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Info sull'Opera
Autore:
Rassegna Stampa
Tipo:
Racconto
 
Notizie Presenti:
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Le conseguenze del non-amore, nel libro di Ambretta Maria Vecchietti. Intervista all'Autrice, che presenta ai lettori "LíInfiltrata" ( Aletti Editore): un libro sulle esperienze che segnano per sempre e sulla crescita di consapevolezza personale.

di Rassegna Stampa

👉 Le conseguenze del non-amore, nel libro di Ambretta Maria Vecchietti.
Intervista all'Autrice, che presenta ai lettori "L’Infiltrata" (Aletti Editore): un libro sulle esperienze che segnano per sempre e sulla crescita di consapevolezza personale.

Da leggere.

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Domanda - "Partiamo proprio dal titolo, come mai “L’infiltrata”? Quali sono gli argomenti ricorrenti, o per lei fondamentali, che tratta in questo volume?

Risposta - Se si nasce non voluti e si cresce non amati da chi avrebbe dovuto farlo, questa impronta rimarrà in tutte le altre esperienze, in cui fatalmente si raccoglieranno altri rifiuti.
Chi, come me, era dotata di una naturale apertura, mentre cercava il suo ruolo, ostentava sicurezza e aggressività, ma, in segreto, tendeva ad aggrapparsi ad altre mani, sostitute dell’amore materno mancato, per scoprire, alla fine della vita, che avrebbe potuto sostenersi solo con le sue.
Si trovava a percorrere corridoi stretti, gremiti di ombre che non le somigliavano. Tuttavia, avanzava, a fatica, sempre in salita, cresceva attraverso scoperte deludenti, nel privato e nel pubblico. Non smetteva di scavare, nell’accanita ricerca di sé e di alleati simili a sé. Lottava, spesso sola, sentendosi diversa. Ma non demordeva, si avventurava, si frapponeva tra l’ingiustizia del potere e l’arrendevolezza dei deboli, prendendo su di sé anche colpi non destinati a lei, ma sempre a testa alta. Il suo scudo? Un’atavica esigenza di giustizia.
Si esponeva, riuscendo a farsi odiare e amare in ugual misura, dalle parti avverse.
Ma il non sentirsi voluta rimaneva la costante. Si buttava, vedeva, denunciava, scoperchiava altarini, senza riuscire mai a identificarsi, né ad amalgamarsi del tutto in un gruppo o in un ambiente; disturbava il sistema, costringendolo anche a cambiare: diversa e spesso sola, alla fine delusa, si ritirava o veniva messa da parte, restando sempre un’infiltrata.
Dalla ricerca della sua identità, all’accettazione di sé, aspirava al rispetto e all’equità come donna e come persona, in famiglia, nel lavoro e nella società; promuoveva la tutela dei diversi e delle minoranze, lottava per la laicizzazione della ‘cosa pubblica’, per la tutela dei lavoratori e per la libertà di tutti.
Arrivata, ora, in fondo all’ultimo angusto corridoio, si era fermata, stanca ma non doma, priva ancora di certezze rassicuranti, ma non del bisogno di lottare: la speranza di rendere o trovare l’uomo e il mondo migliori non morirà mai, finché rimarrà lucida la coscienza, anche se il corpo si dovesse trascinare in una carrozzina che cammini al posto suo!

Domanda - Quanto la realtà ha inciso sulla scrittura?

Risposta - In ogni vissuto personale resta impressa l’esperienza collettiva che l’ha permeato. La realtà ‘marchia’ sempre la vita storica di ciascuno, ne forma o deforma il carattere, ne condiziona le scelte, determina vittorie e sconfitte. Non se ne può prescindere, se non mediante la sublimazione dei sentimenti o il rifugio nel sogno, in cui farla rivivere come la si vorrebbe, fino a trasformarla, migliorarla, sostituirla nel fittizio ricordo ricostruito nell’inconscio, per sfuggirle quando è troppo dolorosa.
Come l’artista lavora col marmo ed i colori che ha a disposizione, anche lei si adattò a plasmare la sola creta che aveva, con l’unico scalpello trovato: la sua penna.
La #scrittura serve a dare un nome e un senso alle cose e agli eventi per farli esistere e resistere nel ricordo.
Almeno quelli che il tuo ‘io’ ha selezionato come da salvare.
Benedetto sia l’inventore dell’alfabeto! E lei cercò di utilizzarlo al meglio.

