editore, 2022, pp. 64, 12,00 - Articolo di Stefano Lanuzza

di Rassegna Stampa

Isabella Horn, Viandanzando, Villanova di Guidonia, Aletti Editore, 2022, pp. 64, € 12,00

- Articolo di Stefano Lanuzza
https://retroguardia.net/2022/06/06/il-passo-danzante-della-poesia-isabella-horn-viandanzando/

Potrei credere soltanto a un dio che sapesse danzare (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, 1883/85)
.
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Tedesca di nascita e madrelingua, autrice di numerosi libri di poesia scritti in italiano (un ‘caso’ letterario tutto da rilevare), Isabella Horn, filologa e traduttrice, nel 2014 cura per Stampa Alternativa la traduzione (Maledetta civiltà) del saggio Die verfluchte Kultur (1921) di Theodor Lessing.

Seguono un raro studio sulla versione tedesca del romanzo Horcynus Orca (1975) di Stefano D’Arrigo (in “Retididedalus”, giugno 2015) e la curatela del libello 20. Juli 1944 – Personen und Aktionen (2001) di Georg Holmsten, pubblicato da Mimesis nel 2020 col titolo di Contro Hitler: una ricostruzione del tentativo di attentato (20 luglio 1944) contro il Führer da parte di Claus von Stauffenberg e altri: tra questi il giornalista Siegfried Horn, padre della stessa autrice.

Dopo i recenti libri, usciti in sequenza e intitolati Per terre oscure (2018), Gli Dei clandestini (2019), Cosmos (2020) insieme alle corrosive satire Ballate dei Sudditi felici (2018) e Il canto del Covid (2021), ora, situati tra giorno e notte, “sole e ombra”, “l’alto e il basso”, “sopra e sotto, pieno e vuoto”, ecco i versi di Viandanzando (Villanova di Guidonia, Aletti Editore, 2022, pp. 64, € 12,00): quasi la fenomenologia en poète di viandanze ritmate da un ‘passo danzante’ in implacato, ininterrotto ‘movimento’ è questo libro che sintetizza la costante visionaria-esistenzialistica d’una poetica simbolista perseguita con attenta coerenza e spirito quasi anacoretico.

Poetica sospesa fra tradizione classica e modernità, che, per metafore polivalenti e metamorfosi paesaggistiche, non ‘descrive’ ma sta elegantemente ‘dentro’ serie di temi che, pure espressi nei codici d’una lingua italiana quanto mai varia e cogente, rivelano clamanti retaggi nei miti orfici, negli archetipi renani e nel folklore nordico.

Procede coi suoi versi per sentieri boschi monti radure, leggera per “grazia di piuma” – il suo passo cerca le ali – la poetessa che, riconosciutasi “viandanzante” ovvero viandante in percorsi liberatori nella panica natura naturans, misura il passo in una danza che è desiderio, “arsura di danza” e pensiero del corpo danzante, volontà d’un andare nell’“altrove senza catene, senza servaggio: / danza-preludio al volo, senz’ancoraggio”: religiosa danza intorno ai transitivi riti delle stagioni percepite nei loro ‘eterni ritorni’.

Anche danza di elevazione essa è, opposta allo spirito di gravità, ai pesi che vorrebbero trattenere gli aneliti della parola e del gesto, del corpo mosso all’unisono con l’universale moto rigeneratore dell’eterno Tutto, l’Uno polivalente che sfida la finitezza, “l’impermanenza, nascosta / nell’agitarsi del fare” senza l’Essere, con “un’offerta di danza” e, certo, con “pensieri di carta… melodiosi glifi, / scrittura ritmica, ardita / di pentagrammi ancestrali / […] / eternità d’ali / danzanti, viandanzanti, senza confini spazianti…”.

Luogo d’un movimento musicale tuttavia riottante con l’astrattezza della musica, alla quale l’autrice vuol conferire le proprie impressive parole, appare Viandanzando: un’opera di somiglianze palpabili che, se aspira a una totalità forse tardoromantica o inattuale, forse inedita per la sua generosa complessità, non rinuncia a proporre mature innovazioni neomoderne, affrancate dalle fin troppo in auge versificazioni irrelate, consunte o effimere nel loro minimalismo.

Complessità? È un ‘come dire’ il delicato indicibile, come misurare sulla pienezza della pagina, senza tregua, l’euforico battito cardiaco della pulsione psicopoetica in danzante cammino.

Posta all’ascolto di “pavane d’altrove, pentagrammi mai conosciuti”, d’un “suono di parola mai saputa mai osata mai detta”, ricercando l’unità tra mythos e logos, talora la poetessa si volge all’epica rivelatrice dell’atavica sostanza umana col suo accadere nel tempo e poi, con leggerezza, muovendo fuori di esso.

Farsi emotivamente lievi bisogna, nella pienezza dinamica della propria lingua, ora onirica e misterica, ora ricca di barbagli diurni, emblemi aurei, epifanie di eventi e referti di “gioia e disperanza, / pienezza e declino, ascesa e annientamento”.

Al di là di nullificanti presagi apocalittici e oltre l’ignoto, a esultare malgrado tutto, c’è sempre il verso, l’atemporale, propiziatrice, alta poesia quale conoscenza fenomenica dei fondamenti delle cose incluse nel Cosmos che per l’autrice è figura di un meditato presente di corrispondenze simultanee giammai storicizzabile né riducibile a cronaca intimistica.

E c’è il soccorrevole stile, un energetico gioco in scioltezza, l’espressione lirica con sapienti rotture sintattiche che non tanto ‘comunica’ quanto enuncia ‘rivelando’ per echi, per denotative combinatorie lessicali non estranee al codice germanico e convertite in un a-convenzionale vocabolario italiano dalle svariate sfumature di senso.

Ne risulta un’esaltazione di fresche analogie divinatrici, fluenti e immersive comparazioni di conflitti subito rifusi in un pervadente “suono di voce portata dal vento”, accento di lontananze nel tempo e nello spazio, di rappresentazioni ed essenze “di pensieri sospesi tra la sera / dileguata e il venturo mattino” premonitore di beate promesse.

Un’amorosa danza ‘che scrive e si legge da sola’ modulandosi nella genesi dell’anima terrena, un linguaggio personale universalizzato, una marcia danzante nel cuore del mondo, nei limiti della vita d’ognuno e di nessuno, è la poesia di Isabella Horn… “Lasciate che si legga e che si danzi” perora Voltaire nel suo sconfinato Dizionario filosofico (1764).

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