Naturalmente, dipende da cosa si intende per ‘realtà’:

- la natura, quella che il caso ti offre: mari, monti o colline, deserto, foresta o campagna, metropoli, città o paese; fiori, di campo o di serra o frutta, spinosa o liscia, fresca o secca, carne o pesce, abbondanza o carestia, pioggia o sole, caldo o freddo, panorami vasti o limitati, incidono diversamente sull’essenza delle persone.
Tutta la Regione, ma più di tutte la provincia di #Macerata, è caratterizzata da un clima all’apparenza non ostile, da colline che si rincorrono, lievi, gentili, pettinate, ogni centimetro coltivato in piccoli poderi condotti, prima, a mezzadria (fino all’82, poi trasformata in affitto) da grandi famiglie patriarcali, consolidate in dinastie. I colli si rincorrono, giù, fin dentro il mare, non quello blu, profondo, aperto e minaccioso del Tirreno, ma quello più verde e calmo dell’Adriatico, stretto tra rive più vicine.
A ugual distanza, i ‘Monti Blu’ della Sibilla, senza i picchi imponenti dell’#Abruzzo, né le cadute dolomitiche, fila ordinata di cime quasi uguali, creduta accogliente e protettiva (più tardi e più volte s’è spaccata in voragini di terremoto, inghiottendo case e cose, pecore e fienili, aprendo voragini sul fondo di fiumi e risucchiando laghi. L’uomo si ferma, per un po’, ma poi ritorna a costruire, non può scordare le radici, nonostante il ricordo dell’urlo del boato). È la sua terra, che non può smettere di amare.
Ma, prima che il clima cambiasse per l’insipienza umana, tutto quel sogghignante timido languore di danzanti colline nascondeva sottili insidie: dal mare giungeva il gelido vento di nord-est, quel Grecale carico di neve che portava l’inverno dai Balcani e circondava le case, stringendole per mesi con le sue dita bianche, rendendo le strade, ancora senza asfalto, fiumi di fango nel lento disgelo. Era speranza di lavoro per gli spalatori, unici a scorticare a suon di pale il ghiaccio alle ‘scalette’ e alle salite di mattoni che si inerpicano verso l’orgoglioso ‘Centro’. Ma il freddo rimaneva a lungo, frenato e rimandato indietro dal muro alzato dalle montagne, entro la cerchia delle imbiancate colline, sotto cui sonnecchiava il pane. La catena ininterrotta dei Sibillini impediva ogni passaggio d’aria: né quella gelida di nord-est, né quella più mite di Ponente che arriva dalle Azzorre, verso est. Due lingue contrastanti, che non si incontrano mai. Quel crinale disegna due netti mondi differenti: il versante umbro, dal grigio-verde degli ulivi, con il suo mite clima lacuale; quello marchigiano, più ventoso e inclemente, dipinto da verdi e scure poderose querce secolari (simbolo della Regione e della nostra lignea gente). Dal sud, poi, quando il Libeccio si svegliava, i marinai invocavano gli Dei del mare, per proteggerli dalle violente devastanti mareggiate. Quanti gusci spezzati sul fondo, e quanti drappi neri alle finestre per chi non è tornato!
Piccoli fiumi, torrenti e fossi, vallati e laghetti artificiali irrigavano i campi, poderi spezzettati, condotti da intere famiglie contadine: lavoro duro e silenzioso, monadi prigioniere dei loro calli, individualità orgogliose e fiere, poco inclini a dividere con altri le notti e i giorni di fatica. Tutti simili, contadini e marinai: pelle riarsa dal sole e dal sale, visi scavati dal silenzio, imposto dal più forte vento o dall’avaro mare.
Vite difficili, appartate, diffidenti, trasferite senza varianti in città, quando lavorare la terra sembrava un disonore e andare in fabbrica spingeva i giovani lontano, verso una vita che credevano migliore. Gente laboriosa e attiva, che tende a vita solitaria, salvo trovarsi in ricorrenti sagre o la domenica, per le donne in chiesa alle funzioni, o per gli uomini all’osteria a dividersi una foglietta di quello buono o alla gaggia di bocce, ad esibire i muscoli e la mira. Un mondo chiuso, difeso dal sospetto, difficile da penetrare.

- le persone più vicine, con i volti, i capelli, le mani, la voce, la pelle (tutti elementi che attraggono o respingono). Prima la freddezza, la natura polemica e manipolatrice di una madre che generava angoscia e solitudine, accanto alla violenza verbale e fisica (tentativo di riaffermazione di autorità), mista a tenerezza e senso di protezione di un padre, personalità contraddittoria e irrealizzata; poi la scuola (con modelli contrastanti di ex fascisti e partigiani, di bigotti conformisti e di laici, di menti aperte al nuovo ed ottusi ripetitori di consunti cliché, modelli da emulare o da rifuggire); il lavoro e la società più in generale, con un consolidato potere di casta, improntato ad un dominio di stampo clericale (quanti i volontari, preti senza tonaca!), che hanno per contrasto alimentato aneliti di libertà e di giustizia (non a caso, nelle regioni rimaste a lungo sotto il dominio dello Stato della Città del Vaticano, sono nati tanti garibaldini combattenti e tanti spiriti libertari);

- gli animali: spontanei dispensatori di amore disinteressato, di calore ed amicizia, accrescevano il bisogno di genuinità dei sentimenti e delle emozioni, facendo apprezzare l’istinto che può guidare la ragione e non viceversa, per sentirsi veri;

- gli avvenimenti indipendenti dalla propria volontà – la guerra, gli stenti, la fame –, per reazione, stimolavano l’orgoglio, la spinta a risalire, a cambiare in meglio (la politica retriva frenava l’attuazione della Costituzione), a unire le coscienze sbandate o confuse – in associazioni e partiti in cui alimentare gli ideali comuni –, a distinguere il giusto fine cui tendere e quello da rifiutare.

Tutti elementi diventati parti cromosomiche del ‘sé’, che fatalmente si sono rispecchiate nella scrittura, in modo diretto od obliquo, imponendone la preventiva ‘osservazione-descrizione’, prima esterna, poi interiore, per giungere all’astrazione dalla realtà, finanche a travisarla – a volte inconsciamente – nell’ideale che può accendere la speranza, per abbellirla con la fantasia, quando era troppo pesante o dolorosa.

La scrittura (propria o di altri), allora, diventava rifugio, in un mondo privato, più ricco e aperto di quello troppo stretto della realtà.

Anche i #libri hanno inciso, in varia misura:

- Quelli scarsi dell’infanzia. I più numerosi dell’adolescenza, limitati a quelli scovati in un baule in soffitta (d’avventura e gialli che mi davano l’insonnia), dopo poco allargati agli stucchevoli e falsi ‘libri per signorine’ (che le pie donne della ‘Biblioteca Circolante S. Caterina da Siena’ sotto casa decidevano che si potessero leggere a 13/14 anni), arricchiti poi da quelli ‘per adulti’ che mia madre ‘giurava’ di leggere solo lei, (come i Fratelli Karamazov, il Bel Ami di Maupassant e l’Uomo finito di Papini – quello prima della conversione, che lo trasformò in ‘Fra Bonaventura’ – o Guerra e pace, mai letto fin in fondo per scadenza del tempo del prestito…). Una svolta, quando ebbi accesso alla credenza di mio padre (testi repubblicani ed europeisti) e, finalmente, all’armadietto di classe al liceo (Folco Quilici con i suoi reportages sottomarini e l’Antologia di Spoon River di E.L. Masters), fino a quando, lavorando, ho potuto scegliere, comprando quelli che dalle vetrine ‘mi chiamavano’.

Domanda - La scrittura come valore testimoniale, cosa ha voluto salvare e custodire dall’oblio del tempo con questo suo libro?.

Risposta - Forse lo scritto è inscritto in un bisogno inconscio: dare prova di ‘essere esistita’– per chi non si era mai sentita importante, approvata e valorizzata – lasciando traccia visibile, anche se flebile e marginale, del suo passaggio;

b) – È anche la spinta a fotografare, per chi non l’ha vissuta, una fase storica del Paese, in cui tutto finalmente si modificava, cambiava faccia, allargava gli orizzonti che, troppo stretti e vicini, finivano presto di suscitare interesse e spingevano a scoprirne altri, utili per il futuro.

La scuola apriva finestre sul passato antico, che smetteva di essere lontano, appena si scopriva che conteneva ‘in nuce’ i germi che potevano ancora crescere ed espandersi in una nuova ed attuale civiltà, fondata sulle stesse radici.

c) – Ricordare il passato, nutrendo il presente per salvare il domani. La memoria umana è flebile, tende a dimenticare eventi negativi, spazzando via anche le colpe di chi li ha determinati, rischiando di cancellare, insieme ai ricordi sgradevoli, anche i desideri, i sogni e le speranze irrealizzate delle generazioni precedenti.

d) – Ma non si possono gettare via i valori fondanti, eterni, universali, validi in qualunque epoca o Paese. È compito di chi li ha vissuti tramandarli e riscoprirli: possono portare giustizia e felicità tra gli uomini di domani, senza ripetere gli errori del passato. Se oggi, come singoli o comunità, siamo ‘così’ è perché abbiamo incarnato e realizzato ciò che altri sono stati ed hanno fatto prima di noi. L’uomo ha già scoperto la ruota e il fuoco: è tempo di andare avanti!

e) – Le memorie, individuale e collettiva, si intrecciano, si confondono in un ‘unicum’, spesso inconscio. Ma, tra tutti gli animali, solo l’uomo non segue leggi naturali meccanicistiche, dettate da stratificazioni millenarie nei cromosomi: ha la mente, per analizzare, selezionare e scegliere, lasciando durevoli elaborazioni scritte delle conquiste che ne hanno permesso l’evoluzione. Come nel detto ‘Zen’, “per lanciare in avanti e lontano una freccia, prima devi tirare indietro l’arco”.

Domanda - A conclusione di questa esperienza formativa che ha partorito ‘L’infiltrata’, se dovesse isolare degli episodi che ricorda con particolare favore, come li descriverebbe?

Risposta:

a) – La ricerca dell’identità, nell’infanzia, mi suscita profonda tenerezza, vedendo a posteriori quanta fatica è costata ad una bambina insicura diventare donna, consapevole di sé.

b) – La lotta per la chiusura dei manicomi, conquista di civiltà, che ha restituito dignità a persone incolpevoli private della libertà perché ‘diverse’, è stata un fiore all’occhiello nel mio personale ‘curriculum’ di cittadino.

c) – L’attività politica e sindacale: ero fiera di dare voce, visibilità e forza a quanti tacevano per paura di uscire allo scoperto e sopportavano soprusi, ritorsioni e minacce anche solo implicite. Il peggior nemico della democrazia non è il potere tirannico, ma l’assuefazione di chi si mostra succubo, dandogli così gratuitamente forza. Purtroppo, sono tanti, pronti a sottoscrivere col voto vere e proprie deleghe in bianco, “… sono tutti uguali”. Non è vero! Il silenzio suicida di tanti uccide la giustizia e la libertà di tutti, mentre il coraggio della parola di uno può riscattare la dignità di molti.

Troppo spesso il potere viene sopravvalutato: in realtà, si alimenta di poco, di fumo illusorio che, invece, un pur piccolo vento può disperdere e, spesso, si estingue da solo (cadendo, il muro di Berlino non ci ha insegnato che ogni fuoco si spegne, quando non ha più niente da bruciare?). Anche poche isolate proteste (iniziate in una città, estese poi a macchia d’olio, quasi in un effetto domino), alla fine, hanno portato alla laicizzazione nell’assistenza pubblica e all’uguaglianza di trattamento negli aventi diritto! (Emblematica la presenza della fragile ma ardita ‘Memma, garibaldina’ nella Casa di Riposo).

Domanda - Quali sono le sue fonti di ispirazione: altri autori che ritiene fondamentali nella sua formazione culturale e sentimentale?

Risposta:
a) – Letteratura: Salgari mi ha insegnato che si può ‘vedere’ il mondo anche senza uscire di casa, entrando in quello fantastico creato dalla memoria collettiva. Le esotiche ‘Mille e una notte’ (negli stralci fabbricati ad hoc per i piccoli), i lacrimevoli ‘Incompreso’, ‘I ragazzi della Via Pál’, ‘David Copperfield’ o ‘Piccole donne’. I classici russi, un mondo scomparso, di cui però non si sono persi l’inesauribile lotta dei sentimenti umani più contraddittori, estremi o sconvolgenti, le perversioni dell’odio e dell’amore, i conflitti col divino, la tirannia che genera bisogno di libertà. Poi i classici greci (Sofocle, Saffo, i presocratici, Socrate, Platone) e i latini (Seneca), i poeti napoletani (Di Giacomo e Bovio) e i grandi, Lorca e Neruda, Saba, Sepulveda, Pirandello, Amado, Pasolini, Tobino, Terzani…;

b) – Saggistica, filosofia e diritto: Voltaire, Bertrand Russell e Guido Calogero (i fondamenti del dubbio e del dialogo), Aldo Capitini e Don Lorenzo Milani (la scelta nonviolenta), Montesquieu, Cesare Beccaria, Francesco Ruffini, Piero Calamandrei, Alessandro Galante Garrone (le basi delle libertà costituzionali) … Ma faccio torto a chi non ho nominato!

c) – La musica: prima, senza scelta, quella che costantemente trasmetteva la gigantesca radio ‘Phonola’ (che portava il mondo in casa). Poi, i primi dischi in vinile, i romantici dell’800 (Čajkovskij), Puccini per la lirica e il jazz con le trombe di Sidney Bechet o Miles Davis, il sax di Lee Konitz e le voci di Aretha Franklin, Ella Fitzgerald e Louis Armstrong, i violinisti, i pianisti…; la musica leggera, pop o melodica: Joan Baez, Paul Simon e Art Garfunkel, Leonard Cohen, i Beatles, Barbra Streisand e gli italiani Jula De Palma, Modugno, Gaber, Murolo, fino ad Astor Piazzolla, con il suo coinvolgente e carnale tango (anche se disprezzato come uomo, per la sua cercata ed ostentata compromissione col regime peronista, che gli ha garantito il successo).

d) – Le biografie dei grandi miti della libertà:

- i combattenti come Emiliano Zapata, Garibaldi, Dolores Ibárruri o il Che (ero sempre in ritardo nei miei sogni di guerrigliera, prima in Spagna contro Franco, poi per accompagnare il Che nelle sue lotte definite velleitarie. Avrei voluto essere là, per raccogliere il suo corpo martoriato sulle mie ginocchia, nuovo Cristo Morto di Michelangelo o per piangergli accanto, come in quello del Mantegna);

- i nonviolenti, come Ghandi, M. Luther King e Nelson Mandela (la resistenza passiva è la base delle lotte sindacali, l’azione civile e incruenta delle masse inermi);

- i giganti del pensiero e dell’arte: quella di S. Freud di Ernest Jones o quelle di Kafka e Van Gogh di Pietro Citati.

Domanda: Ci sono altre discipline artistiche, o artisti, che hanno in qualche modo influenzato la sua scrittura?

Risposta: Il teatro: da quello greco, per il movimento scenico, anche muto, che fa eco alla presenza ideale dell’autore-attore-spettatore, a Eduardo, per l’importanza dei dialoghi, l’incisività e la sintesi di parole che annunciano senza ridondanze, suggeriscono implicitamente e rendono visiva l’azione mimica, anche solo leggendolo. Fino a quello direttamente sperimentato, fuori e dentro la scena.

Domanda - Oltre a quello trattato nel suo libro, quali altri generi letterari predilige?

Risposta: In passato, quando uscivo per cercare e catturare le notizie, il giornalismo (che insegna lo stile e le forme che attraggano l’interesse, mantenendo l’aderenza ai fatti, imponendo un linguaggio stringato ed esaustivo, per sfuggire agli impietosi tagli del proto) e la critica teatrale (in cui, dopo gli elementi descrittivi, si può dare spazio alle opinioni personali) e poi, anche nel chiuso di quattro pareti – di notte per non rubare il mio tempo ai vivi – i saggi in materia giuridica (salute mentale e libertà personale).

La poesia. Sono ormai più di 200: circa un quarto, ritrovate e raccolte dal ‘62 all’87 (quelle giovanili perdute in quaderni gettati via da mani impietose), seguite da un silenzio di quarant’anni; le altre, nate dall’autunno 2019 ad oggi. La vena non si era seccata, aspettava solo il fertile (non vuoto) silenzio, che la morte, prima e il covid, poi, hanno alimentato nell’inedita solitudine, in cui è stato possibile ascoltare le mie voci interiori assopite.

Era stato un sogno, pubblicarle, ma ora quel muro è crollato e sto cominciando a tenerle tra le mani, in lucide copertine…

Il racconto e il romanzo (ne parlo più diffusamente al punto 11).

Domanda - Preferisce il libro tradizionale cartaceo o quello digitale?

Risposta - Il cartaceo! Il contatto con la carta rende fisico e reale l’approccio con l’anima del libro. Consente al lettore di legarsi a lui con punti esclamativi (il consenso), interrogativi (i dubbi, la disapprovazione o lo stupore), puntini di sospensione (il bisogno di ampliare), frecce per ritrovare i punti salienti, sottolineature su parole, luoghi o concetti da non dimenticare: tutti stimoli per ritornarci, ripensarlo e farlo proprio, con annotazioni al margine.

Puoi tornare indietro per capire meglio e ritrovare le premesse che rendono chiare le conclusioni. L’odore della carta – meglio se porosa, ruvida e un po’ ingiallita – simula un ritorno nell’intimità di una mistica biblioteca, favorisce il distacco dalla realtà e la concentrazione. Il formato ti consente di portarlo ovunque.

E se l’inchiostro è giusto, non stanca gli occhi, che davanti ad un monitor, piccolo o grande, si abbagliano e invocano la scomparsa del bianco e dei riflessi, distraendosi.

Il digitale è estraniante, freddo, non favorisce l’immedesimazione, si ferma al razionale e visivo, non penetra l’inconscio, inibendo il sentimento, l’intuizione e la commozione (non puoi piangere su uno schermo, mentre le pagine assorbono complici le tue lacrime). Specie la poesia, si tende a leggerla velocemente, non si è stimolati a fermarsi, avvicinarsi per entrarci dentro. Come può uno strumento tecnologico diventare un pezzo di te, se non sei un robot?

Domanda - Per terminare, qual è stato il suo rapporto con la scrittura, durante la composizione del libro?).

Risposta - Abbastanza leggero, in parte creativo, in parte critico: tranne i primi capitoli sull’infanzia e l’adolescenza, aggiunti per ultimi, è stato un lavoro di scelta tra racconti già scritti nei due anni precedenti, uniti da caratteristiche comuni; ha richiesto poche modifiche di raccordo, come con la seconda parte, maturata nei primi tre mesi della clausura da pandemia, che, per la drammaticità del momento, ha perso il velo di ironia che percorre e caratterizza l’altra, essendo animata dallo sguardo distaccato di un reporter – guidato dalla visione giuridica di fondo – o, nel finale, diventato più dolente, dall’immersione quasi fisica di un abbraccio, in ritratti di figure speciali, note o sconosciute, vive o morte, tutte vittime del covid, cui mi sentivo in obbligo di tributare l’onore del ricordo.

Domanda - Un motivo per cui lei comprerebbe l’Infiltrata se non l’avesse scritto?

Risposta - Per sentirmi in buona compagnia, insieme ad una persona non omologata in un sistema opprimente e ingiusto, che rende tutto opaco, mercifica, soffocandola, la bellezza e limita la libertà.

Mi piace pensare che certi vivi di oggi non siano meno muti e morti di quelli di allora, che non sono, invece, meno loquaci e vivi di quelli di oggi.

Domanda - Ha in progetto altre opere da scrivere nel prossimo futuro? In caso affermativo, può darcene un’anticipazione?

Risposta - Se scrivere non è un mezzo né un fine, ma è un bisogno naturale, come bere, mangiare, dormire o vegliare, va soddisfatto quando insorge, specie quando è stato sacrificato per lungo tempo e preme con la sua fame ‘arretrata’. Tardare a rispondere a quel fisico richiamo fa male, come qualsiasi privazione di necessità vitali. È sostituto della voce, quando il dialogo è assente. È succedaneo dell’amore, quando manca o è troppo grande per trasformarsi in realtà.

Obbedisco sempre, ora che ho tutto il tempo da dedicargli, a quell’impulso, su molti e diversi fronti.

Progetti? Ne ho persino troppi! Non potrò portarli a termine tutti!

a) – Due romanzi, entrambi figli del covid, su cui sto lavorando a fasi alterne, quasi in parallelo, da tre anni (uno completo, ma mentalmente sospeso, l’altro quasi maturo). Hanno entrambi una base autobiografica per i personaggi e sviluppi simili, in storie di ‘amore negato’ dalle convenzioni sociali.

- Nel primo, un amore epistolare, virtuale, sperato, appena sfiorato e sfuggito di mano, trascinato via da eventi negativi, mancanza di coraggio e incomprensioni; chiuso, in un primo tempo, con la reciproca accettazione – quasi inconscia – della solitudine e di un nuovo abbandono, ma dopo qualche mese riaperto per ribellione. Perché l’età deve trasformarsi in un’inesorabile condanna alla rinuncia? I tabù sociali sono catene crudeli e inaccettabili. Perciò gli ho dato un nuovo finale: la sfida vince, gli affetti prevalgono sull’ipocrisia e, per una volta, l’amore ‘anziano’ trionfa.

- Nell’altro, c’è la riscoperta, dopo 60 anni, del primo amore perduto nella lontananza ed ora impossibile da ricostruire. Per farlo sopravvivere restano solo la sublimazione nel sogno, in cui tutto può accadere e la sua elevazione ad un’intesa spirituale, che unirà i protagonisti fino alla morte di lei e sopravviverà oltre la scomparsa del suo corpo.

Si divide in due parti: la prima inizia con la storia passata e l’incontro virtuale, prosegue con una sequenza di sogni (una serie di piccoli film) in cui entrambi vivono l’amore, totalizzante come l’avevano desiderato, la passione, i figli, la vecchiaia condivisa, la simbiosi mentale, la creatività che li rende capaci di volare. La seconda (più corposa) si addentra nell’analisi dei sentimenti, vincenti sul corpo: la vita, la vecchiaia, l’amicizia, la morte, l’empatia, l’intuizione, l’istinto, il presentimento, la voce del mare, nei meccanismi complessi della scrittura, come difesa e rivelazione dell’inconscio.

In questo secondo, pieno anche di poesie, mi identifico di più: è diventato la mia autoanalisi e non riesco a chiuderlo (la conoscenza di sé non può che finire con la vita). E non ho il coraggio di smettere di immaginare ancora un diverso futuro. Pur avendo ottant’anni e sentendo imminente la mia morte! b) – Tanti racconti, anche di viaggi, tutti autobiografici, nati nei primi mesi di solitudine, da “purgare” da riferimenti reali: luoghi, date, nomi, eventi riconoscibili, per sfuggire alle pericolose trappole della privacy. Come chiedere il permesso agli interessati (ormai tutti o quasi morti) o a eventuali eredi sconosciuti e come trovarli? Dovrei trasformarli in storie di fantasia. Ho scoperto tardi quanto le leggi sulla riservatezza leghino le mani: persino quando si parla bene di qualcuno, si può essere citati in giudizio, per non aver chiesto il permesso agli aventi diritto. Non posso rischiare che nascano contenziosi civili dopo la mia morte, che farebbero ricadere sul figlio le conseguenze economiche di una mia leggerezza. Ci sono voluti 20 anni per estinguere il mutuo sulla casa, ma basterebbe un minuto per perderla, per pagare a qualcuno i danni morali…

c) – Una raccolta di riflessioni di impegno civile, che vorrei chiamare “Anniversari”, molti già scritti in ‘lettere ai miei cari’, per celebrare eventi e ricorrenze storiche o umane importanti (pubbliche e private), in cui ritrovare valori da salvare (le nascite, il Natale e la famiglia, Le Palme e la pace, la Resistenza e la Liberazione, il 1° Maggio, le nuove guerre, il 2 Giugno e la Repubblica Romana, La Marcia per la Pace, Giordano Bruno, il Gay-pride, le elezioni politiche), per innalzare, in tutte, un inno alla libertà.

d) – Ho iniziato, dopo le prime esperienze con varie case editrici, a scrivere corposi appunti sulla ‘libertà dello scrittore’, cui vorrei dare vita in una “Apologia dello scrittore” – ovvero “le promesse della scrittura e i tradimenti della stampa”.

Purtroppo, le forze e la salute stanno scemando. Solo pensare di pubblicare tutto è follia, alla mia età. Se qualcuno avrà tempo e voglia di leggere le mie parole (grazie al computer, che gli risparmierà la fatica di affogare nelle carte) e le troverà di un qualche attuale interesse, lo farà anche in mia assenza. Non sono così vanitosa da volerne vedere per forza gli effetti. (Anzi, me li risparmierei, se fossero negativi).

📌12) – Permettete, ora, che faccia io a voi una domanda: perché gli editori, per la quarta di copertina, chiedono una foto agli autori?

Cosa pensano di trovare nei loro visi? Dall’antico platonico assioma: “Ciò che è bello è anche buono” sperano di scoprire quello che ‘di buono’ hanno dentro (anche se Socrate, Toulous Lautrec e Leopardi, almeno secondo i canoni classici, erano brutti!)?

O, confidando nella ‘naturopatia’ di Benedict Lust, per preconizzarne i cambiamenti, sperano di scoprirli in tempo per scartarli dai loro archivi?

O, seguendo l’esempio di Alphonse Bertillon, che con l’avvento della fotografia, ideò l’archivio segnaletico della Polizia, vogliono erigersi a custodi di una sorta di Casellario, un ‘Bertillonage’ degli autori? Dovremo temere la comparsa di un nuovo Lombroso letterario, interprete del volto degli scrittori, per definirli, in una sorta di scala di valori, variabile anche in funzione dei regimi politici esistenti?

Chi è uno scrittore libero:

- In dittatura è un deviante o un fuggitivo?

- In democrazia è un eroe o è la regola?

Chi è uno scrittore accomodante o allineato:

- In dittatura è quello definito bravo, perché gradito al regime?

- In democrazia è quello forse mediocre ma servile, che si nasconde dietro ad un ‘re nudo’ – che forse neppure glielo chiede – accontentandosi di galleggiare non visto dietro di lui?

È veramente tanto necessaria la ‘fisiognomica’ alla letteratura?

Non è stata utile neppure alla scienza, che l’ha accantonata come ‘pseudo-scienza’ o quasi-scienza, divisa tra divinazione e razionalità, tra mantica e medicina, sospesa ancora tra sapere empirico e rigore scientifico.

Certo, da Platone e Aristotele, ai positivisti (fino alle moderne neuroscienze, supportate da un’invadente tecnologia), in troppi si sono accaniti nel cercare quanto il corpo e la mente collaborino e si influenzino, tanto da far corrispondere la parte interiore, caratteriale e invisibile, a quella esteriore, fisica e visibile di un soggetto.

Come riconoscere dalle fattezze del viso, dalla forma del cranio, dal colore degli occhi o dal sesso:

- chi è il poeta o il prosatore,

- il favolista che inventa nuovi eroi per esorcizzare i nuovi mostri,

- il falsario che deforma i fatti a beneficio dei potenti,

- il ribelle che smuove le torbide acque stagnanti per aprire nuove vie,

- il servo sciocco che gratifica e adula i mediocri,

- lo storico-cronista che fotografa gli eventi solo per lui importanti,

- il narratore leggiadro che tenta di abbellire la realtà, lasciandola com’era,

- il diarista noioso e retrò che non è storico e riporta fatti suoi che non interessano nessuno,

- l’esteta che cerca il bello dove non c’è, lasciando il mondo brutto come prima,

- lo studioso pedante che almeno preserva le tracce del passato,

- il critico spietato che, pur bravissimo, fa sembrare tutti gli altri sciocchi,

- il linguista elegante e puntiglioso che almeno si erge a modello di uno stile,

- l’umorista irridente che sdrammatizza la realtà per sopportarla,

- il satirico castigatore che sferzando il malcostume tenta di batterlo, calamitandosi querele,

- il nostalgico lamentoso che non riconoscendosi nel futuro, dipinge il passato come un Eldorado,

- il vernacolista pensoso o ridanciano che entra nel cuore della gente,

- il moralista represso e fustigatore, che per fuggire dalle sue ossessioni condanna quelle degli altri,

- lo scandalista, che per giustificare o assolvere se stesso trascina nel fango i suoi partner,

- il drammaturgo depresso e angosciante che crogiolandosi in tragedie svuoterà i teatri,

- il giallista sanguinario e scioccante che spera in un cineasta interessato alle sue trame,

- il mistico esaltato e visionario che aspira a convertire le masse in un mondo senza Dei,

- il nichilista sprezzante che uccide le speranze anche in chi ne ha poche,

- il pedagogo onnisciente ed invadente che inventa regole non adatte a tutti,

- l’astronomo sognatore che stanco del buio della Terra darebbe la vita per perdersi in un buco nero,

- lo psichiatra indagatore dell’inconscio, confessore dei laici, che aiuta a rintracciare l’io perduto,

- lo scienziato che disseziona la realtà per farla evolvere nel progresso,

- il romanziere che per esorcizzare il dolore inventa storie, forse lontane dalla verità…

Chi può trarre l’oracolo, dai segni fissi o mutevoli di un volto, per stabilire se è integro o maligno, leale o mentitore, angelico o brutale, deficiente o geniale (se è anche un buon attore, può abilmente utilizzare i suoi 36 muscoli facciali per simulare qualsiasi espressione, per convincere, impressionare e, in sostanza, ingannare)?

De Amicis sosteneva che “il viso è una maschera. Il carisma di un uomo è nell’arte della simulazione e della dissimulazione: è il guanto di un contrabbandiere”.

E Pirandello diceva che “la faccia non ci rispetta”.

Sarebbe un bel gioco ed una sfida mandarvi la foto di un’altra donna: verrebbe subito un esperto in ‘fisiognomonìa’ (“deduzione para-scientifica o para-filosofica dei caratteri spirituali degli individui dal loro aspetto corporeo, in specie dai tratti del loro volto”), pronto a riconoscere in quell’immagine l’autore degli scritti attribuiti al mio nome, come ‘fedele interprete della mia natura’, che dedurrà i miei caratteri psicologici e morali dai lineamenti e dalle espressioni del mio presunto volto!

La scelta migliore, per amore della verità e della meritocrazia, sarebbe che tutti pubblicassero sotto un sempre diverso pseudonimo (come Pessoa, noto col suo nome solo come ‘traduttore di lettere commerciali’, ma celato come poeta dietro una trentina di eteronomi).

Chissà, forse qualcuno, dopo una prima uscita fortunata, non facendosi riconoscere dietro una firma nota, non venderebbe più neanche una copia, non potendo campare di rendita sulla scia del primo successo.

Ma forse la penso così, solo perché non mi fermo mai dietro alle apparenze e perché non mi intendo di marketing.

Grazie per l’ascolto, che per voi è paziente lavoro.

👉 Risposta della curatrice dell'intervista Caterina Aletti:
Non sono un editore, ma lavoro da anni in questo settore. Personalmente consiglio sempre di inserire una foto (anche nell'intervista come questa) per dare un elemento in più a chi legge, perché in uno sguardo, in una sfumatura dell'espressione, si possa accendere (al di là della gradevolezza fisica, assolutamente ininfluente) un ulteriore tassello di curiosità.

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